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21 novembre 2016

#Giubileo «Dio crede che è sempre possibile rialzarsi»


Dall'omelia di Papa Francesco in occasione della Santa Messa di chiusura del Giubileo

Nel Vangelo compare un altro personaggio, più vicino a Gesù, il malfattore che lo prega dicendo: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42). Questa persona, semplicemente guardando Gesù, ha creduto nel suo regno. E non si è chiuso in se stesso, ma con i suoi sbagli, i suoi peccati e i suoi guai si è rivolto a Gesù. Ha chiesto di esser ricordato e ha provato la misericordia di Dio: «oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43). Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi. Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi.

Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva. Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza. Come Dio crede in noi stessi, infinitamente al di là dei nostri meriti, così anche noi siamo chiamati a infondere speranza e a dare opportunità agli altri. Perché, anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza.

2 novembre 2015

2 Novembre: un giorno che si illumina di un senso profondo...

Oggi, alle 15, Mons. Lovignana, nel cimitero di Aosta, presiederà la Santa Messa per la Commemorazione di tutti i Fedeli defunti: La celebrazione sarà trasmessa in diretta da Radio Proposta in Blu. Ti propongo un passaggio della riflessione proposta da don Aldo Armellin sul Corriere della Valle attualmente in edicola.

«Se il due novembre andiamo al cimitero e guardiamo senza fretta quelle lapidi che segnano la vita e la morte
dei nostri cari, allora questo giorno si illumina di un senso profondo. Emergono ricordi e momenti vissuti insieme. Facendo realmente memoria di una relazione vissuta per anni con la sua storia di comprensioni e incomprensioni e insieme alla tristezza per un legame interrotto affiora il volto di chi non è più visibilmente
con te: e guardando e pensando a quel volto nasce un senso di gratitudine. Sì, perché è grazie al loro amore, alla cura che hanno avuto per noi, alle parole di vita che ci hanno trasmesso, pur con i loro limiti e difetti,
che siamo in positivo quello che riconosciamo di essere».

1 novembre 2015

Solennità di Tutti i Santi


I Santi non sono superuomini, né sono nati perfetti. Sono come noi, come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze. Ma cosa ha cambiato la loro vita? Quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace. Questa è la vita dei Santi: persone che per amore di Dio nella loro vita non hanno posto condizioni a Lui; non sono stati ipocriti; hanno speso la loro vita al servizio degli altri per servire il prossimo; hanno sofferto tante avversità, ma senza odiare. I Santi non hanno mai odiato. Capite bene questo: l’amore è di Dio, ma l’odio da chi viene? L’odio non viene da Dio, ma dal diavolo! E i Santi si sono allontanati dal diavolo; i Santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri. Mai odiare, ma servire gli altri, i più bisognosi; pregare e vivere nella gioia; questa è la strada della santità!

Papa Francesco, Angelus 1° Novembre 2013

21 dicembre 2014

Luigino #Bruni: «Se vuoi capire a che livello di bene comune è una società guarda come tratta i suoi poveri»


Questo testo è stato pubblicato sul Corriere della Valle della scorsa settimana.

L’Economia è stata la grande protagonista della terza conferenza che giovedì scorso ha concluso il ciclo di incontri, organizzato dalla Diocesi di Aosta, di «Fede e Scienza», dedicati alla conoscenza e all'approfondimento dell'esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium, in particolare del quarto capitolo "La dimensione sociale del l'evangelizzazione". Titolo dell’appuntamento al De la Ville: «L'economia di Francesco e le sfide dell'oggi». Relatore Prof. Luigino BRUNI, Professore ordinario di economia politica all’ Università LUMSA di Roma. Economia che «troppo spesso – come ha detto introducendo l’ospite il Vescovo di Aosta, Mons. Franco Lovignana - consideriamo come un campo a lato del Vangelo tanto è vero che è spesso assente dalla catechesi». E proprio per evidenziarne la centralità il Vescovo ha citato un passaggio dell’Evangelii Gaudium dove Papa Francesco scrive «dobbiamo convincerci che la carità è il rapporto non soltanto delle micro relazioni, rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici. E’ indispensabile che i governanti e il potere finanziario alzino lo sguardo e amplino le loro prospettive. Che facciano in modo che ci sia un lavoro degno, istruzione, assistenza sanitaria per tutti. E perché non ricorrere a Dio affinché ispiri i loro piani? Sono convinto che a partire da un’apertura alla trascendenza potrebbe formarsi una nuova mentalità politica ed econo­mica che aiuterebbe a superare la dicotomia asso­luta tra l’economia e il bene comune sociale».

Tre premesse
Bruni, fra l’altro coordinatore della Commissione internazionale di Comunione, è partito da tre premesse per inquadrare l’esortazione del Papa che per il professore consiste prima di tutto in uno stimolo che il Pontefice dà anche al mondo degli economisti «in quanto il Papa in alcuni punti tocca temi di teoria economica». «La prima premessa – ha proseguito Bruni – è dunque che l’economia è importante per i cristiani. Non è un caso. Già nel paragrafo 2 si parla di consumo. E io non posso che gioire questa scelta. Senza economia non si fa bene comune. E in questi tempi in cui c’è molta crisi economica, c’è pure una giusta diffidenza verso l’economia, non dobbiamo fare l’errore di immagine che ci possa essere una buona società senza una buona economia e senza una buona finanza. Oggi, come ieri, l’economia è fondamentale per il bene comune. Senza una prassi economica diversa i cristiani non possono cambiare l’economia». La seconda premessa è che Papa Francesco «usa la povertà come una prospettiva sul mondo. Guarda il mondo dalla prospettiva di Lazzaro e non del ricco Epulone. La povertà è un giudizio sul mondo, non è semplicemente un problema per le persone che sono sotto una determinata soglia di reddito. Se noi oggi vogliamo capire il mondo dobbiamo guardare i poveri. Sotto il tavolo dove sta Lazzaro vedi dimensioni che non vedi da sopra».

