Visualizzazione post con etichetta Papa Francesco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Papa Francesco. Mostra tutti i post

15 agosto 2017

Assunzione della Beata Vergine Maria

L’Assunzione di Maria è un mistero grande che riguarda ciascuno di noi, riguarda il nostro futuro. Maria, infatti, ci precede nella strada sulla quale sono incamminati coloro che, mediante il Battesimo, hanno legato la loro vita a Gesù, come Maria legò a Lui la propria vita. La festa di oggi ci fa guardare al cielo, preannuncia i “cieli nuovi e la terra nuova”, con la vittoria di Cristo risorto sulla morte e la sconfitta definitiva del maligno. Pertanto, l’esultanza dell’umile fanciulla di Galilea, espressa nel cantico del Magnificat, diventa il canto dell’umanità intera, che si compiace nel vedere il Signore chinarsi su tutti gli uomini e tutte le donne, umili creature, e assumerli con sé nel cielo.


Papa Francesco - Angelus - 15 agosto 2016

1 maggio 2017

#Lavoro e #Dignità: Buon primo maggio a tutti

«Al centro della questione lavorativa va sempre posta la persona con la sua dignità: per questo una società che non offra alle nuove generazioni opportunità di lavoro dignitoso non può dirsi giusta». Sono parole di Papa Francesco nel messaggio – a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin – inviato in occasione del convegno “Chiesa e lavoro. Quale futuro per i giovani nel Sud?”, organizzato dalle Conferenze episcopali  di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, le faccio mie e auguro a tutti un buon Primo Maggio. Buona festa del Lavoro.

21 novembre 2016

#Giubileo «Dio crede che è sempre possibile rialzarsi»


Dall'omelia di Papa Francesco in occasione della Santa Messa di chiusura del Giubileo

Nel Vangelo compare un altro personaggio, più vicino a Gesù, il malfattore che lo prega dicendo: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42). Questa persona, semplicemente guardando Gesù, ha creduto nel suo regno. E non si è chiuso in se stesso, ma con i suoi sbagli, i suoi peccati e i suoi guai si è rivolto a Gesù. Ha chiesto di esser ricordato e ha provato la misericordia di Dio: «oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43). Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi. Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi.

Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva. Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza. Come Dio crede in noi stessi, infinitamente al di là dei nostri meriti, così anche noi siamo chiamati a infondere speranza e a dare opportunità agli altri. Perché, anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza.

19 novembre 2016

#Zamagni: «#Ambiente e #povertà facce della stessa medaglia» (prima parte)


Con Stefano Zamagni si è concluso il ciclo di conferenze Fede e Scienza sulla «Laudato si'». Il professore, il 4 novembre  al De La Ville, nel suo intervento dal titolo "Economie e città a misura d'uomo. Un nuovo approccio", dopo essere stato presentato dal Vescovo di Aosta, Mons. Franco 
Lovignana, ha subito evidenziato come si tratti di  una enciclica molto speciale in quanto è la prima 
interamente dedicata alla questione ecologica ed in essa il Papa mostra a tutti quello che è il fondamento filosofico del suo magistero di Pontefice. Riporto qui di seguito (in due puntate) l'articolo che ho pubblicato sul Corriere della Valle e che ripercorre in manier adettagliata l'intervento del professore.

«Paolo VI aveva scelto come sua guida il Personalismo di Maritain, - commenta Zamagni - Giovanni Paolo II aveva scelto per sé l'esistenzialismo cristiano, Benedetto XVI il neotomismo e Papa Francesco si autodefinisce un realista storico, corrente caratterizzata dal fatto che occorre che i principi, uguali per tutti nel corso del tempo, debbano essere calati nella realtà ed è questo il motivo per cui questa enciclica usa un linguaggio che a molti non pare teologico, in quanto se sei un realista storico devi partire dai fatti, questi li devi interpretare alla luce dei principi ed infine indicarne le azioni». Nel capitolo cinque e sei il Papa non si limita a denunciare il fenomeno, a indicare quello che non va, ma si spinge a proporre linee di azione, chiamando in causa le responsabilità di tanti.
«Quest'ultima novità a qualcuno ha dato fastidio. Eppure più passa il tempo e più i consensi verso questa enciclica vanno aumentando, forse di più fra i non credenti che non i credenti. E questo perché
il Papa non si limita a denunciare ma a dire lungo quali vie occorre muoversi se si vuole seriamente e
con coraggio risolvere i problemi affrontati nell'enciclica». Un testo che oltre tutto ha un fondamento scientifico robusto. Questa enciclica è stata preceduta un anno e tre mesi prima dal lavoro della Pontificia Accademia delle Scienze e dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, di cui 
Zamagni fa parte. «Il Papa ci chiese di sviluppare della documentazione, delle riflessioni puramente
scientifiche sulla questione ambientale, senza dirci che questo doveva servire come materiale a sua disposizione per scrivere l'enciclica. Lo abbiamo scoperto dopo. E questo lavoro è stato presentato
alla fine di aprile del 2014. 
L'enciclica è stata scritta un anno dopo e il capitolo uno e due della Laudato si' sono presi pari pari dal lavoro di queste Accademie». Da non dimenticare che tra i componenti dell'Accademia ci sono otto premi Nobel, tra fisica, chimica e biologia. Questo significa che chi ha criticato il documento sottolineandone la scarsa scientificità ha mosso in realtà una critica di tipo ideologico.

Le tesi fondamentali

Per Zamagni sono tre le tesi che si possono estrarre da questo documento. La prima tesi è che la lotta alla povertà e la questione ecologica sono come le due facce della stessa medaglia, cioè devono essere affrontati simultaneamente, fino ad allora la letteratura e il dibattito pubblico era focalizzato da due poli: da un lato gli ecologisti estremi, coloro che affermano una superiorità della natura sull'uomo e sul versante opposto l'antropocentrismo esasperato di chi afferma la dominanza e la superiorità dell'uomo sulla natura. «Se osservate con attenzione - ha precisato Zamagni - tutte le varie politiche che sono state implementate negli ultimi decenni a seconda dell'orientamento politico del momento hanno fatto prevalere l'una o l'altra.

Pensate all'australiano Pita Singa, docente universitario a Princeton di filosofia morale per il quale
"abbattere una pianta e uccidere una persona è lo stesso crimine". In quanto sostiene che gli esseri vi-
venti sono tutti al medesimo piano. Sul lato opposto chi mette l'antropos al centro e tutto il resto al
suo servizio. Ebbene la prima tesi che l'enciclica difende con grande forza è che entrambe le posizio-
ni sono sbagliate. Pensate ai rifugiati ambientali, termine coniato dall'ecologista Lester Brown nel 1976. Oggi quello che lui aveva anticipato si sta verificando. L'ultimo rapporto delle Nazioni Unite ci
informa che, se non si interverrà fin da adesso in maniera radicale, nel 2050 i rifugiati ecologici, quelli che saranno costretti ad abbandonare le loro terre per ragioni climatiche, ad esempio il livello del mare che si alza o la desertificazione, saranno 250 milioni nel mondo. Ci sono intere regioni
dell'Africa sub-sahariana, dell'America Latina e dell'Asia che sono senz'acqua e quindi senza agricoltura, senza allevamento.

