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16 novembre 2017

Leonardo #Becchetti: ad #Aosta #illavorochevogliamo tra buone pratiche e economia civile


«Prendersi cura della vita: lavoro ed economia a servizio della persona. Indicazioni e proposte dalle migliori pratiche del paese». E’ toccato al professor Leonardo Becchetti, Economista, Ordinario di Economia politica presso l'Università di Roma Tor Vergata, Membro del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, introdotto come sempre dal Vescovo di Aosta, Mons. Franco Lovignana, proseguire il cammino del ciclo di conferenze di Fede e Scienza, ospitato, venerdì 3 novembre, al Cinema Théâtre de La Ville. Propongo qui di seguito il testo che ho pubblicato sul Coriere della Valle. Buona lettura.


1 - Dare una risposta

«Chi studia l’economia – ha esordito Becchetti – un po’ come lo scienziato è affascinato dai pianeti, dalle stelle e comprende che ci sono veramente delle armonie provvidenziali. Purtroppo a differenza dei pianeti noi quelle armonie le possiamo anche sporcare. In quanto l’economia è anche il risultato delle nostre interazioni, dei nostri comportamenti. E purtroppo le roviniamo. Ma ci sono. Il problema è come rimetterci in sintonia con quelle armonie. Per questo con le Settimane sociali di Cagliari siamo ripartiti dalla piaga del nostro Paese, cioè il lavoro. Abbiamo due milioni di Neet cioè di giovani che non studiano e non lavorano, 4,5 milioni di poveri. Parlare di lavoro oggi è affrontare il tema più delicato e importanti. Le Settimane sociali lo hanno fatto soltanto tre volte, ma in tre epoche molto significative 1946, fine della Guerra e Costituzione, 1970, Statuto dei lavoratori e oggi. Perchè oggi? Perché ci troviamo in un momento molto critico in cui la globalizzazione e l’innovazione tecnologica sembrano minacciare la possibilità di un buon lavoro e di un lavoro degno. Per la prima volta abbiamo assistito alla nascita dei lavoratori poveri. Ci sono molte persone che lavorano e non riescono a superare la soglia di povertà. Noi veniamo da un mondo in cui l’economia era abbastanza chiusa e potevamo vivere con alte tutele sindacali, alte garanzie, siamo entrati improvvisamente in un sistema aperto entrando in concorrenza con i lavoratori poveri del sud del mondo, un miliardo di persone che vive con un dollaro al giorno e ci fa concorrenza al ribasso sul costo del lavoro. E allo stesso modo l’innovazione tecnologica sembra poter fare a meno con la nuova generazione di macchine di tutta una serie di attività routinarie e ripetitive non particolarmente entusiasmanti che però prima davano lavoro. E allora la domanda è come si fa a vincere questa concorrenza forte e drammatica con il lavoratore a basso costo e con la macchina. L’altra questione da capire è che questa malattia del lavoro è figlia di una malattia ancora più profonda. Il Papa, nel messaggio che ci ha inviato a Cagliari, ha parlato di una bicicletta con una ruota sgonfia. Io uso un’immagine simile e cioè una macchina con due ruote sgonfie e due gonfie. Se infatti si prende un manuale di economia si leggono due soli grandi obiettivi che il sistema si pone: il primo è il benessere del consumatore, cioè sempre più prodotti a prezzi più bassi, e il secondo è quello di creare profitti per fare investimenti, per fare innovazione. Questi due aspetti funzionano perfettamente. Viviamo nel migliore dei mondi possibili come consumatori. Però ci sono due altre ruote sgonfie e cioè la qualità e la tutela del lavoro e l’ambiente. Per realizzare i primi due obiettivi si sacrificano i secondi. Il rapporto fra queste due forze va riequilibrato».
A questo punto Becchetti ha illustrato il grafico ad elefante di Milanovic che mette in relazione
la popolazione nel mondo partendo dai più poveri a più ricchi (sull’asse orizzontale) e il loro successo relativo negli ultimi vent’anni (sull’asse verticale). Il grafico mostra quattro gruppi di perdenti e quattro di vincenti e il gruppo di perdenti maggiore è proprio quella della classe media nei paesi ricchi. Di qui il loro malessere e il crescere delle risposte populiste. «Lì – ha spiegato Becchetti - si concentrano gran parte dei cittadini dei nostri paesi che prima avevano un reddito dignitoso e adesso sono scivolati verso il basso». Per il relatore era chiaro che le Settimane sociali dovevano cercare di dare una risposta questo.