 Il Papa per Bruni utilizza la categoria della povertà per dire la sua sul capitalismo. «La povertà – prosegue il professore - è il centro del patto sociale. Se vuoi capire una società a che livello è di bene comune guarda come tratta i poveri. Ecco perché oggi considero Papa Francesco il principale critico del capitalismo e dice che deve trasformarsi in qualcos’altro in quanto produce esclusione, crea vinti». L’ultima premessa è che dietro a tutta l’esortazione c’è la questione antropologica, la grande domanda: «la persona che cos’è?». E Papa Francesco ha un’idea molto chiara di cosa sia l’essere umano. «Nel primo capitolo del Genesi quando Dio crea l’uomo dice che è “cosa molto buona”, mentre prima diceva soltanto cosa buona. Quel molto vuol dire quasi tutto. Cioè che per quanto possa essere bella la Valle d’Aosta, è meno bella di Maria che vive come barbona alla Stazione Termini. C’è cioè nell’essere umano una bellezza che supera tutte le bellezze del creato. C’è una bontà dell’essere umano che è più grande dei vizi, delle malattie, dei problemi. Caino arriva dopo l’Adam, nel quarto capitolo, dove per la prima volta compare la parola peccato, e non uccide questa immensa vocazione che c’è. Anche l’autore biblico se avesse guardato il suo tempo avrebbe dovuto partire da Caino eppure non lo fa. Di qui anche lo sguardo generoso e buono del magistero di questo Papa sull’uomo. E anche noi siamo chiamati ad avere questo sguardo sul mondo. Soltanto così è possibile un’economia diversa, di comunione, sociale. E’ possibile il bene comune perché c’è questa visione biblica. Altrimenti saremmo destinati ad un mondo in mano agli interessi e alle cattiverie». Per Bruni il cristiano deve guardare al mondo in maniera più positiva. «La prima cura è lo sguardo in quanto c’è un cinismo, uno scetticismo civile in Italia che è spaventoso. Invece di guardare al mio vicino come ad un alleato per il bene comune penso a lui come ad un evasore. Questo significa declino dei popoli. In un ‘Italia che soffre per un eccessivo pessimismo il cristiano dice che si può sperare, che c’è tanta bellezza nel mondo».

L’esortazione
Bruni affronta l’esortazione a partire dal tema della carità. «Una carità che non è un fatto privato, ma è capace di cambiare le relazioni sociali, politiche ed economiche è un concetto fondamentale». Ma che cosa è carità? «Caritas è una parola latina che è la traduzione di due parole greche. Non solo di agape, ma pure di Karis. Nel mondo greco l’amore poteva essere detto in due modi: eros e philia. L’eros era una reciprocità diretta, biunivoca, esclusiva, dove l’altro viene amato perché ci colma una indigenza, ci sazia, riaccendendolo, un desiderio vitale. Nella philia greca (che assomiglia a ciò che oggi chiamiamo amicizia), la reciprocità è più articolata: si tollera la mancata risposta dell’altro, non si fanno sempre i conti di dare e di avere, e si può perdonare molte volte. I cristiani devono esprimersi in greco ma l’amore che avevano sperimentato con Gesù non poteva essere espresso attraverso philia e eros in quanto non esprimevano l’amore per il nemico». Questa nuova parola fu agape, non del tutto inedita nel vocabolario greco, ma nuovi furono l’uso e il significato che le attribuirono i cristiani. Ma poi nacque il problema di tradurla in latino. «E la scelta – continua Bruni - cadde sulla parola charitas, che nei primi tempi era scritta con l’acca, una lettera tutt’altro che muta, perché diceva molte cose. Innanzitutto che quella charitas non era né amor né amicitia, era qualcos’altro. Poi che quella charitas non era più la caritas dei mercanti romani, che la usavano per esprimere il valore dei beni (ciò che costa molto, che è “caro”). Ma quell’acca voleva anche ricordare che charitas rimandava anche ad una altra grande parola greca:charis, grazia, gratuità. Non c’è agape senza charis, né charis senza agape. Una dimensione dell’amore che ti porta oltre le equivalenze, oltre la condizionalità. Il problema grande dell’amore umano è che la gente ama se è riamata».
Così la philia può perdonare fino a sette volte, l’agape fino a settanta volte sette; la philia dona la tunica, l’agape anche il mantello; la philia fa un miglio con l’amico, l’agape due, e anche col non–amico. L’eros sopporta, spera, copre poco; la philia copre, sopporta, spera molto; l’agape spera, copre e sopporta tutto. «Eppure gli esseri umani – aggiunge Bruni - sono capaci di atti più grandi di questo in quanto sono ad immagine di Dio e sono capaci di atti senza reciprocità. Di andare avanti da soli. Sono quelli che in contesti di illegalità pagano le tasse. Sanno che sono gli unici ma lo fanno lo stesso. La forma d’amore dell’agape è anche una grande forza di azione e di cambiamento economico e civile, capace di spezzare le trappole di povertà. La carità è dunque una forza straordinaria».

La cultura idolatrica
Bruni cita Papa Francesco quando al secondo capitolo dell’esortazione scrive “questa civiltà ha posto il consumo al centro e ha subordinato tutte le altre dimensioni della vita al consumo”. «Ed è verissimo – aggiunge –. Appena arrivi ad Aosta che cosa vedi? I centri commerciali. Ciò che salta all’occhio oggi è il consumo non è il lavoro. Prima non era così. L’economista Federico Caffè diceva che bisognava far iniziare i corsi di economia non con il consumo ma con la produzione. Far vedere dove nasce il valore. Poi questo valore viene distribuito. Il punto di partenza è come nasce il reddito, come si crea ricchezza. Invece tutta l’enfasi della cultura contemporanea è sul consumo. Tende a creare nei giovani l’idea che ci possa essere consumo senza lavoro. Il bombardamento è pubblicitario è tale che in qualche i soldi da qualche parte devono arrivare». 