Oggi abbiamo i rifugiati per ragioni politiche che sono soltanto quattro milioni e siamo già in diffi-
coltà. Cosa succederà quando saranno 250 milioni?». Il Papa introduce nell'enciclica anche il problema della povertà che costringe molti a migrare. «Voi vi chiederete ma perché sono diventati
poveri e una volta non lo erano? . ha aggiunto Zamagni - Non erano forse ricchi ma avevano almeno
da mangiare. La risposta è che il fenomeno del landgrabbing costringe queste popolazioni ad bbando-
nare le loro terre. In italiano significa accaparramento delle terre, un terzo delle terre dell'Africa
subsahariana non è più degli africani. Le multinazionali e alcuni paesi come la Cina vanno in que-
ste zone e con la scusa di usare metodi di coltivazione più efficienti e più produttivi ottengono dai go-
verni nazionali contratti della durata di 99 anni che consente a queste multinazionali lo sfruttamento totale della terra.

Espellono così dai campi i lavoratori, non assumendoli perché non li ritengono adeguati. Questi 
vanno a riempire le bidonville delle città e poi prendono la via dell'Europa. Da qui ancora una volta si capisce come il fenomeno climatico e quello ambientale sono inestricabilmente connessi. Il primo grido di allarme del Papa è che si smetta tutti di fare gli ipocriti. Per risolvere la questione sociale occorre risolvere quella ambientale». Zamagni ha posto un filo rosso tra alcuni importanti documenti pontifici: Leone XIII nella Rerum novarum nel 1891 scopre le cose nuove dell'industrializzazione e descrive la cosiddetta questione operaia. Giovanni Paolo II che nel 1991, con la Centesimus Annus, focalizza l'attenzione sulla novità della globalizzazione. E infine Papa Francesco che con questa enclicica focalizza l'attenzione sull'antropocene, parola coniata una ventina d'anni fa da un fisico tedesco, premio Nobel, Krutzen, significa era dell'uomo. «Oggi viviamo in una situazione - ha spiegato il professore - nella quale noi uomini vivendo in società siamo in grado di cambiare il corso della natura, di cui magari dopo ci lamentiamo. Noi ci preoccupiamo dell'anidride carbonica per la quale si stanno firmando degli accordi, ma il peggio è il gas di teflon che è mille volte più distruttivo del CO2 e di questo nessuno vuole parlarne a parte il Papa». 

continua

2 marzo 2016

«Un bene prezioso: le nostre imprese»

 
Propongo il discorso pronunciato dal presidente Giorgio Squinzi Sabato 27 febbraio in occasione della prima udienza in Vaticano in 106 anni di storia di Confindustria. Settemila gli imprenditori arrivati da tutta Italia che hanno incontrato Papa Francesco di cui ho proposto l'intervento nei giorni scorsi.

Padre Santo,

a nome degli industriali italiani grazie per averci concesso ascolto.

Per noi questa è una giornata di grande importanza :  la prima udienza nella storia della nostra Associazione, impegnata in tutta la sua storia a promuovere la crescita economica, sociale, civile e culturale del Paese,  impegnata a fare insieme  affinchè si viva in un mondo migliore,  più giusto,  più corretto, più rispettoso di  tutto e di tutti.

Questo impegno oggi è quanto mai complesso. Viviamo un’epoca carica d’incognite, perfettamente interpretata dalle sue  parole, che mi permetto di citare, “Stiamo vivendo non tanto un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca” .

Le sue parole ci hanno spinto fin qui.

I gravi problemi attuali mostrano un mondo che chiede a tutti atti di responsabilità a cui gli imprenditori per primi non possono e non vogliono sottrarsi, ricordando l’insegnamento di  Angelo Costa: “l’imprenditore ha maggiori possibilità con la sua opera di influire sul benessere del prossimo”.

Oggi disponiamo di mezzi di incredibili, eppure mai come nell’epoca attuale l’essere umano sembra solo e fragile.

Alle domande che abbiamo di fronte, la tecnologia e la scienza non possono dare soluzione da sole, perché la risposta sta all’Uomo, nella sua capacità di concepire e costruire un nuovo modo di stare insieme.

Oggi, qui, dico, con senso di umiltà e consapevolezza dei nostri limiti, che non abbiamo risposte immediate ai grandi quesiti planetari, ma disponiamo  di un bene prezioso : l’impegno nostro e delle nostre imprese.  

Questa è  dote importante, su cui costruire.

Alessandro Manzoni ha scritto che Dio perdona tante cose e noi sappiamo bene di essere uomini, che sbagliano come tutti. Tuttavia le tante storie, vicissitudini e successi su cui sono state costruite le nostre imprese hanno le loro radici più profonde nel duro lavoro e il giusto profitto, senza il quale solidarietà è una parola vuota di senso.

Santità, Lei ci ha fortemente sollecitati nell’Evangelii Gaudium ricordandoci che “La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano!”. Alla ricerca di questa nuova dimensione centrale dell’uomo, la fede, in una società incerta,  è un elemento di straordinaria importanza e vitalità e punto di riferimento anche per chi non crede, come  l’impresa e la libera iniziativa sono componenti centrali di una società capace di solidarietà di sostanza, a cui tutti dovrebbero appellarsi.

Grazie di cuore da tutti noi per averci ascoltato. 

29 febbraio 2016

Anche #Confindustria Valle d'#Aosta da Papa #Francesco


All'incontro con Papa Francesco, il 27 febbraio, c'era anche una delegazione di Confindustria Valle d'Aosta, composta dal Vice Presidente Giancarlo Giachino e alcuni dipendenti dell'Associazione con i loro familiari.

 «L'incontro con il Santo Padre, il primo di Confindustria, è stato molto emozionante - ha detto Giachino – nel suo messaggio Papa Francesco ha voluto sottolineare il valore sociale dell'impresa dato dalle persone. Le parole del Pontefice ci fanno riflettere sulla nostra società, sul modo di fare impresa, sulla necessità di fare insieme».

28 febbraio 2016

Il Discorso di Papa #Francesco agli imprenditori di #Confindustria


  Ecco il testo dell'intervento che Papa Francesco ha tenuto sabato 27 febbraio agli imprenditori riuniti in Confindustria

Gentili Signore e Signori, buongiorno!