2 - Gli Olivetti di oggi

«Abbiamo deciso – ha proseguito il professore - di non andare a fare il solito convegno parlando degli eroi del passato, ad esempio Olivetti, dando l’idea che in passato qualcuno ha provato a creare una impresa a misura d’uomo ma poi ha fallito. No. Abbiamo deciso di andare a cercare i 400 Olivetti di oggi. Chi è che oggi sta creando buone pratiche? Sta dando una risposta, creando buon lavoro in un momento difficile come questo? Cercatori di lavOro è stato il nostro motto da cui è nato un logo che abbiamo consegnato al premier Gentiloni». Un’attività portata avanti attraverso la vision dell’economia civile. «Per riassumere la vision – ha commentato Becchetti – possiamo partire dall’idea di generatività, cioè desiderare, far nascere, accompagnare, lasciare andare ed è in tutti gli studi sulla soddisfazione di vita la parola chiave che ci spiega la gran parte degli impatti sulla felicità delle persone in giro per il mondo. In questa logica noi abbiamo voluto creare un paradigma che pensa all’economia in modo diverso: l’economia civile vuol dire andare oltre una visione riduzionista della persona, dell’impresa e del valore. Noi crediamo che la persona è capace di risolvere il famoso dilemma di Hume come è descritto nel Trattato sulla natura umana del 1740. “Il tuo grano è maturo, oggi, - si legge - il mio lo sarà domani. Sarebbe utile per entrambi se oggi io... lavorassi per te e tu domani dessi una mano a me. Ma io non provo nessun particolare sentimento di benevolenza nei tuoi confronti e so che neppure tu lo provi per me. Perciò io oggi non lavorerò per te perché non ho alcuna garanzia che domani tu mostrerai gratitudine nei miei confronti. Così ti lascio lavorare da solo oggi e tu ti comporterai allo stesso modo domani. Ma il maltempo sopravviene e così entrambi finiamo per perdere i nostri raccolti per mancanza di fiducia reciproca e di una garanzia”. In sintesi il racconto mette in evidenza la realtà dei rapporti economici. Occorre decidere se buttarsi o no. E quindi il simbolo dell’economia è il trapezio, il dare e ricevere fiducia. In quei territori dove questo avviene si creano reti di relazioni, organizzazioni, imprese e consorzi e si crea ricchezza. Questo è il segreto oggi dell’economia: il generare fiducia e la creazione di capitale sociale. La persona nella visione dell’economia civile è quella che vive la logica che uno più uno è uguale a tre e non uno meno uno uguale a zero. L’economia non è una torta fissa dove se io prendo una fetta la tolgo a te, ma un luogo dove insieme possiamo produrre un valore che si moltiplica se ci mettiamo insieme e cooperiamo. Nell’economia civile le imprese creano valore in maniera sostenibile e la direzione verso cui va l’economia non è il Pil ma il Bes, il benessere, cioè lo stock dei beni economici, culturali, ambientali, spirituali di cui una comunità può vivere sul territorio».