Di qui l’idea che la nostra società stia vivendo dentro ad una cultura idolatrica, un concetto ripreso molte volte dal Papa. «per capire meglio questo – spiega Bruni – si deve leggere il libro dell’Esodo. La grande fatica che ha fatto il popolo di Israele è stata quella di dire il nostro Dio non è un idolo. E’ questa la nostra grande tentazione, non tanto l’abbandono di Dio per un idolo, quanto il far diventare Dio il vitello d’oro. Se avviene questo non c’è più conversione. Ti accontenti. Il popolo d’Israele ha fatto sempre una grande fatica a salvare la sua religione-fede diversa. Il suo è il Dio della vita che però non può essere rappresentato con i simboli della vita e della fertilità (tori, donne); è il Dio della voce che però solo Mosè riesce ad ascoltare; è il Dio che ha svelato il suo nome, un nome però impronunciabile. Troppo diverso, troppo nuovo. E anche oggi la nostra non è una cultura atea, ma idolatrica. Oggi il denaro permette di comprare tutto e così il denaro diventa tutto».

La prima nota di fondo di tutti i regimi idolatrici è proprio l’assenza di gratuità, che è invece la prima dimensione della fede biblica. La creazione è dono, l’alleanza è dono, la promessa è dono, la lotta all’idolatria è dono. Gratuità è l’altro nome di YHWH. La cultura dell’idolo odia il dono. «La gratuità – precisa Bruni – è una categoria economica, diversamente non serve a niente. E’ l’eccedenza rispetto ai contratti, al potere, ai comandi. E’ la differenza tra il professor Bruni e Luigino, cioè ciò che ti spinge a dare il meglio che hai ai tuoi studenti. Questo può essere soltanto dono. E questo è ciò che fa di un’impresa un luogo bello o brutto e se io dai lavoratori non ho questa voglia di vivere io non ho nulla, soltanto il contratto. La gratuità è questa eccedenza rispetto al doveroso. La famiglia è una scuola di gratuità, cioè il luogo dove impari che alcune cose vanno fatte in sé non perché c’è uno che ti paga. E quando questo manca l’impresa fallisce». 

Oggi però manca la capacità di vedere il dono che c’è nel lavoro e questo fa sì che «la gente non si senta ringraziata abbastanza». Non è un caso che il lavoro sia una grande parola di questa esortazione. «Finché la nostra politica non imparerà a guardare il lavoro così, e continuerà a guardare gli insegnanti come fannulloni, non farà nessuna riforma. In quanto la prima riforma parte dalla stima delle persone. Se tu non ti senti stimato non dai il meglio di te». 

L’esortazione si conclude con un paragrafo dal titolo «il tempo è superiore allo spazio». Ma che cosa vuol dire questo per l’economia. «Dietro all’idea del sabato – ha concluso Bruni - c’è il concetto biblico che il tempo e la terra non sono tuoi, ma sono dono e, quindi, ti devi fermare. Il riportare il tempo al centro del sistema economico implica dei concetti fondamentali: il primo è che i profitti delle imprese devono guardare al lungo periodo. Le imprese non possono giudicare i manager a tre mesi, diversamente è predatoria. Oggi abbiamo impoverito l’economia perché abbiamo reso troppo veloce il rapporto tra investimento e ritorno. E così i nostri imprenditori hanno smesso di investire nel lavoro e hanno iniziato a investire nella finanza speculativa che era molto più redditizia. Questo vale moltissimo per i giovani. Vanno attesi non possono avere esperienza se devono iniziare a lavorare. Serve una cultura dell’ospitalità aziendale. Un patto vero che dà modo ad un giovane di diventare un lavoratore semplicemente lavorando. Il grande problema del mestiere oggi è che i giovani non hanno mestieri. Per fare questo servono imprese pazienti». 

28 novembre 2014

Giovedì 4 Dicembre Luigino #Bruni ad #Aosta: L'#economia di #Francesco e le sfide dell'oggi

Il ciclo di conferenze, organizzato dalla Diocesi di Aosta, dedicato alla conoscenza e all'approfondimento dell’esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium, in particolare del quarto capitolo “La dimensione sociale del l’evangelizzazione”, si conclude, giovedì 4 dicembre, alle 20,45, ad Aosta, presso il  Cinéma Théâtre de la Ville, con la conferenza del professor Luigino Bruni, Ordinario di Economia Politica dell'Università LUMSA di Roma, dal titolo «L’economia di Francesco e le sfide dell’oggi». La conferenza sarà trasmessa anche in diretta su Radio Proposta in Blu e per chi abita fuori valle è possibile seguirla in streaming. Come sempre il Corriere nel numero della prossima settimana darà ampio spazio all'evento.