Saluto tutti voi, rappresentanti del mondo dell’impresa, che siete venuti così numerosi. Ringrazio il Presidente Signor Squinzi, come pure il Signor Ghizzoni e la Signora Marcegaglia, per le parole che mi hanno rivolto. Con questo incontro, che costituisce una novità nella storia della vostra Associazione, vi siete proposti di confermare un impegno: quello di contribuire con il vostro lavoro a una società più giusta e vicina ai bisogni dell’uomo. Volete riflettere insieme sull’etica del fare impresa; insieme avete deciso di rafforzare l’attenzione ai valori, che sono la “spina dorsale” dei progetti di formazione, di valorizzazione del territorio e di promozione delle relazioni sociali, e che permettono una concreta alternativa al modello consumistico del profitto a tutti i costi.

“Fare insieme” è l’espressione che avete scelto come guida e orientamento. Essa ispira a collaborare, a condividere, a preparare la strada a rapporti regolati da un comune senso di responsabilità. Questa via apre il campo a nuove strategie, nuovi stili, nuovi atteggiamenti. Come sarebbe diversa la nostra vita se imparassimo davvero, giorno per giorno, a lavorare, a pensare, a costruire insieme!

Nel complesso mondo dell’impresa, “fare insieme” significa investire in progetti che sappiano coinvolgere soggetti spesso dimenticati o trascurati. Tra questi, anzitutto, le famiglie, focolai di umanità, in cui l’esperienza del lavoro, il sacrificio che lo alimenta e i frutti che ne derivano trovano senso e valore. E, insieme con le famiglie, non possiamo dimenticare le categorie più deboli e marginalizzate, come gli anziani, che potrebbero ancora esprimere risorse ed energie per una collaborazione attiva, eppure vengono troppo spesso scartati come inutili e improduttivi. E che dire poi di tutti quei potenziali lavoratori, specialmente dei giovani, che, prigionieri della precarietà o di lunghi periodi di disoccupazione, non vengono interpellati da una richiesta di lavoro che dia loro, oltre a un onesto salario, anche quella dignità di cui a volte si sentono privati?

Tutte queste forze, insieme, possono fare la differenza per un’impresa che metta al centro la persona, la qualità delle sue relazioni, la verità del suo impegno a costruire un mondo più giusto, un mondo davvero di tutti. “Fare insieme” vuol dire, infatti, impostare il lavoro non sul genio solitario di un individuo, ma sulla collaborazione di molti. Significa, in altri termini, “fare rete” per valorizzare i doni di tutti, senza però trascurare l’unicità irripetibile di ciascuno. Al centro di ogni impresa vi sia dunque l’uomo: non quello astratto, ideale, teorico, ma quello concreto, con i suoi sogni, le sue necessità, le sue speranze, le sue fatiche.

Questa attenzione alla persona concreta comporta una serie di scelte importanti: significa dare a ciascuno il suo, strappando madri e padri di famiglia dall’angoscia di non poter dare un futuro e nemmeno un presente ai propri figli; significa saper dirigere, ma anche saper ascoltare, condividendo con umiltà e fiducia progetti e idee; significa fare in modo che il lavoro crei altro lavoro, la responsabilità crei altra responsabilità, la speranza crei altra speranza, soprattutto per le giovani generazioni, che oggi ne hanno più che mai bisogno.

Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium rilanciavo la sfida di sostenerci a vicenda, di fare dell’esperienza condivisa un’occasione per «maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti» (n. 87). Dinanzi a tante barriere di ingiustizia, di solitudine, di sfiducia e di sospetto che vengono ancora erette ai nostri giorni, il mondo del lavoro, di cui voi siete attori di primo piano, è chiamato a fare passi coraggiosi perché “trovarsi e fare insieme” non sia solo uno slogan, ma un programma per il presente e il futuro.

Cari amici, voi avete «una nobile voca­zione orientata a produrre ricchezza e a migliora­re il mondo per tutti» (Lett. enc. Laudato si’, 129); siete perciò chiamati ad essere costruttori del bene comune e artefici di un nuovo “umanesimo del lavoro”. Siete chiamati a tutelare la professionalità, e al tempo stesso a prestare attenzione alle condizioni in cui il lavoro si attua, perché non abbiano a verificarsi incidenti e situazioni di disagio. La vostra via maestra sia sempre la giustizia, che rifiuta le scorciatoie delle raccomandazioni e dei favoritismi, e le deviazioni pericolose della disonestà e dei facili compromessi. La legge suprema sia in tutto l’ attenzione alla dignità dell’altro, valore assoluto e indisponibile. Sia questo orizzonte di altruismo a contraddistinguere il vostro impegno: esso vi porterà a rifiutare categoricamente che la dignità della persona venga calpestata in nome di esigenze produttive, che mascherano miopie individualistiche, tristi egoismi e sete di guadagno. L’impresa che voi rappresentate sia invece sempre aperta a quel «significato più ampio della vita», che le permetterà di «servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 203). Proprio il bene comune sia la bussola che orienta l’attività produttiva, perché cresca un’economia di tutti e per tutti, che non sia «insensibile allo sguardo dei bisognosi» (Sir 4,1). Essa è davvero possibile, a patto che la semplice proclamazione della libertà eco­nomica non prevalga sulla concreta libertà dell’uomo e sui suoi diritti, che il mercato non sia un assoluto, ma onori le esigenze della giustizia e, in ultima analisi, della dignità della persona. Perché non c’è libertà senza giustizia e non c’è giustizia senza il rispetto della dignità di ciascuno.

Vi ringrazio per il vostro impegno e per tutto il bene che fate e che potrete fare. Il Signore vi benedica. E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie!

E adesso vorrei chiedere al Signore che benedica tutti voi, le vostre famiglie, le vostre imprese.