3 - Buone pratiche

Becchetti ha sottolineato come nella logica dell’economia civile sia apparso chiaro a tutti i partecipanti alle Settimane sociali che la visione più bella di valore è proprio quella che ci dà la Dottrina sociale con il bene comune e che c’è una straordinaria somiglianza con la Costituzione, cioè creare un ambiente, delle condizioni di vita in cui le persone possano svilupparsi e garantire lo sviluppo integrale della persona. All’articolo 3 si legge infatti che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono la realizzazione della persona”. Questo significa che lo Stato non deve essere una balia e laddove certe attività possano essere fatte meglio dalle comunità locali è meglio che le facciano loro piuttosto che lo Stato.
Con questo sfondo ideale si è sviluppato il lavoro sulle buone pratiche. «L’Italia – ha spiegato Becchetti - ha oggi tre polmoni fondamentali: il primo è quello della manifattura di successo che punta sulla qualità e necessitano di lavoro qualificato che però in Italia non si trova. Oggi ci sono 250mila posti di lavoro vacanti cioè imprenditori che non trovano le persone qualificate per il loro tipo di lavoro. Per questo abbiamo proposto che cerchi di creare un maggior collegamento tra la scuola e il lavoro con il duale. In Germania un ragazzo su tre che esce dalla scuola ha già fatto un percorso molto solido all’interno del mondo del lavoro, almeno 200-300 ore. E nelle migliori pratiche, anche in Italia, gli imprenditori lungimiranti del loro territorio progettano assieme agli Istituti tecnici, alle scuole dei percorsi formativi per poter avere quelle persone di cui hanno bisogno. Il secondo polmone del Paese è quello socio-sanitario, assistenziale. Se si prende uno studio dell’Unione europea tutti segnalano servizi alla persona, agli anziani, come uno dei settori in forte sviluppo. La materia prima in Italia è enorme, la domanda pagante c’è. Una delle migliori buone pratiche censite è Civitas Vitae di Padova, un quartiere intero costruito per favorire l’incontro tra le generazioni e favorire la generatività dei longevi. Ci lavorano 500 persone. Ci sono asili nido, scuole, palestre ed è un luogo fatto per costruire queste relazioni. Il terzo polmone è quella che chiamo scherzosamente la Montalbano economics, cioè quell’insieme di arte, storia, cultura, biodiversità gastronomica, slow living che tutti ci invidiano, cioè ciò che piace dello stile di vita italiano. Tenete conto che il mondo di oggi è fatto di territori che competono fra di loro per attrarre flussi, di visitatori, di turisti, di capitali. Oggi si può cercare di costruire delle realtà che valorizzano il proprio territorio. Se un territorio cresce diventa attrattivo e questo genera ricadute per tutti. Un esempio molto bello è Ragusa che con Ragusa Ibla è diventata patrimonio dell’Unesco, Matera che è diventata capitale della cultura, o la Cooperativa La Paranza che ha ridato vita al Rione Sanità a Napoli riaprendo le catacombe, ma tanti altri borghi che vengono valorizzati e rivitalizzati e diventano attrattivi, combattendo il pericolo dello spopolamento. Un altro filone molto importante sono le cooperative di reinserimento lavoro. Un altro grande tema è quello della rigenerazione dei tessuti urbani o delle zone abbandonate ad esempio gli orti compensativi a Genova dove chi si dedica alla rigenerazione di un territorio diventa proprietario di una parte di ciò che ha lavorato. Un altro aspetto molto interessante e tutto ciò che si fa in termini di modulazione dei tempi fra lavoro e vita. La rete ci dà la possibilità di non dover lavorare tutti insieme nello stesso tempo e nello stesso luogo e quindi lavoro agile, smart working. Oggi abbiamo la possibilità di modulare in maniera più armonica i quattro momenti fondamentali della nostra vita: lavoro, tempo libero, formazione permanente e cura delle relazioni». Per il relatore un esempio particolarmente significativo è il Comune di Bolzano che propone un centinaio di tipologie di contratto di lavoro che tengono conto del particolare stato di vita del dipendente. Un altro tema evidenziato è il ripopolamento dei piccoli centri. «L’Italia si sta spopolando ed ha una natalità bassissima e neanche gli stranieri che arrivano compensano questa perdita di natalità. Su questo – ha spiegato il relatore - sono molto interessanti le politiche di insediamento urbano che stanno portando avanti alcuni sindaci, cioè cercare di attirare quelle persone straniere che vedono l’Italia come un luogo dove venire a trascorrere l’ultima parte della loro vita dopo la pensione. Ma ci sono anche servizi sociali che le comunità locali possono fare meglio dello Stato e a costi più bassi. Negli Stati Uniti in molti casi i penitenziari sono affidati a comunità religiose, associazioni e gruppi in quanto si riconosce che sono più motivati nell’ottenere la rieducazione e la riduzione della recidiva. In Italia a Lecce abbiamo Made in carcere dove attraverso il lavoro all’interno del penitenziario la recidiva femminile si è ridotta del 70%. Se la burocrazia fosse meno soffocante anche l’Italia sarebbe molto avanti da questo punto di vista e con un risparmio per lo Stato è molto importante. Con il Budget di salute la Fondazione comunitaria di Messina ha dimostrato che è possibile gestire una persona con disabilità psichiche con un costo minore rispetto ad una struttura dove questa viene imbottita di farmaci. E ancora Housing first, esperimento con i fissa dimora iniziato negli Usa ma con qualche primo esempio anche in Italia, dove ci si è resi conto che è meno costoso assicurare a un senza fissa dimora una casa piuttosto che mantenerlo per strada». Un altro modello che si sta sviluppando anche nel Sud Italia è quello delle Fondazioni comunitarie che a fronte di un progetto e di una raccolta di fondi effettuata dai soggetti interessati si impegna a raddoppiare la cifra per dare gambe al progetto.