Ma chi è Luigino Bruni?
Nato ad Ascoli Piceno, il 30 maggio 1966. Dal novembre 2012 Professore Ordinario di Economia Politica, presso il Dipartimento di Scienze economiche, politiche e delle lingue moderne, Università Lumsa di Roma. Da novembre 2010 Professore Ordinario idoneo (Concorso Università di Padova, Facoltà di Economia, primo classificato). Dal Febbraio 2005 a Ottobre 2012: Professore Associato di Economia Politica, presso la Facoltà di Economia, Università di Milano-Bicocca. 20012004: Ricercatore di Economia Politica, presso la Facoltà di Economia, Università di MilanoBicocca. Vicedirettore del Centro Interuniversitario ECONOMETICA. 
Questi sono alcune delle sue pubblicazioni: L'uomo spirituale e l'homo oeconomicus. Il cristianesimo e il denaro, con N. Riccardi, P. Rota Scalabrini, Sapientia, 2013; Economia con l’anima, Emi, Milano, 2013; Le prime radici. La via italiana alla cooperazione e al mercato, Il Margine, Trento, 2012; 5. Le nuove virtù del mercato, nell’era dei beni comuni, Città Nuova, Roma, 2012; 6. La leggerezza del ferro, Una introduzione alle teoria economica delle Organizzazioni a Movente Ideale, con A. Smerilli, Vita e Pensiero, Milano, 2011 (con A.Smerilli); Microeconomia, con L. Becchetti e S. Zamagni, Il Mulino, Bologna, 2010; L’Impresa civile, EgeaBocconi, Milano, 2009; Benedetta Economia, Cittanuova, Milano, 2008 (con A. Smerilli); Il prezzo della gratuità, Città Nuova, Roma, 2006; Reciprocità. Cooperazione economia società civile, Bruno Mondadori, Milano, 2006; L’economia, la felicità e gli altri. Un’indagine su beni e benessere, Città Nuova, Roma, 2004; Economia civile, con S. Zamagni, Il Mulino, Bologna 2004 e Vilfredo Pareto. Alle radici della scienza economica del novecento, Collana “Economisti Italiani”, Polistampa, Appuntamenti - Ecco chi sono i relatori dell’edizione di quest’anno Ritorna Fede e Scienza. 

Di Luigino Bruni propongo un articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire il 24 marzo 2013, probabile spunto dell’intervento dell’economista 

Francesco è un nome che dice molte cose, anche all'economia e alla finanza. E, se sappiamo e vogliamo
ascoltare, ci lancia messaggi essenziali per curare, veramente e in profondità, le nostre crisi. Francesco d’Assisi, perché amante di 'madonna povertà', è anche all’origine di importanti cambiamenti economici,
teorici e pratici. Il movimento francescano diede vita alla prima importante scuola di pensiero economico,
ed è anche all'origine della tradizione di banca e di finanza (gli ormai famosi Monti di Pietà, i prodromi della
finanza popolare e solidale italiana). Non si ricorda però a sufficienza che queste istituzioni bancarie popolari
fiorirono due secoli dopo una profonda e sistematica riflessione culturale e filosofica su economia, moneta e mercato. Olivi, Scoto, Occam, e decine di altri maestri francescani furono dottori anche di economia,
perché colsero, per istinto carismatico, che dovevano studiare le res novae del loro tempo, dovevano riflettere profondamente sui grandi cambiamenti della loro epoca, quando stava iniziando una grande rivoluzione commerciale e cittadina che poi fiorì nell'Umanesimo civile. Studiarono economia per amore
della loro gente, soprattutto dei poveri. Il primo messaggio che ci proviene da Francesco e dal suo movimento carismatico è il significato morale e civile dello studio e della scienza. Questa crisi ci sta dicendo ogni giorno con maggiore forza che l’economia e la finanza a una sola dimensione (quella dei profitti di
breve periodo) produce disastri e disumanesimo (Cipro è l’ennesimo segnale). Ma, mentre la crisi continua a mietere le sue vittime, in tutte le università si continua a studiare e a insegnare la finanza e l’economia
retta dagli stessi princìpi che hanno causato queste crisi. I libri di testo sono gli stessi, i dogmi
e la spocchia imperialista di noi economisti sono gli stessi del pre-crisi, i nostri migliori studenti continuano
a formarsi in scuole di dottorato con gli stessi programmi del 2007. Francesco allora invita i veri amanti del bene comune  e quindi di 'madonna povertà' (il primo metro di bene comune sono sempre le condizioni
dei poveri) a investire molto di più nello studio delle res novae del nostro tempo, che sono i temi del lavoro, del management delle imprese, dell’economia e della finanza, che oggi soffrono anche 'per mancanza di
pensiero'. E, sull'esempio degli antichi Monti di Pietà, il mondo si cambia dando vita non solo a libri e a conferenze, ma a nuove istituzioni. I carismi hanno prodotto anche università che sono state sulle frontiere
delle innovazioni culturali del loro tempo, perché è tipico del carisma vedere prima e più lontano. Oggi la nostra cultura e la nostra scienza soffrono per mancanza dei carismi, che debbono tornare a svolgere il loro compito, che è anche compito civile, scientifico e culturale. C’è un estremo, vitale, bisogno di dar vita a nuovi istituti di ricerca e a nuove università dove si possano studiare diversamente contenuti diversi da quelle che
continuano a insegnare i templi del sapere, molti dei quali finanziati dai proventi di questa (brutta) finanza. C’è bisogno di nuovi studi e nuove scholae dove si produca ad alto livello pensiero economico e sociale diverso, e poi di scuole popolari che diffondano e alimentino con la vita quel nuovo pensiero a tutti i livelli: dove sono? Se non lo faremo, continueremo a lamentarci della crisi e della disoccupazione, ma non saremo all'altezza
di Francesco e dei francescani che lavorarono per orientare la società del loro tempo, anche con idee e  scienza nuove. Un secondo messaggio di Francesco è, e non può che essere, la povertà. È molto legato
al primo messaggio – non a caso la 'scienza' è un frutto dello Spirito, ed è lo stesso Spirito ad essere 'padre dei poveri'. Ci sono parole che sono sempre e solo negative: menzogna, schiavitù, razzismo… La povertà
non è una di queste, perché dopo Francesco (e quindi dopo il cristianesimo) quando si parla di povertà dovremmo sempre specificare di quale povertà stiamo parlando. Questa grande parola copre un ampio spettro semantico, che va dal dramma di chi la povertà la subisce fino alla beatitudine di chi la povertà la sceglie liberamente, spesso per riscattare altri da povertà non scelte e subite. La nostra cultura non ha strumenti adeguati per affrontare le antiche e nuove povertà non scelte, perché ha perso contatto con le
semantiche della bella povertà scelta, che si chiamano stili di vita sobri, solidali, soprattutto comunione conviviale e fraterna. Francesco ci ricorda che solo chi ama la buona povertà sa prima vedere, e quindi
combattere, quella cattiva. Finché i programmi governativi, pubblici e privati di lotta alla povertà
saranno pensati e implementati da politici e funzionari che alternano convegni sulla povertà a vacanze da ricchi epuloni, la povertà continuerà a essere oggetto di studi (spesso inutili), report e convegni, ma né vista né capita, quindi non curata. Per curare la povertà servono i carismi, quindi poveri che curano poveri. Il capitalismo filantropico sta aumentando le istituzioni che si occupano di povertà, senza però che tra chi aiuta e chi è aiutato si crei nessun incontro autentico. Francesco ha curato, quantomeno, l’anima, dei lebbrosi di Assisi (a Rivotorto) abbracciandoli e baciandoli: è l’abbraccio la prima forma di cura. Francesco oggi
ci ricorda e ci ammonisce di non cadere nelle trappole della nostra cultura dominata dall'immunità, una cultura del non abbraccio che si sta insinuando anche all'interno delle nostre istituzioni nate per 'curare'
le povertà, dove stanno crescendo i professionisti della cura e dell’assistenza (ed è cosa buona), ma dove rischiano di diminuire gli abbracci. L’indice di fraternità – altra splendida parola francescana – è dato dal grado di inclusione comunitaria dei poveri, che può essere inverso alla creazione di enti specializzati
per gestirli, ai quali  si appalta la 'cura dei poveri' al fine di tenerli ben lontani dalle nostre città immuni e immunizzanti. Rimettiamoci allora all'ascolto di Francesco, dei suoi messaggi antichi, dei suoi messaggi di
futuro.

