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7 aprile 2009

Giuliana Ferrero: «Il nostro welfare vale come una misura anticrisi» (2)

Seconda parte dell'intervista all'assessore comunale Giuliana Ferrero. La prima la trovate qui e le altre qui.

L’altra novità?
Abbiamo eliminato il reddito come elemento decisivo per definire il posizionamento all’interno della graduatoria. Il reddito rimane per definire la tariffa. Per definire la graduatoria si terrà conto di altri indicatori. Questo per aiutare la famiglia che lavora, in particolare dove entrambi
i genitori lavorano. Il nostro intendimento oggi è di avvantaggiare il più possibile la famiglia media. Dove soprattutto la mamma lavora e ha un’urgenza di trovare una sistemazione
perché spesso sono proprio le donne che hanno contratti cococo o a tempo determinato e la
differenza di un mese può anche determinare il mantenimento di un posto di lavoro oppure no.

In materia di servizi sociali legati alla terza età c’è qualche segnalazione che si può fare?
E’ più un lavoro fatto dietro le quinte, che si vedrà in futuro. Il primo elemento è una riflessione
generalizzata che stiamo facendo come assessorato sui servizi che oggi offriamo. In particolare sui servizi domiciliari. I bisogni stanno cambiando volto. Mentre un tempo il servizio domiciliare era rivolto ad anziani che avevano bisogni di un certo tipo, oggi ci troviamo a dover gestire
invece a domicilio dei casi molto complessi, anche dal punto di vista sanitario. Tutto questo ci
deve interrogare. Va messo insieme al sistema delle micro comunità, alle badanti. Siamo in una fase di passaggio e come pubblica amministrazione abbiamo il compito di saper leggere
i cambiamenti e in qualche modo adattare i nostri servizi. Per ora grossi cambiamenti visibili non ci sono. C’è però un ripensamento in atto.

So che sulle badanti state facendo una ricerca…
Nell’ottica di recuperare informazioni più dirette stiamo conducendo questa ricerca che dovrebbe concludersi a fine anno sulle donne straniere che fanno il lavoro di cura. Le cosiddette badanti. Ci interessava capire chi sono queste donne, il loro percorso di immigrazione, che cosa portano in termini di bisogni – perché sono anche delle donne, delle madri che hanno lasciato nei loro paesi dei figli, dei mariti – e anche comprendere come le famiglie aostane hanno vissuto la presenza di una persona estranea e per di più straniera. Con questa ricerca vorremmo anche poter misurare quanto è cambiata la visione di queste famiglie rispetto al fenomeno dell’immigrazione. Secondo me le donne, infatti, sono portatrici inconsapevoli di una cultura dell’integrazione. Chiaramente
il compito che noi abbiamo come amministrazione è anche che la convivenza va governata. Bisogna avere rispetto delle paure. Le paure sono legittime. Viviamo in un’epoca di grandissimi
cambiamenti. E’ comprensibile l’aver paura. Però il compito di chi governa è proprio quello di governare la convivenza. Capendo fino in fondo i bisogni anche delle persone aostane, trovando un punto di incontro. Bisogna stare attenti ad un certo buonismo facile che poi non ti risolve
i problemi, dentro ovviamente una cornice di diritti e di doveri.

Sul tema delle pari opportunità state lavorando molto…
Da tre anni su questo tema è anche impegnato il comune di Aosta. Siamo presenti in tutti i tavoli istituzionali. Collaboriamo in tutte le iniziative messe in campo in un’ottica di rete. Fra qualche settimana presenteremo una ricerca fatta con la Consulta regionale e la Consigliera di parità
sulle carriere al femminile, cioè le nomine di secondo livello. Quante donne sono state nominate dalla politica per coprire alcuni ruoli nei consigli di amministrazione? Quando noi parliamo di pari opportunità – ci tengo a sottolinearlo – noi intendiamo pari opportunità per tutti. Non soltanto il tema del genere che è comunque importante. Ci sono altri elementi di discriminazione di cui è necessario tenere conto come indicato dall’Anno europeo. Anche qui nel momento in cui
facciamo politiche di «welfare » applichiamo tutti i giorni le politiche di pari opportunità. Ad esempio, con la microcomunità permetti alla figlia di continuare a lavorare, all’anziano di avere una vita dignitosa. E’ una prospettiva culturale che cambia un po’ la visione delle politiche di «welfare». In concreto come Comune di Aosta abbiamo aderito alla rete di Arianna, una rete nazionale contro la violenza contro le donne. Abbiamo perciò firmato un protocollo con il dipartimento delle pari opportunità e perciò il numero 1522 è attivo anche qui ad Aosta
grazie alla collaborazione che abbiamo con il Centro Donne contro la violenza.

Non è facile mantenere un simile modello di «welfare» in un momento così forte di crisi economica almeno a livello nazionale…
Io sono convinta che proprio in un momento come questo la rete di «welfare» e gli investimenti nel sociale sono una garanzia importante affinché questa crisi non abbia effetti così deflagranti. Io lo dico perché in momenti di crisi il tentativo di reperire risorse economiche è legittimo, però sarebbe veramente dannoso disinvestire nel sociale in un momento come questo. La differenza
fra noi e l’America è tutta nel «welfare» e non soltanto in un sistema bancario di questo tipo. E’ la nostra misura anticrisi in più. E dobbiamo mantenerla visto che in questa regione la cultura del «welfare» non è mai venuta meno.