4 - Le proposte

Dalle buone pratiche si è arrivati alle proposte fatte al Presidente del Consiglio Gentiloni e al Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. «Per quanto riguarda l’Europa – ha commentato il professore – abbiamo manifestato la necessità di una Banca centrale europea che come la Federal reserve americana metta al centro il tema dell’occupazione, mentre adesso si occupa per Statuto soltanto di inflazione. Ci vogliono forme di mutualità del debito progressivo. Bisogna fare passi avanti nella tassazione dei giganti digitali che fanno lavoro qui ma poi spostano i ricavi nei paradisi fiscali. Occorre una certa attenzione anche sul fronte degli investimenti europei, soprattutto quelli ad alto moltiplicatore. Concentrandoci poi sull’Italia abbiamo ricordato a Gentiloni che devono essere rimossi gli ostacoli a chi può creare lavoro. Il Paese è caratterizzato da una burocrazia soffocante e lenta. Abbiamo una giustizia civile che ha tempi biblici e una attenzione inferiore, ad esempio, agli Stati Uniti, alle Pmi e all’impresa artigiana che sono il centro pulsante della vita del Paese. Negli Stati Uniti c’è una corsia preferenziale sugli appalti per le piccole imprese perché si riconoscono che gareggiano non ad armi pari con le grandi, c’è una small business autority che decide se un pezzo di regolamentazione può essere o no applicata ai piccoli. L’Italia continua – e i dati ultimi sono impietosi – a segnare segno più per il credito alle grandi imprese e meno per le piccole. Una delle quattro grosse proposte fatte al Premier è quella di un patto generazionale fra le generazioni adulte anziane e i giovani. Noi abbiamo generazioni adulte-anziane patrimonializzate con risorse e giovani che non trovano lavoro senza capitali per far partire un’attività economica. Bisogna mettere in contatto questi due mondi. In questo senso l’idea dei piani individuali di risparmio dove un anziano investe in un fondo che va a dare capitale di rischio nelle piccole e medie imprese quotate è interessate, ma per noi è troppo poco e riteniamo che debbano arrivare anche alle imprese non quotate attraverso strumenti nuovi come già si fa in Inghilterra». Becchetti ha posto come altro tema fondamentale la necessità di una rete di protezione universale per le persone vulnerabili, ma non deve essere soltanto reddito perché non dà dignità, e questa si raggiunge quando la persona è anche utile agli altri. «Noi perciò – ha precisato il relatore - proponiamo sì un reddito di inclusione, partito in Italia per ora con poche risorse cioè un miliardo rispetto ai 7 che sarebbero necessari per portare almeno tutti i poveri alla soglia di povertà, ma accompagnato da una presa in carico dalle realtà locali del territorio. Deve essere accompagnato da una relazione. Un po’ come succede in Puglia dove c’è il tirocinio di attivazione. Puoi avere questo reddito ma soltanto se partecipi ad un progetto di reinserimento nel mondo del lavoro e della società. In questa maniera c’è anche il contrasto al lavoro nero. Un’altra priorità per noi è la cultura. Per me il ministro all’economia più importante in Italia è quello ai Beni culturali, in quanto la cultura è un volano impressionante di turismo, di manifattura e quindi è una filiera enorme e lavorare per favorirla è fondamentale. Anche qui ci sono degli strumenti, cioè incentivi fiscali, che facilitano la creazione di territori attrattivi in questa concorrenza internazionale».