2 novembre 2014

I fratelli e le sorelle che ci hanno preceduto sull’altra riva…

In questo giorno in cui preghiamo per i nostri cari su suggerimento delle Monache benedettine di Saint-Oyen ti propongo queste parole dette da Papa Francesco durante l'omelia del 1° Novembre.

«A quest’ora, prima del tramonto, in questo cimitero ci raccogliamo e pensiamo al nostro futuro, pensiamo a tutti quelli che se ne sono andati, che ci hanno preceduto nella vita e sono nel Signore.
È tanto bella quella visione del Cielo: il Signore Dio, la bellezza, la bontà, la verità, la tenerezza, l’amore pieno. Ci aspetta tutto questo. Quelli che ci hanno preceduto e sono morti nel Signore sono là. Essi proclamano che sono stati salvati non per le loro opere – hanno fatto anche opere buone – ma sono stati salvati dal Signore. È Lui che ci salva, è Lui che alla fine della nostra vita ci porta per mano come un papà, proprio in quel Cielo dove sono i nostri antenati.

Oggi, proprio nel giorno dei Santi e prima del giorno dei Morti, è necessario pensare un po’ alla speranza: questa speranza che ci accompagna nella vita. I primi cristiani dipingevano la speranza con un’ancora, come se la vita fosse l’ancora gettata nella riva del Cielo e tutti noi incamminati verso quella riva, aggrappati alla corda dell’ancora. Questa è una bella immagine della speranza: avere il cuore ancorato là dove sono i nostri antenati, dove sono i Santi, dove è Gesù, dove è Dio. Questa è la speranza che non delude; oggi e domani sono giorni di speranza. La speranza è un po’ come il lievito, che ti fa allargare l’anima; ci sono momenti difficili nella vita, ma con la speranza l’anima va avanti e guarda a ciò che ci aspetta. Oggi è un giorno di speranza. I nostri fratelli e sorelle sono alla presenza di Dio e anche noi saremo lì, per pura grazia del Signore, se cammineremo sulla strada di Gesù.


In questo pre-tramonto d’oggi, ognuno di noi può pensare al tramonto della sua vita: “Come sarà il mio tramonto?”. Tutti noi avremo un tramonto, tutti! Lo guardo con speranza? Lo guardo con quella gioia di essere accolto dal Signore? Questo è un pensiero cristiano, che ci da pace. Oggi è un giorno di gioia, ma di una gioia serena, tranquilla, della gioia della pace. Pensiamo al tramonto di tanti fratelli e sorelle che ci hanno preceduto, pensiamo al nostro tramonto, quando verrà. E pensiamo al nostro cuore e domandiamoci: “Dove è ancorato il mio cuore?”. Se non fosse ancorato bene, ancoriamolo là, in quella riva, sapendo che la speranza non delude perché il Signore Gesù non delude». 

1 novembre 2014

Solennità di Tutti i Santi


Da un omelia di Giovanni Paolo II del 1° Novembre 1980

(...) in questo giorno, in cui viviamo con particolare accentuazione la vivificante realtà della comunione dei santi, dobbiamo tenere fermamente presente che all’inizio, alla base, al centro di questa comunione c’è Dio stesso, che non solo ci chiama alla santità, ma pure e soprattutto magnanimamente ce la dona nel sangue di Cristo, vincendo così i nostri peccati. 

Ecco perché i santi dell’Apocalisse “gridano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio... e all’Agnello” (Ap7,10), e poi “si inchinano profondamente con la faccia davanti al trono e adorano Dio dicendo: Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli” (Ap 7,12). Anche noi dobbiamo sempre cantare al Signore un inno di gratitudine e di adorazione, come fece Maria col suo “magnificat”, per riconoscere e proclamare gaudiosamente la magnificenza e la bontà del “Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce... e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto” (Col 1,12.13). 

La festa di tutti i santi, perciò, ci invita anche a non ripiegarci mai su noi stessi, ma a guardare al Signore per essere raggianti (cf.Sal 34,6); a non considerare le nostre povere virtù, ma la grazia di Dio che sempre ci confonde (cf.Lc 19,5-6); a non presumere delle nostre forze, ma a confidare filialmente in colui che ci ha amati quando ancora eravamo peccatori (cf. Rm 5,8); ed anche a non stancarci mai di operare il bene, perché in ogni caso la nostra santificazione è “volontà di Dio” (1Ts 4,3). (...).