8 dicembre 2015

Buon #Giubileo a tutti - Che sia davvero per tutti un anno di #Misericordia

Ha scritto Papa Francesco nel testo della Bolla di indizione dell'Anno Santo straordinario

Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia. I Padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un vero soffio dello Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo. Una nuova tappa dell’evangelizzazione di sempre. Un nuovo impegno per tutti i cristiani per testimoniare con più entusiasmo e convinzione la loro fede. La Chiesa sentiva la responsabilità di essere nel mondo il segno vivo dell’amore del Padre. Tornano alla mente le parole cariche di significato che san Giovanni XXIII pronunciò all’apertura del Concilio per indicare il sentiero da seguire: «Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore … La Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati». Sullo stesso orizzonte, si poneva anche il beato Paolo VI, che si esprimeva così a conclusione del Concilio: «Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità … L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio … Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette … Un’altra cosa dovremo rilevare: tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità» 

1 maggio 2015

Buon #PrimoMaggio


Spunti per riflettere. Sono Parole di Papa Francesco dette in occasione della Festa del 1° maggio del 2013

1. Nel Vangelo di san Matteo, in uno dei momenti in cui Gesù ritorna al suo paese, a Nazaret, e parla nella sinagoga, viene sottolineato lo stupore dei suoi paesani per la sua sapienza, e la domanda che si pongono: «Non è costui il figlio del falegname?» (13,55). Gesù entra nella nostra storia, viene in mezzo a noi, nascendo da Maria per opera di Dio, ma con la presenza di san Giuseppe, il padre legale che lo custodisce e gli insegna anche il suo lavoro. Gesù nasce e vive in una famiglia, nella santa Famiglia, imparando da san Giuseppe il mestiere del falegname, nella bottega di Nazaret, condividendo con lui l’impegno, la fatica, la soddisfazione e anche le difficoltà di ogni giorno.

Questo ci richiama alla dignità e all’importanza del lavoro. Il libro della Genesi narra che Dio creò l’uomo e la donna affidando loro il compito di riempire la terra e soggiogarla, che non significa sfruttarla, ma coltivarla e custodirla, averne cura con la propria opera (cfr Gen 1,28; 2,15). Il lavoro fa parte del piano di amore di Dio; noi siamo chiamati a coltivare e custodire tutti i beni della creazione e in questo modo partecipiamo all’opera della creazione! Il lavoro è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci “unge” di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre (cfr Gv 5,17); dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione. E qui penso alle difficoltà che, in vari Paesi, incontra oggi il mondo del lavoro e dell’impresa; penso a quanti, e non solo giovani, sono disoccupati, molte volte a causa di una concezione economicista della società, che cerca il profitto egoista, al di fuori dei parametri della giustizia sociale.

Desidero rivolgere a tutti l’invito alla solidarietà, e ai Responsabili della cosa pubblica l’incoraggiamento a fare ogni sforzo per dare nuovo slancio all’occupazione; questo significa preoccuparsi per la dignità della persona; ma soprattutto vorrei dire di non perdere la speranza; anche san Giuseppe ha avuto momenti difficili, ma non ha mai perso la fiducia e ha saputo superarli, nella certezza che Dio non ci abbandona. E poi vorrei rivolgermi in particolare a voi ragazzi e ragazze a voi giovani: impegnatevi nel vostro dovere quotidiano, nello studio, nel lavoro, nei rapporti di amicizia, nell’aiuto verso gli altri; il vostro avvenire dipende anche da come sapete vivere questi preziosi anni della vita. Non abbiate paura dell’impegno, del sacrificio e non guardate con paura al futuro; mantenete viva la speranza: c’è sempre una luce all’orizzonte.

21 dicembre 2014

Luigino #Bruni: «Se vuoi capire a che livello di bene comune è una società guarda come tratta i suoi poveri»


Questo testo è stato pubblicato sul Corriere della Valle della scorsa settimana.

L’Economia è stata la grande protagonista della terza conferenza che giovedì scorso ha concluso il ciclo di incontri, organizzato dalla Diocesi di Aosta, di «Fede e Scienza», dedicati alla conoscenza e all'approfondimento dell'esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium, in particolare del quarto capitolo "La dimensione sociale del l'evangelizzazione". Titolo dell’appuntamento al De la Ville: «L'economia di Francesco e le sfide dell'oggi». Relatore Prof. Luigino BRUNI, Professore ordinario di economia politica all’ Università LUMSA di Roma. Economia che «troppo spesso – come ha detto introducendo l’ospite il Vescovo di Aosta, Mons. Franco Lovignana - consideriamo come un campo a lato del Vangelo tanto è vero che è spesso assente dalla catechesi». E proprio per evidenziarne la centralità il Vescovo ha citato un passaggio dell’Evangelii Gaudium dove Papa Francesco scrive «dobbiamo convincerci che la carità è il rapporto non soltanto delle micro relazioni, rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici. E’ indispensabile che i governanti e il potere finanziario alzino lo sguardo e amplino le loro prospettive. Che facciano in modo che ci sia un lavoro degno, istruzione, assistenza sanitaria per tutti. E perché non ricorrere a Dio affinché ispiri i loro piani? Sono convinto che a partire da un’apertura alla trascendenza potrebbe formarsi una nuova mentalità politica ed econo­mica che aiuterebbe a superare la dicotomia asso­luta tra l’economia e il bene comune sociale».

Tre premesse
Bruni, fra l’altro coordinatore della Commissione internazionale di Comunione, è partito da tre premesse per inquadrare l’esortazione del Papa che per il professore consiste prima di tutto in uno stimolo che il Pontefice dà anche al mondo degli economisti «in quanto il Papa in alcuni punti tocca temi di teoria economica». «La prima premessa – ha proseguito Bruni – è dunque che l’economia è importante per i cristiani. Non è un caso. Già nel paragrafo 2 si parla di consumo. E io non posso che gioire questa scelta. Senza economia non si fa bene comune. E in questi tempi in cui c’è molta crisi economica, c’è pure una giusta diffidenza verso l’economia, non dobbiamo fare l’errore di immagine che ci possa essere una buona società senza una buona economia e senza una buona finanza. Oggi, come ieri, l’economia è fondamentale per il bene comune. Senza una prassi economica diversa i cristiani non possono cambiare l’economia». La seconda premessa è che Papa Francesco «usa la povertà come una prospettiva sul mondo. Guarda il mondo dalla prospettiva di Lazzaro e non del ricco Epulone. La povertà è un giudizio sul mondo, non è semplicemente un problema per le persone che sono sotto una determinata soglia di reddito. Se noi oggi vogliamo capire il mondo dobbiamo guardare i poveri. Sotto il tavolo dove sta Lazzaro vedi dimensioni che non vedi da sopra».