5 - La radice del problema

Per riequilibrare la famosa auto con due ruote gonfie e due sgonfie di cui scrivevamo all’inizio per Becchetti sono necessari tre strumenti. «Il primo è quello del voto con il portafoglio di noi cittadini. Noi abbiamo un potere enorme e possiamo premiare le aziende che sono sostenibili, che danno dignità al lavoro, che tutelano l’ambiente. Il vero potere non ce l’hanno i sindacati, gli stati ma i risparmiatori. Il mondo è governato dai consumi e dai risparmi. Abbiamo questo potere ma non siamo in grado di usarlo per il nostro interesse. Di conseguenza bisogna creare questi strumenti informativi per aiutare le persone a scegliere. Per questo abbiamo creato una rete che si chiama Next, che raggruppa tutte le associazioni della società civile italiana che lavorano sul tema della responsabilità sociale, per questo abbiamo slogan che dicono “attraverso le tue scelte puoi cambiare il mondo”. In giro per l’Italia abbiamo anche fatto degli esperimenti per verificarlo. Oxfam ha realizzato una classifica sulle dieci più grandi aziende alimentari mondiali dando delle pagelle in merito al loro comportamento sul fronte ambientale e del rispetto dei lavoratori. Abbiamo posizionato questa classifica all’interno di venti supermercati in Italia e abbiamo misurato nei quattro mesi successivi il comportamento dei consumatori senza modificare nient’altro. La gente ha premiato le aziende in cima alla classifica e ha penalizzato quelle in fondo con una perdita di quote di mercato del 16%» ha spiegato Becchetti. Sempre in questa logica attraverso un video il relatore ha presentato EyeOnBuy, un progetto online (una sorta di tripadvisor della responsabilità sociale) che mira a valorizzare la sostenibilità ambientale e sociale delle aziende virtuose attraverso il coinvolgimento dei cittadini nella loro veste di consumatori. Nato nel contesto di NeXt – Nuova Economia per Tutti, EyeOnBuy punta a costruire un modello economico sostenibile e partecipato, in cui il dialogo tra le imprese e i consumatori diventi centrale per la costruzione di un processo di sviluppo comune e in grado di generare benefici per tutta la società. EyeOnBuy vuole essere una piattaforma partecipata, in cui l’azione e le scelte dei cittadini/consumatori possono fungere da feedback per le aziende ma anche da guida, fornendo indicazioni e suggerimenti sul miglioramento delle strategie in senso responsabile. Il progetto, quindi, si rivolge e coinvolge sia i cittadini che le aziende: i cittadini possono verificare e valutare le aziende in base ai loro comportamenti, sulla base dei commenti e delle esperienze degli utenti possono orientarsi nella scelta dei propri acquisti, e possono trovare nella piattaforma un canale per i reclami; le aziende possono trovare informazioni utili su quello che pensano i consumatori e su come migliorare le proprie strategie, e possono essere premiate sulla base delle azioni sostenibili sul piano sociale e ambientale, aumentando così la loro reputazione. «Nel futuro la società più importante sarà quella che dà le patenti – ha aggiunto Becchetti – la sfida che vogliamo portare in Italia è far sì che questo possa nascere dal basso, dalla rete della società civile. A Cagliari abbiamo anche ricordato che a votare con il portafoglio è anche lo Stato. Il 20% degli acquisiti sono pubblici e uno Stato che si pone l’obiettivo del benessere dei cittadini può fare degli appalti al massimo ribasso? Questa tipologia di appalto fa vincere l’azienda più aggressiva, che riesce di più a comprimere i costi del lavoro, la tutela dell’ambiente, magari paga le tasse altrove e poi ti fa riaprire l’appalto perché ha barato e non riesce a rispettare quei prezzi. E’ dunque un errore. Sappiamo che c’è stata una riforma del Codice degli Appalti che ha detto che bisogna passare dal massimo ribasso all’offerta più vantaggiosa cioè che tiene conto dei criteri ambientali, sociali e fiscali minimi. Noi abbiamo chiesto però di abbandonare l’ottica del massimo ribasso che ancora caratterizza il 60% degli appalti in Italia. A questa proposta ne abbiamo aggiunta anche una in merito alla rimodulazione dell’Iva e il tema, che ho portato in Parlamento con Legambiente, è stato questo: l’Iva deve essere intelligente e premiare le filiere che ci portano verso il futuro, verso la sostenibilità ambientale e dignità del lavoro, e penalizzare quelle del passato. Per esempio l’economia circolare deve avere una Iva al 4%. Va usata per favorire la transizione verso un nuovo modello economico».