6 aprile 2009

Giuliana Ferrero: «il nostro welfare vale come una misura anticrisi» (1)

Sul Corriere ho intervistato la scorsa settimana l’Assessore ai servizi sociali, pari opportunità e diritti del Comune di Aosta Giuliana Ferrero (al centro della foto). Come sempre propongo l'intervista anche sul blog divisa in due puntate. Una oggi ed una domani. Le altre interviste fatte ai componenti della giunta le trovate qui.

Qualità e innovazione sono alla base dei servizi sociali del Comune. Recentemente il progetto delle assistenti domiciliari di Quartiere (Adq) ha ricevuto un importante riconoscimento nazionale. Proviamo a spiegare in cosa consiste
questo servizio?
Si tratta di quattro operatrici che prestano il loro servizio nei quartieri Dora e Cogne e che oggi sono conosciute dalla popolazione un po’ come «gli angeli del quartiere». Queste assistenti hanno un doppio compito: da un lato monitorare i bisogni. Sono il braccio operativo dell’Assessorato. L’assessorato che va nei quartieri per capire quali bisogni stanno emergendo, per avere una
serie di dati diretti, non mediati da nessuno. Dall’altro dare risposta ai bisogni grandi e piccoli che fanno la qualità della vita delle persone. Si passa dal bisogno dell’anziano solo che non sa come comprarsi le medicine, come farsi il trasloco, come sopravvivere alla lontananza del figlio per alcuni giorni, ai grandi bisogni che sono il rapporto con l’Aps, con tutte le istituzioni pubbliche.
Le Adq tentano prima di tutto di trovare una soluzione non istituzionale. Le soluzioni vanno trovate dentro al condominio dove la persona abita, dentro alla famiglia, dentro al quartiere, attivando le risorse informali soprattutto del volontariato. E ci riescono. Perché sono diventate veramente dei collettori. Mettono le persone in comunicazione fra di loro all’interno del quartiere. E quando invece la risposta è, per la sua natura, non risolvibile in questo modo ecco che le Adq attivano i canali istituzionali. Questo ha significato per noi avere un rapporto molto stretto fra le nostre assistenti comunali e le Adq. In un rapporto molto virtuoso e fecondo perché le assistenti sociali sanno di poter contare in quei due quartieri su delle persone che conoscono molto bene i cittadini, le strade e, viceversa, le Adq segnalano agli assistenti sociali comunali situazioni di disagio che in altro modo non sarebbero arrivate a noi. E quindi noi riusciamo ad intervenire. L’Adq nella stragrande maggioranza dei suoi interventi svolge
anche un ruolo di mediazione burocratica e questo è un elemento che va tenuto in conto. Spesso le richieste di aiuto sono legate al fatto che gli anziani sono disorientati rispetto a c rti temi. Hanno paura di andare a bussare a certe porte, di far valere i loro diritti. Questo servizio si configura come innovativo e flessibile in quanto non è uno sportello, non è un servizio a domanda. Ha la sede dentro al Quartiere. E’ flessibile perché si adatta ai bisogni che incontra.
Ed è stato menzionato in un Convegno di Riva del Garda dal titolo «La qualità del Welfare». Tre progetti su settanta provenienti da tutta Italia sono stati selezionati e tra questi c’era il nostro. La sua formula è stata davvero apprezzata anche perché ha riempito un vuoto lasciato dall’evoluzione storica dell’assistente sociale. Un tempo era l’assistente sociale a camminare nel quartiere, a raccogliere i bisogni. Oggi l’assistente sociale, siccome tutto il «welfare» si è modificato, ha tutta un’altra funzione. Era rimasta scoperta la strada. Il presidio del territorio – tanto per capirci – non si fa soltanto con i militari -. Oltre alla sicurezza delle strade è importante la sicurezza sociale. E il fatto che in due quartieri della città ci siano due angeli del quartiere sociali che collaborano con il vigile di quartiere questo fa sicurezza in senso globale.


Come nasce questo servizio…
La formula vincente di questo servizio è che prima di tutto è stato pensato dal mondo delle cooperative sociali e appartiene alla città. Aver lavorato in stretto collegamento con il Consorzio «Trait d’Union» che oggi è il gestore del servizio io lo registro come un fatto non solo positivo, ma fondamentale. Non c’è un primato. Ma ci siamo messi intorno ad un tavolo con ruoli differenti, cioè ente pubblico e impresa sociale, e abbiamo fatto unione delle nostre forze e dei nostri
punti di vista. C’è una doppia paternità. Questo lo abbiamo spiegato al Congresso di Riva del Garda. E anche questo elemento di collaborazione, di capacità di condivisione delle idee tra pubblica amministrazione e il ricco mondo del terzo settore è stato considerato un elemento interessante.


Ci sono alcune novità in materia di asili nido…
E’ stato un lavoro lungo. Fatto di tappe intermedie. Ci lavoriamo da circa un anno e mezzo. A gennaio abbiamo modificato completamente il regolamento dei nidi. Sostanzialmente in due aspetti forti: abbiamo prima di tutto allargato le iscrizioni a tutto l’anno, prima invece erano limitate ad un mese solo all’anno. Questo perché per molte famiglie significava spesso dover aspettare ancora un anno per l’iscrizione e due anni e mezzo per l’inserimento. In questa maniera evitiamo questo inconveniente.


Avviene anche in altre regioni?
E’ un accorgimento che è stato preso anche in altre realtà. Noi facciamo una graduatoria ufficiale che si chiude il 10 aprile e poi chiunque vuole può portare la sua domanda dall’11. Nel momento in cui abbiamo esaurito la prima prendiamo in esame le domande successive. (Continua)
 

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