 Il Papa per Bruni utilizza la categoria della povertà per dire la sua sul capitalismo. «La povertà – prosegue il professore - è il centro del patto sociale. Se vuoi capire una società a che livello è di bene comune guarda come tratta i poveri. Ecco perché oggi considero Papa Francesco il principale critico del capitalismo e dice che deve trasformarsi in qualcos’altro in quanto produce esclusione, crea vinti». L’ultima premessa è che dietro a tutta l’esortazione c’è la questione antropologica, la grande domanda: «la persona che cos’è?». E Papa Francesco ha un’idea molto chiara di cosa sia l’essere umano. «Nel primo capitolo del Genesi quando Dio crea l’uomo dice che è “cosa molto buona”, mentre prima diceva soltanto cosa buona. Quel molto vuol dire quasi tutto. Cioè che per quanto possa essere bella la Valle d’Aosta, è meno bella di Maria che vive come barbona alla Stazione Termini. C’è cioè nell’essere umano una bellezza che supera tutte le bellezze del creato. C’è una bontà dell’essere umano che è più grande dei vizi, delle malattie, dei problemi. Caino arriva dopo l’Adam, nel quarto capitolo, dove per la prima volta compare la parola peccato, e non uccide questa immensa vocazione che c’è. Anche l’autore biblico se avesse guardato il suo tempo avrebbe dovuto partire da Caino eppure non lo fa. Di qui anche lo sguardo generoso e buono del magistero di questo Papa sull’uomo. E anche noi siamo chiamati ad avere questo sguardo sul mondo. Soltanto così è possibile un’economia diversa, di comunione, sociale. E’ possibile il bene comune perché c’è questa visione biblica. Altrimenti saremmo destinati ad un mondo in mano agli interessi e alle cattiverie». Per Bruni il cristiano deve guardare al mondo in maniera più positiva. «La prima cura è lo sguardo in quanto c’è un cinismo, uno scetticismo civile in Italia che è spaventoso. Invece di guardare al mio vicino come ad un alleato per il bene comune penso a lui come ad un evasore. Questo significa declino dei popoli. In un ‘Italia che soffre per un eccessivo pessimismo il cristiano dice che si può sperare, che c’è tanta bellezza nel mondo».

L’esortazione
Bruni affronta l’esortazione a partire dal tema della carità. «Una carità che non è un fatto privato, ma è capace di cambiare le relazioni sociali, politiche ed economiche è un concetto fondamentale». Ma che cosa è carità? «Caritas è una parola latina che è la traduzione di due parole greche. Non solo di agape, ma pure di Karis. Nel mondo greco l’amore poteva essere detto in due modi: eros e philia. L’eros era una reciprocità diretta, biunivoca, esclusiva, dove l’altro viene amato perché ci colma una indigenza, ci sazia, riaccendendolo, un desiderio vitale. Nella philia greca (che assomiglia a ciò che oggi chiamiamo amicizia), la reciprocità è più articolata: si tollera la mancata risposta dell’altro, non si fanno sempre i conti di dare e di avere, e si può perdonare molte volte. I cristiani devono esprimersi in greco ma l’amore che avevano sperimentato con Gesù non poteva essere espresso attraverso philia e eros in quanto non esprimevano l’amore per il nemico». Questa nuova parola fu agape, non del tutto inedita nel vocabolario greco, ma nuovi furono l’uso e il significato che le attribuirono i cristiani. Ma poi nacque il problema di tradurla in latino. «E la scelta – continua Bruni - cadde sulla parola charitas, che nei primi tempi era scritta con l’acca, una lettera tutt’altro che muta, perché diceva molte cose. Innanzitutto che quella charitas non era né amor né amicitia, era qualcos’altro. Poi che quella charitas non era più la caritas dei mercanti romani, che la usavano per esprimere il valore dei beni (ciò che costa molto, che è “caro”). Ma quell’acca voleva anche ricordare che charitas rimandava anche ad una altra grande parola greca:charis, grazia, gratuità. Non c’è agape senza charis, né charis senza agape. Una dimensione dell’amore che ti porta oltre le equivalenze, oltre la condizionalità. Il problema grande dell’amore umano è che la gente ama se è riamata».
Così la philia può perdonare fino a sette volte, l’agape fino a settanta volte sette; la philia dona la tunica, l’agape anche il mantello; la philia fa un miglio con l’amico, l’agape due, e anche col non–amico. L’eros sopporta, spera, copre poco; la philia copre, sopporta, spera molto; l’agape spera, copre e sopporta tutto. «Eppure gli esseri umani – aggiunge Bruni - sono capaci di atti più grandi di questo in quanto sono ad immagine di Dio e sono capaci di atti senza reciprocità. Di andare avanti da soli. Sono quelli che in contesti di illegalità pagano le tasse. Sanno che sono gli unici ma lo fanno lo stesso. La forma d’amore dell’agape è anche una grande forza di azione e di cambiamento economico e civile, capace di spezzare le trappole di povertà. La carità è dunque una forza straordinaria».

La cultura idolatrica
Bruni cita Papa Francesco quando al secondo capitolo dell’esortazione scrive “questa civiltà ha posto il consumo al centro e ha subordinato tutte le altre dimensioni della vita al consumo”. «Ed è verissimo – aggiunge –. Appena arrivi ad Aosta che cosa vedi? I centri commerciali. Ciò che salta all’occhio oggi è il consumo non è il lavoro. Prima non era così. L’economista Federico Caffè diceva che bisognava far iniziare i corsi di economia non con il consumo ma con la produzione. Far vedere dove nasce il valore. Poi questo valore viene distribuito. Il punto di partenza è come nasce il reddito, come si crea ricchezza. Invece tutta l’enfasi della cultura contemporanea è sul consumo. Tende a creare nei giovani l’idea che ci possa essere consumo senza lavoro. Il bombardamento è pubblicitario è tale che in qualche i soldi da qualche parte devono arrivare». 

Di qui l’idea che la nostra società stia vivendo dentro ad una cultura idolatrica, un concetto ripreso molte volte dal Papa. «per capire meglio questo – spiega Bruni – si deve leggere il libro dell’Esodo. La grande fatica che ha fatto il popolo di Israele è stata quella di dire il nostro Dio non è un idolo. E’ questa la nostra grande tentazione, non tanto l’abbandono di Dio per un idolo, quanto il far diventare Dio il vitello d’oro. Se avviene questo non c’è più conversione. Ti accontenti. Il popolo d’Israele ha fatto sempre una grande fatica a salvare la sua religione-fede diversa. Il suo è il Dio della vita che però non può essere rappresentato con i simboli della vita e della fertilità (tori, donne); è il Dio della voce che però solo Mosè riesce ad ascoltare; è il Dio che ha svelato il suo nome, un nome però impronunciabile. Troppo diverso, troppo nuovo. E anche oggi la nostra non è una cultura atea, ma idolatrica. Oggi il denaro permette di comprare tutto e così il denaro diventa tutto».

La prima nota di fondo di tutti i regimi idolatrici è proprio l’assenza di gratuità, che è invece la prima dimensione della fede biblica. La creazione è dono, l’alleanza è dono, la promessa è dono, la lotta all’idolatria è dono. Gratuità è l’altro nome di YHWH. La cultura dell’idolo odia il dono. «La gratuità – precisa Bruni – è una categoria economica, diversamente non serve a niente. E’ l’eccedenza rispetto ai contratti, al potere, ai comandi. E’ la differenza tra il professor Bruni e Luigino, cioè ciò che ti spinge a dare il meglio che hai ai tuoi studenti. Questo può essere soltanto dono. E questo è ciò che fa di un’impresa un luogo bello o brutto e se io dai lavoratori non ho questa voglia di vivere io non ho nulla, soltanto il contratto. La gratuità è questa eccedenza rispetto al doveroso. La famiglia è una scuola di gratuità, cioè il luogo dove impari che alcune cose vanno fatte in sé non perché c’è uno che ti paga. E quando questo manca l’impresa fallisce». 