Buona festa a Tutti.

6 settembre 2014

Buon San #Grato con la Lettera Pastorale


Per celebrare San Grato, il patrono della Diocesi (messa domani pomeriggio in Cattedrale alle 15 con diretta su Radio Proposta in Blu) ti propongo un estratto  della prima lettera pastorale del nuovo Vescovo di Aosta, Mons. Franco Lovignana, dal titolo «Portiamo la gioia di Cristo!», che verrà consegnata alla comunità diocesana. La lettera contiene anche un messaggio ai giovani dal titolo «Patiamo insieme» che verrà consegnata questa sera durante la Route dei giovani  all'eremo di San Grato.

 Per saperne di più acquista il Corriere che troverai in edicola questa settimana dove ho pubblicato il testo integrale del documento.

Il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i   segni che la accompagnavano… Annunciare con le opere

La vita cristiana è come un fermento capace di far lievitare il mondo. Un primo ambito di lievitazione evangelica è quello delle relazioni interpersonali arricchite dalle opere di misericordia, che non sono affatto passate di moda. Queste opere danno spessore e concretezza alla parola misericordia che spesso pronunciamo, molto invochiamo e, forse, troppo poco pratichiamo. Vale la pena richiamarle: Le opere di misericordia sono azioni caritatevoli con le quali soccorriamo il nostro prossimo nelle sue necessità corporali e spirituali. Istruire, consigliare, consolare, confortare sono opere di misericordia spirituale, come pure perdonare e sopportare con pazienza. Le opere di misericordia corporale consistono segnatamente nel dare da mangiare a chi ha fame, nell'ospitare i senza tetto, nel vestire chi ha bisogno di indumenti, nel visitare gli ammalati e i prigionieri, nel seppellire i morti. Tra queste opere, fare l’elemosina ai poveri è una delle principali testimonianze della carità fraterna.

Un secondo ambito di lievitazione evangelica è quello delle relazioni sociali e quindi del nostro impegno nella società civile: lavoro, scuola, salute, giustizia, politica, cultura, volontariato, tempo libero … È urgente la presenza operosa di cristiani preparati, convinti e organizzati. E la comunità cristiana (diocesi, parrocchie, aggregazioni laicali) deve lavorare molto per formarli, incoraggiarli e sostenerli. Al riguardo vorrei fare due raccomandazioni.

Occorre riscoprire l’insegnamento conciliare circa la ministerialità laicale. In questi anni abbiamo forse insistito troppo sul servizio dentro alla comunità, dimenticando che il luogo primo e genuino dell’esercizio ministeriale dei laici è il mondo: Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità.

Occorre anche riscoprire il valore di fare rete e ricreare condizioni e modalità adatte all'oggi perché famiglie e singoli possano unirsi nell'elaborare e nel proporre un contributo cristiano ad una visione e ad una pratica del lavoro, della cultura, della salute, dell’educazione, della solidarietà sociale degne e rispettose della persona umana e di tutte le persone umane. Se vogliamo, come discepoli di Gesù, metterci oggi al servizio degli uomini nostri fratelli, dobbiamo farlo insieme: l’associazionismo cristiano, nelle sue molteplici forme, è oggi da valorizzare più che mai; a volte è da ripensare e ricreare. Non sono lo spirito della crociata ideale e la logica mondana della lobby che ci spingono a questo, ma solo l’amore di Cristo per l’uomo, per ogni uomo e per tutto l’uomo. 

26 novembre 2013

Papa #Francesco: «Questa #economia uccide» | No a un denaro che governa invece di servire

Nella prima Esortazione Apostolica di Papa Francesco «Evangelii Gaudium» la Parola «Economia» compare 15 volte. E in particolare sono tre i paragrafi dove la si trova con più frequenza e che voglio sottoporre all'attenzione dei visitatori del mio blog...

No a un’economia dell’esclusione

53.
Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

54.
In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.

No alla nuova idolatria del denaro

55.
Una delle cause di questa situazione si trova nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo.

56.
Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto. A tutto ciò si aggiunge una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali. La brama del potere e dell’avere non conosce limiti. In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta.

No a un denaro che governa invece di servire

57.
Dietro questo atteggiamento si nascondono il rifiuto dell’etica e il rifiuto di Dio. All’etica si guarda di solito con un certo disprezzo beffardo. La si considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la manipolazione e la degradazione della persona. In definitiva, l’etica rimanda a un Dio che attende una risposta impegnativa, che si pone al di fuori delle categorie del mercato. Per queste, se assolutizzate, Dio è incontrollabile, non manipolabile, persino pericoloso, in quanto chiama l’essere umano alla sua piena realizzazione e all'indipendenza da qualunque tipo di schiavitù. L’etica – un’etica non ideologizzata – consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano. In tal senso, esorto gli esperti finanziari e i governanti dei vari Paesi a considerare le parole di un saggio dell’antichità: «Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro».

58.
Una riforma finanziaria che non ignori l’etica richiederebbe un vigoroso cambio di atteggiamento da parte dei dirigenti politici, che esorto ad affrontare questa sfida con determinazione e con lungimiranza, senza ignorare, naturalmente, la specificità di ogni contesto. Il denaro deve servire e non governare! Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano.

14 ottobre 2013

Giornata nazionale del #Ringraziamento: Giovani protagonisti nell'#agricoltura

E' stato diffuso in questi giorni il Messaggio della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace per la 63ª Giornata nazionale del Ringraziamento che sarà celebrata il 10 novembre. Il tema è particolarmente suggestivo - «Giovani protagonisti nell’agricoltura» - di conseguenza ho voluto ospitarlo nel mio blog.

Carissimi giovani,
ci rivolgiamo direttamente a voi quest’anno, in occasione della Giornata nazionale del Ringraziamento per i frutti della terra, come Vescovi incaricati della pastorale sociale e del lavoro.