Oggi però manca la capacità di vedere il dono che c’è nel lavoro e questo fa sì che «la gente non si senta ringraziata abbastanza». Non è un caso che il lavoro sia una grande parola di questa esortazione. «Finché la nostra politica non imparerà a guardare il lavoro così, e continuerà a guardare gli insegnanti come fannulloni, non farà nessuna riforma. In quanto la prima riforma parte dalla stima delle persone. Se tu non ti senti stimato non dai il meglio di te». 

L’esortazione si conclude con un paragrafo dal titolo «il tempo è superiore allo spazio». Ma che cosa vuol dire questo per l’economia. «Dietro all’idea del sabato – ha concluso Bruni - c’è il concetto biblico che il tempo e la terra non sono tuoi, ma sono dono e, quindi, ti devi fermare. Il riportare il tempo al centro del sistema economico implica dei concetti fondamentali: il primo è che i profitti delle imprese devono guardare al lungo periodo. Le imprese non possono giudicare i manager a tre mesi, diversamente è predatoria. Oggi abbiamo impoverito l’economia perché abbiamo reso troppo veloce il rapporto tra investimento e ritorno. E così i nostri imprenditori hanno smesso di investire nel lavoro e hanno iniziato a investire nella finanza speculativa che era molto più redditizia. Questo vale moltissimo per i giovani. Vanno attesi non possono avere esperienza se devono iniziare a lavorare. Serve una cultura dell’ospitalità aziendale. Un patto vero che dà modo ad un giovane di diventare un lavoratore semplicemente lavorando. Il grande problema del mestiere oggi è che i giovani non hanno mestieri. Per fare questo servono imprese pazienti». 

2 novembre 2014

I fratelli e le sorelle che ci hanno preceduto sull’altra riva…

In questo giorno in cui preghiamo per i nostri cari su suggerimento delle Monache benedettine di Saint-Oyen ti propongo queste parole dette da Papa Francesco durante l'omelia del 1° Novembre.

«A quest’ora, prima del tramonto, in questo cimitero ci raccogliamo e pensiamo al nostro futuro, pensiamo a tutti quelli che se ne sono andati, che ci hanno preceduto nella vita e sono nel Signore.
È tanto bella quella visione del Cielo: il Signore Dio, la bellezza, la bontà, la verità, la tenerezza, l’amore pieno. Ci aspetta tutto questo. Quelli che ci hanno preceduto e sono morti nel Signore sono là. Essi proclamano che sono stati salvati non per le loro opere – hanno fatto anche opere buone – ma sono stati salvati dal Signore. È Lui che ci salva, è Lui che alla fine della nostra vita ci porta per mano come un papà, proprio in quel Cielo dove sono i nostri antenati.

Oggi, proprio nel giorno dei Santi e prima del giorno dei Morti, è necessario pensare un po’ alla speranza: questa speranza che ci accompagna nella vita. I primi cristiani dipingevano la speranza con un’ancora, come se la vita fosse l’ancora gettata nella riva del Cielo e tutti noi incamminati verso quella riva, aggrappati alla corda dell’ancora. Questa è una bella immagine della speranza: avere il cuore ancorato là dove sono i nostri antenati, dove sono i Santi, dove è Gesù, dove è Dio. Questa è la speranza che non delude; oggi e domani sono giorni di speranza. La speranza è un po’ come il lievito, che ti fa allargare l’anima; ci sono momenti difficili nella vita, ma con la speranza l’anima va avanti e guarda a ciò che ci aspetta. Oggi è un giorno di speranza. I nostri fratelli e sorelle sono alla presenza di Dio e anche noi saremo lì, per pura grazia del Signore, se cammineremo sulla strada di Gesù.


In questo pre-tramonto d’oggi, ognuno di noi può pensare al tramonto della sua vita: “Come sarà il mio tramonto?”. Tutti noi avremo un tramonto, tutti! Lo guardo con speranza? Lo guardo con quella gioia di essere accolto dal Signore? Questo è un pensiero cristiano, che ci da pace. Oggi è un giorno di gioia, ma di una gioia serena, tranquilla, della gioia della pace. Pensiamo al tramonto di tanti fratelli e sorelle che ci hanno preceduto, pensiamo al nostro tramonto, quando verrà. E pensiamo al nostro cuore e domandiamoci: “Dove è ancorato il mio cuore?”. Se non fosse ancorato bene, ancoriamolo là, in quella riva, sapendo che la speranza non delude perché il Signore Gesù non delude». 

8 ottobre 2014

#Savethedate: #Bressan, #Truffelli e #Bruni a Fede e Scienza: venerdì 10 ottobre la prima conferenza



Il mio editoriale-invito di questa settimana sul Corriere della Valle.

Anche quest’anno la Diocesi di Aosta ripropone una serie di incontri sul tema «FEDE e SCIENZA». Filo rosso delle tre conferenze di quest’anno il mettersi alla scuola di Papa Francesco ed in particolare dell’esortazione Evangelii Gaudium, dove al capitolo quarto “La dimensione sociale dell’evangelizzazione”, fra l’altro, si legge: «L’accettazione del primo annuncio, che invita a lasciarsi amare da Dio e ad amarlo con l’amore che Egli stesso ci comunica, provoca nella vita della persona e nelle sue azioni una prima e fondamentale reazione: desiderare, cercare, e avere a cuore il bene degli altri».

 Gli incontri si terranno presso il Cinéma Théâtre de la Ville (Aosta, via Xavier de Maistre 21) alle ore 20.45 e come già negli anni passati saranno trasmessi in diretta su Radio Proposta in Blu, a partire dalle 20,30 e condotti dall'autore di questo blog. Come sempre le conferenze vedranno anche un significativo impegno della redazione del settimanale diocesano nel rendere disponibili i contenuti degli interventi dei relatori in modo che chi non potesse essere presente possa, almeno in parte, recuperarne la ricchezza, e chi era presente riflettervi ulteriormente.

Il ciclo inizia questo Venerdì 10 ottobre, il Prof. Mons. Luca Bressan, Teologo e Vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione sociale dell’Arcidiocesi di Milano, interverrà sul tema «”Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione” (EG 83). Una Chiesa in uscita: le sue sfide, il suo futuro», sarà una sorta di inquadramento del documento.

Giovedì 30 ottobre il Prof. Matteo Truffelli, Docente di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università di Parma e Presidente Nazione dell’Azione Cattolica, affronterà il tema «”Il tutto è superiore alla parte” (EG 234). Evangelii Gaudium e bene comune».

Infine, Venerdì 14 novembre, il Prof. Luigino Bruni, Economista, Professore ordinario di Economia aziendale e bancaria presso l’Università LUMSA di Roma interverrà sul tema «L’economia di Francesco e le sfide dell’oggi».

In merito all’insegnamento della Chiesa sulle questioni sociali nella Evangelii Gaudium il Papa scrive: «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Chi oserebbe rinchiudere in un tempio e far tacere il messaggio di san Francesco di Assisi e della beata Teresa di Calcutta? Essi non potrebbero accettarlo. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra. Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli. Sebbene “il giusto ordine della società e dello Stato sia il compito principale della politica”, la Chiesa “non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia”. Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore. Di questo si tratta, perché il pensiero sociale della Chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza che sgorga dal cuore pieno d’amore di Gesù Cristo». 

26 novembre 2013

Papa #Francesco: «Questa #economia uccide» | No a un denaro che governa invece di servire

Nella prima Esortazione Apostolica di Papa Francesco «Evangelii Gaudium» la Parola «Economia» compare 15 volte. E in particolare sono tre i paragrafi dove la si trova con più frequenza e che voglio sottoporre all'attenzione dei visitatori del mio blog...

No a un’economia dell’esclusione

53.
Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

54.
In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.

No alla nuova idolatria del denaro

55.
Una delle cause di questa situazione si trova nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo.

56.
Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto. A tutto ciò si aggiunge una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali. La brama del potere e dell’avere non conosce limiti. In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta.

No a un denaro che governa invece di servire

57.
Dietro questo atteggiamento si nascondono il rifiuto dell’etica e il rifiuto di Dio. All’etica si guarda di solito con un certo disprezzo beffardo. La si considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la manipolazione e la degradazione della persona. In definitiva, l’etica rimanda a un Dio che attende una risposta impegnativa, che si pone al di fuori delle categorie del mercato. Per queste, se assolutizzate, Dio è incontrollabile, non manipolabile, persino pericoloso, in quanto chiama l’essere umano alla sua piena realizzazione e all'indipendenza da qualunque tipo di schiavitù. L’etica – un’etica non ideologizzata – consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano. In tal senso, esorto gli esperti finanziari e i governanti dei vari Paesi a considerare le parole di un saggio dell’antichità: «Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro».

58.
Una riforma finanziaria che non ignori l’etica richiederebbe un vigoroso cambio di atteggiamento da parte dei dirigenti politici, che esorto ad affrontare questa sfida con determinazione e con lungimiranza, senza ignorare, naturalmente, la specificità di ogni contesto. Il denaro deve servire e non governare! Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano.

14 ottobre 2013

Giornata nazionale del #Ringraziamento: Giovani protagonisti nell'#agricoltura

E' stato diffuso in questi giorni il Messaggio della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace per la 63ª Giornata nazionale del Ringraziamento che sarà celebrata il 10 novembre. Il tema è particolarmente suggestivo - «Giovani protagonisti nell’agricoltura» - di conseguenza ho voluto ospitarlo nel mio blog.

Carissimi giovani,
ci rivolgiamo direttamente a voi quest’anno, in occasione della Giornata nazionale del Ringraziamento per i frutti della terra, come Vescovi incaricati della pastorale sociale e del lavoro.

Lo facciamo avendo davanti a noi in primo luogo l’icona di Martino, giovane ufficiale romano, che, di fronte alle necessità di un povero infreddolito, taglia il suo mantello in due e lo condivide, donando un raggio di sole e di calore che resterà sempre impresso nella memoria di tutti noi. San Martino ci insegna a vivere la vita come un dono, facendo sgorgare la speranza laddove la speranza sembra non esserci.

Ci colleghiamo così alle costanti esortazioni di Papa Francesco: “Prima di tutto, vorrei dire una cosa, a tutti voi giovani: non lasciatevi rubare la speranza! Per favore, non lasciatevela rubare! E chi ti ruba la speranza? Lo spirito del mondo, le ricchezze, lo spirito della vanità, la superbia, lo spirito del benessere, che alla fine ti porta a diventare un niente nella vita” (Discorso agli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia e in Albania, 7 giugno 2013). Questo appello è stato rilanciato ai giovani di tutto il mondo, in occasione della veglia di preghiera a Copacabana: “Cari amici, non dimenticate: siete il campo della fede! Siete gli atleti di Cristo! Siete i costruttori di una Chiesa più bella e di un mondo migliore!” (Veglia di preghiera con i giovani, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013).

Atleta era Martino, atleti siete voi, carissimi giovani, che avete scelto di restare nella vostra terra per lavorare i campi, con dignità e qualità, per fare della vostra campagna un vero giardino. Vi siamo grati e sentiamo che questa vostra vocazione rinnova l’intera società, perché il ritorno alla terra cambia radicalmente un paese e produce benessere per tutti, ravviva la luce negli occhi degli anziani, che non vedono morire i loro sforzi, interpella i responsabili delle istituzioni. Abbiate consapevolezza di essere persone che vanno controcorrente, come vi ha esortato il Papa: “Voi giovani, siate i primi: andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!” (Angelus, 23 giugno 2013).

Certo, tra voi c’è anche chi lavora in campagna rassegnato, perché non ha trovato altro e forse vorrebbe una realtà di lavoro diversa, magari più gratificante. Ci permettiamo di esortarvi: non rassegnatevi, ma siate protagonisti, trasformando la necessità in scelta, immettendo in essa una crescente motivazione che si farà qualità di vita per voi, per le vostre famiglie, per i vostri paesi.

Pensiamo anche ai giovani immigrati, che lavorano nei campi, negli allevamenti, nella raccolta della frutta. Anche a voi suggeriamo di fare di tutto per esprimere una qualità e una professionalità crescente, in particolare attraverso lo studio e la conoscenza delle lingue, per farvi apprezzare ed entrare così a fronte alta nel mercato del lavoro rurale, che vi riconosce ormai indispensabili.

Agli imprenditori agricoli italiani chiediamo di valorizzare la passione lavorativa di chi arriva nelle nostre terre, creando le condizioni per un’inclusione e un’integrazione graduale, consapevoli che solo così tutti ne avranno vantaggio. Non ci sia sfruttamento, ma rispetto, valorizzazione e dignità. 
Alla luce dell’ascolto quotidiano che, come Vescovi, compiamo nelle visite pastorali, all'interno della realtà rurale delle nostre diocesi, ci sembra poi opportuno indicare una serie di limiti e di freni che incontrano oggi i giovani che desiderano ritornare alla terra e suggerire alcune attenzioni necessarie.