Lo facciamo avendo davanti a noi in primo luogo l’icona di Martino, giovane ufficiale romano, che, di fronte alle necessità di un povero infreddolito, taglia il suo mantello in due e lo condivide, donando un raggio di sole e di calore che resterà sempre impresso nella memoria di tutti noi. San Martino ci insegna a vivere la vita come un dono, facendo sgorgare la speranza laddove la speranza sembra non esserci.

Ci colleghiamo così alle costanti esortazioni di Papa Francesco: “Prima di tutto, vorrei dire una cosa, a tutti voi giovani: non lasciatevi rubare la speranza! Per favore, non lasciatevela rubare! E chi ti ruba la speranza? Lo spirito del mondo, le ricchezze, lo spirito della vanità, la superbia, lo spirito del benessere, che alla fine ti porta a diventare un niente nella vita” (Discorso agli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia e in Albania, 7 giugno 2013). Questo appello è stato rilanciato ai giovani di tutto il mondo, in occasione della veglia di preghiera a Copacabana: “Cari amici, non dimenticate: siete il campo della fede! Siete gli atleti di Cristo! Siete i costruttori di una Chiesa più bella e di un mondo migliore!” (Veglia di preghiera con i giovani, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013).

Atleta era Martino, atleti siete voi, carissimi giovani, che avete scelto di restare nella vostra terra per lavorare i campi, con dignità e qualità, per fare della vostra campagna un vero giardino. Vi siamo grati e sentiamo che questa vostra vocazione rinnova l’intera società, perché il ritorno alla terra cambia radicalmente un paese e produce benessere per tutti, ravviva la luce negli occhi degli anziani, che non vedono morire i loro sforzi, interpella i responsabili delle istituzioni. Abbiate consapevolezza di essere persone che vanno controcorrente, come vi ha esortato il Papa: “Voi giovani, siate i primi: andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!” (Angelus, 23 giugno 2013).

Certo, tra voi c’è anche chi lavora in campagna rassegnato, perché non ha trovato altro e forse vorrebbe una realtà di lavoro diversa, magari più gratificante. Ci permettiamo di esortarvi: non rassegnatevi, ma siate protagonisti, trasformando la necessità in scelta, immettendo in essa una crescente motivazione che si farà qualità di vita per voi, per le vostre famiglie, per i vostri paesi.

Pensiamo anche ai giovani immigrati, che lavorano nei campi, negli allevamenti, nella raccolta della frutta. Anche a voi suggeriamo di fare di tutto per esprimere una qualità e una professionalità crescente, in particolare attraverso lo studio e la conoscenza delle lingue, per farvi apprezzare ed entrare così a fronte alta nel mercato del lavoro rurale, che vi riconosce ormai indispensabili.

Agli imprenditori agricoli italiani chiediamo di valorizzare la passione lavorativa di chi arriva nelle nostre terre, creando le condizioni per un’inclusione e un’integrazione graduale, consapevoli che solo così tutti ne avranno vantaggio. Non ci sia sfruttamento, ma rispetto, valorizzazione e dignità. 
Alla luce dell’ascolto quotidiano che, come Vescovi, compiamo nelle visite pastorali, all'interno della realtà rurale delle nostre diocesi, ci sembra poi opportuno indicare una serie di limiti e di freni che incontrano oggi i giovani che desiderano ritornare alla terra e suggerire alcune attenzioni necessarie.

1 – Non sempre, nelle famiglie e nelle scuole, c’è stima adeguata per chi sceglie di fare l’imprenditore agricolo. Per questo è importante alimentare l’apprezzamento, da parte di tutta la società, per il lavoro della terra, affinché sia considerato come ogni altra vocazione e tutti i lavoratori vedano riconosciuta la stessa dignità, anche in termini economici.

2 – La burocrazia è spesso lenta e impacciata nell’attuazione di miglioramenti fondiari; le risorse finanziarie sono difficilmente reperibili; il credito non viene concesso agevolmente dalle banche. Tutto questo chiede che le nostre comunità cristiane accompagnino i giovani impegnati nel lavoro dei campi. Ci permettiamo anche un appello, rispettoso ma convinto, a chi va in pensione, affinché metta gratuitamente a disposizione dei giovani la propria esperienza imprenditoriale o amministrativa, aiutando così quel volontariato intellettuale da parte degli adulti che è il più bel contributo per la crescita del bene comune.

3 – Perché si freni lo spopolamento dei nostri paesi di montagna, è urgente investire sulle comunicazioni, sia nelle strade che nella rete telematica: diversamente, i nostri giovani saranno invogliati a cercare altrove possibilità di lavoro. Solo la permanenza dei giovani nei paesi, con la formazione di nuove famiglie, rallenterà lo spopolamento dei nostri centri.

4 – Chiediamo che le associazioni e i movimenti cattolici accompagnino i giovani imprenditori agricoli, creando per loro gruppi di sostegno sparsi nel territorio, utilizzando anche le nuove tecnologie telematiche. Nessuno da solo può pensare di restare sulla terra come imprenditore agricolo: troppe sono le fatiche e gli ostacoli. I giovani vanno spronati a fare alleanza fra le generazioni, come ci insegnano gli Orientamenti pastorali per questo decennio (cfr nn. 29 - 32).

5 – Fondamentale resta per ogni giovane il gesto di Martino: condividere quello che abbiamo, spartirlo fraternamente, poiché la fraternità è il fondamento e la via per la pace. Solo da questo stile di condivisione nascerà la fiducia nelle cooperative e nei consorzi, nei quali è possibile realmente diffondere il prodotto tipico di una terra, trasformandolo da marginale a identitario.

In questa Giornata ci sentiamo particolarmente vicini, nelle nostre Chiese locali, a tutti gli agricoltori d’Italia. Ci uniamo a loro anzitutto nella preghiera, richiamata emblematicamente nel momento dell’Angelus, come ritratto ad esempio nella famosa tela del pittore Jean-François Millet. 

Agli agricoltori desideriamo esprimere poi la nostra gratitudine per la loro fatica. Il nostro grazie si unisce al Magnificat di Maria di Nazareth, giovane come voi, carissimi! Pronta allo stupore e sollecita verso la cugina Elisabetta, Maria ci rassicura con il suo canto di lode, perché anche i piccoli e i poveri possono vincere nella battaglia della vita. Vi indichiamo anche la figura di San Giuseppe, definito dal Papa “custode, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda e sa prendere le decisioni più sagge” (Omelia nella Santa Messa per l’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma, 19 marzo 2013).
Vi benediciamo con affetto.

Roma, 4 ottobre 2013
Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia




5 settembre 2013

#Digiuno e #preghiera per la pace in #Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero

La Diocesi di Aosta annuncia che con riferimento alla giornata di digiuno indetta dal Santo Padre Francesco per il 7 settembre 2013,
Papa Francesco
considerando che essa cadrebbe il giorno della solennità del Santo Patrono (la celebrazione presieduta da Mons. Franco Lovignana con la consegna della lettera pastorale inizierà alle 9,30 e sarà trasmessa in diretta da Radio Proposta in Blu), per la diocesi di Aosta la giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero viene anticipata a venerdì 6 settembre. Con questa precisa intenzione si svolgerà la preghiera della Route di San Grato la sera del medesimo giorno con ritrovo alle 20.30 presso la chiesa di Pila.

Raccogliendo l’invito di Papa Francesco affinché in ogni diocesi si organizzi «qualche atto liturgico secondo questa intenzione», i fedeli della diocesi di Aosta sono invitati a partecipare ai vespri e all'adorazione eucaristica, sabato 7 settembre 2013 alle ore 16.30 in cattedrale.

Questo blog vuole dare il suo piccolo contributo con due giorni di silenzio (il 6 e il 7 settembre) e un invito ad unirti al digiuno e alla preghiera per la Pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero.

Ti propongo anche di leggere l'intervento di Papa Francesco in cui ha annunciato la giornata di preghiera e digiuno.

7 luglio 2013

#Lumen Fidei: camminare verso un futuro di speranza

Ti propongo un passaggio della Lumen Fidei, l'ultima enciclica di Papa Francesco:


51. Proprio grazie alla sua connessione con l’amore (cfr Gal 5,6), la luce della fede si pone al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace. La fede nasce dall’incontro con l’amore originario di Dio in cui appare il senso e la bontà della nostra vita; questa viene illuminata nella misura in cui entra nel dinamismo aperto da quest’amore, in quanto diventa cioè cammino e pratica verso la pienezza dell’amore. La luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune. La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei. Senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura, ma non sulla bontà di vivere insieme, non sulla gioia che la semplice presenza dell’altro può suscitare. La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l’arte dell’edificazione, diventando un servizio al bene comune. Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza. La Lettera agli Ebrei offre un esempio al riguardo quando, tra gli uomini di fede, nomina Samuele e Davide, ai quali la fede permise di « esercitare la giustizia » (Eb 11,33). L’espressione si riferisce qui alla loro giustizia nel governare, a quella saggezza che porta la pace al popolo (cfr 1 Sam 12,3-5; 2 Sam 8,15). Le mani della fede si alzano verso il cielo, ma lo fanno mentre edificano, nella carità, una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento.

7 giugno 2013

Ad Aosta il Direttore di #Avvenire | #Chiesa e contemporaneità. Tra realtà e rappresentazione mediatica

In occasione della prima “Giornata del Quotidiano” che si terrà in Valle d’Aosta, domenica 9 giugno, l’Ufficio Diocesano delle Comunicazioni Sociali organizza per oggi, ad AOSTA, alle 18, nel Salone del Vescovado, un incontro-dibattito sul tema: “Chiesa e contemporaneità. Tra realtà e rappresentazione mediatica”.
Marco Tarquinio

Interverranno: Mons. Franco Lovignana, Vescovo di Aosta, Ezio Bérard, Responsabile dell'Ufficio diocesano Comunicazioni Sociali  e Marco Tarquinio, Direttore “Avvenire”. 

L'autore di questo blog, in qualità di Direttore del Corriere della Valle, sarà presente come moderatore. 

Ti aspetto.

31 luglio 2012

Sviluppo Economico e Chiesa Cattolica: la Ricerca di due docenti dell'Ateneo Valdostano


Segnalo con piacere uno studio dei docenti Paolo Gheda  Elisa Pintus dell'Università della valle d'Aosta dal titolo:

Sviluppo locale e responsabilità sociale nella Chiesa Cattolica: un caso di studio


Si tratta di un tema che tocca due temi nelle mie corde personali e professionali, cioè lo sviluppo economico (come testimonia da tempo il blog e la mia trasmissione su Radio Proposta in Blu) e il ruolo della Chiesa Cattolica (sono direttore del settimanale e della radio della Diocesi di Aosta).


Anticipo un breve passaggio del testo che potrai leggere.


«Storicamente, l’attività economica, espressione propria dell’impresa, è stata inquadrata dal mondo cattolico prevalentemente in un’ottica sociale. La responsabilità, come espressione di eticità, ha sollecitato l’imprenditore credente a inserire la propria attività e i suoi risultati nel contesto del territorio, considerandola come elemento concorrente alla promozione del bene comune. Il documento chiave della Chiesa sulle questioni sociali, la Rerum Novarum di Leone XIII (1891), ha sottolineato come la logica competitiva ed egoistica propria del liberismo debba essere contemperata dalla disponibilità a rendere le proprie attività produttive in grado di realizzare interventi in favore della società, specialmente nelle sue maggiori urgenze, procedendo dal contesto regionale in cui si trovano ad operare».

 

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