1 – Non sempre, nelle famiglie e nelle scuole, c’è stima adeguata per chi sceglie di fare l’imprenditore agricolo. Per questo è importante alimentare l’apprezzamento, da parte di tutta la società, per il lavoro della terra, affinché sia considerato come ogni altra vocazione e tutti i lavoratori vedano riconosciuta la stessa dignità, anche in termini economici.

2 – La burocrazia è spesso lenta e impacciata nell’attuazione di miglioramenti fondiari; le risorse finanziarie sono difficilmente reperibili; il credito non viene concesso agevolmente dalle banche. Tutto questo chiede che le nostre comunità cristiane accompagnino i giovani impegnati nel lavoro dei campi. Ci permettiamo anche un appello, rispettoso ma convinto, a chi va in pensione, affinché metta gratuitamente a disposizione dei giovani la propria esperienza imprenditoriale o amministrativa, aiutando così quel volontariato intellettuale da parte degli adulti che è il più bel contributo per la crescita del bene comune.

3 – Perché si freni lo spopolamento dei nostri paesi di montagna, è urgente investire sulle comunicazioni, sia nelle strade che nella rete telematica: diversamente, i nostri giovani saranno invogliati a cercare altrove possibilità di lavoro. Solo la permanenza dei giovani nei paesi, con la formazione di nuove famiglie, rallenterà lo spopolamento dei nostri centri.

4 – Chiediamo che le associazioni e i movimenti cattolici accompagnino i giovani imprenditori agricoli, creando per loro gruppi di sostegno sparsi nel territorio, utilizzando anche le nuove tecnologie telematiche. Nessuno da solo può pensare di restare sulla terra come imprenditore agricolo: troppe sono le fatiche e gli ostacoli. I giovani vanno spronati a fare alleanza fra le generazioni, come ci insegnano gli Orientamenti pastorali per questo decennio (cfr nn. 29 - 32).

5 – Fondamentale resta per ogni giovane il gesto di Martino: condividere quello che abbiamo, spartirlo fraternamente, poiché la fraternità è il fondamento e la via per la pace. Solo da questo stile di condivisione nascerà la fiducia nelle cooperative e nei consorzi, nei quali è possibile realmente diffondere il prodotto tipico di una terra, trasformandolo da marginale a identitario.

In questa Giornata ci sentiamo particolarmente vicini, nelle nostre Chiese locali, a tutti gli agricoltori d’Italia. Ci uniamo a loro anzitutto nella preghiera, richiamata emblematicamente nel momento dell’Angelus, come ritratto ad esempio nella famosa tela del pittore Jean-François Millet. 

Agli agricoltori desideriamo esprimere poi la nostra gratitudine per la loro fatica. Il nostro grazie si unisce al Magnificat di Maria di Nazareth, giovane come voi, carissimi! Pronta allo stupore e sollecita verso la cugina Elisabetta, Maria ci rassicura con il suo canto di lode, perché anche i piccoli e i poveri possono vincere nella battaglia della vita. Vi indichiamo anche la figura di San Giuseppe, definito dal Papa “custode, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda e sa prendere le decisioni più sagge” (Omelia nella Santa Messa per l’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma, 19 marzo 2013).
Vi benediciamo con affetto.

Roma, 4 ottobre 2013
Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia




5 settembre 2013

#Digiuno e #preghiera per la pace in #Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero

La Diocesi di Aosta annuncia che con riferimento alla giornata di digiuno indetta dal Santo Padre Francesco per il 7 settembre 2013,
Papa Francesco
considerando che essa cadrebbe il giorno della solennità del Santo Patrono (la celebrazione presieduta da Mons. Franco Lovignana con la consegna della lettera pastorale inizierà alle 9,30 e sarà trasmessa in diretta da Radio Proposta in Blu), per la diocesi di Aosta la giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero viene anticipata a venerdì 6 settembre. Con questa precisa intenzione si svolgerà la preghiera della Route di San Grato la sera del medesimo giorno con ritrovo alle 20.30 presso la chiesa di Pila.

Raccogliendo l’invito di Papa Francesco affinché in ogni diocesi si organizzi «qualche atto liturgico secondo questa intenzione», i fedeli della diocesi di Aosta sono invitati a partecipare ai vespri e all'adorazione eucaristica, sabato 7 settembre 2013 alle ore 16.30 in cattedrale.

Questo blog vuole dare il suo piccolo contributo con due giorni di silenzio (il 6 e il 7 settembre) e un invito ad unirti al digiuno e alla preghiera per la Pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero.

Ti propongo anche di leggere l'intervento di Papa Francesco in cui ha annunciato la giornata di preghiera e digiuno.

7 luglio 2013

#Lumen Fidei: camminare verso un futuro di speranza

Ti propongo un passaggio della Lumen Fidei, l'ultima enciclica di Papa Francesco:


51. Proprio grazie alla sua connessione con l’amore (cfr Gal 5,6), la luce della fede si pone al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace. La fede nasce dall’incontro con l’amore originario di Dio in cui appare il senso e la bontà della nostra vita; questa viene illuminata nella misura in cui entra nel dinamismo aperto da quest’amore, in quanto diventa cioè cammino e pratica verso la pienezza dell’amore. La luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune. La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei. Senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura, ma non sulla bontà di vivere insieme, non sulla gioia che la semplice presenza dell’altro può suscitare. La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l’arte dell’edificazione, diventando un servizio al bene comune. Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza. La Lettera agli Ebrei offre un esempio al riguardo quando, tra gli uomini di fede, nomina Samuele e Davide, ai quali la fede permise di « esercitare la giustizia » (Eb 11,33). L’espressione si riferisce qui alla loro giustizia nel governare, a quella saggezza che porta la pace al popolo (cfr 1 Sam 12,3-5; 2 Sam 8,15). Le mani della fede si alzano verso il cielo, ma lo fanno mentre edificano, nella carità, una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento.

1 maggio 2013

Buon 1° Maggio!

«Il lavoro ci dà la dignità! Chi lavora è degno, ha una dignità speciale, una dignità di persona: l’uomo e la donna che lavorano sono degni. Invece quelli che non lavorano non hanno questa dignità. Ma tanti sono quelli che vogliono lavorare e non possono. Questo è un peso per la nostra coscienza, perché quando la società è organizzata in tal modo, che non tutti hanno la possibilità di lavorare, di essere unti della dignità del lavoro, quella società non va bene: non è giusta! Va contro lo stesso Dio, che ha voluto che la nostra dignità incominci di qua». 
(Papa Francesco - Messa del 1° Maggio - dal sito di Radio Vaticana)
 

© ImpresaVda Template by Netbe siti web