6 - Il percorso

Ma per Becchetti il valore maggiore di Cagliari è stato sicuramente il metodo, il percorso. «E’ possibile mettere in moto un percorso di cittadinanza attiva, di partecipazione, che ci rende più generativi, più ricchi di senso. Un futuro in cui vogliamo creare un percorso fondato su questi verbi: partecipare, informare, disseminare, innovare e condividere. Di conseguenza il percorso di cercatori di lavoro continua con questo tipo di attività: si va sui territori a cercare le buone pratiche, si ritorna e si riformulano le proposte e poi si ritorna sui territori attraverso dei laboratori progettuali Ancora mettersi in cammino, laboratori territoriali e proposte di policy. I laboratori sono su quattro temi fondamentali: il primo è sulla creazione di valore economico sostenibile, vedere una volta compresi i bisogni se le buone pratiche sono riproducibili; il secondo è quello del comunicare ed è molto importante, in particolare per quanto riguarda la presenza sui social; il terzo è sul capitale sociale, sulla costruzioni di relazioni e, infine, la cittadinanza attiva cioè il voto con il portafoglio».
Il professore ha concluso il suo intervento citando Papa Francesco che nella Evangelii Gaudium dice il tempo è superiore allo spazio. «In Fisica non vuol dire nulla, ma nella vita spirituale ha un significato molto importante. Il principio della generatività ci dice che il magis dell’azione politica non sta nell’occupare spazi tanto per occuparli ma nel creare processi di cambiamento, cioè privilegiare azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci. Noi abbiamo visto Cagliari come tutto questo cioè mettere in moto dei percorsi che possano avere un futuro. E il dopo Cagliari ci dirà se ci siamo riusciti oppure no».

13 ottobre 2017

Stefano #Zamagni: «#Crescita e #sviluppo non sono sinonimi»

Stefano Zamagni
«Crescita e sviluppo non sono sinonimi. La crescita è uno dei pilastri dello sviluppo. Gli altri due sono la dimensione sociale, cioè l’intrattenere relazioni e quella spirituale, che necessariamente non va intesa in una logica religiosa». Così Stefano Zamagni ha introdotto, sabato 30 settembre il suo intervento, nella sala conferenze della BCC, sul tema «Comunità e sviluppo locale», incontro organizzato dalla Fondazione Comunitaria della Valle d’Aosta, in occasione della quinta Giornata europea delle Fondazioni e dei Donatori, in collaborazione con il CSV e la Caritas. A presentare il relatore il Presidente della Fondazione Luigino Vallet, mentre il dibattito è stato moderato dalla giornalista Rai Alessandra Ferraro. Zamagni ha anche ricordato come nella parola sviluppo, essendo latina, la “s” è privativa di conseguenza significa «togliere i viluppi» e va collegata ad un concetto di libertà. Inoltre ha spiegato come «Svilupparsi vuol dire agire in maniera tale che tutte e tre le dimensioni crescano». Il ragionamento si è poi spostato sulla nuova riforma del Terzo settore che per l’economista, pur essendo sicuramente perfettibile, è un provvedimeento dove le luci sono maggiori delle ombre.

Terzo settore: una buona riforma
Da sinsitra Luigino Vallet, Stefano Zamagni e Alessandra Ferraro

Tre i punti che per l’economista - che ha anche collaborato alla sua stesura rendono la riforma, dopo un travaglio di due anni, una buona riforma:  «Prima di tutto – ha spiegato il professore - il fatto che si passi da un regime concessorio ad uno di riconoscimento. Fino ad ora i 300mila enti di terzo settore presenti sul territorio nazionale per esistere dovevano ottenere la concessione dal prefetto. Ora l’autorità pubblica riconosce la loro esistenza e ne verifica il rispetto del codice del terzo settore con i suoi 104 articoli. Non è un aspetto secondario. E’ un principio filosofico. L’autorizzazione si deve chiedere per fare il male non per fare il bene. Il secondo aspetto è la piena applicazione dell’articolo 118 della Costituzione. Nel 2001 è stato introdotto il principio di sussidiarietà, sino ad ora non applicato perché mancava la legge ordinaria. Ora la titolarità della cura del benessere non è più soltanto dell'ente pubblico, ma anche di cittadini. Infine con questa riforma si riesce a passare da un modello diadico, cioè Stato e Mercato, ad uno triadico, cioè tenendo conto anche del terzo settore. La mancanza di questo faceva sì che quando ci si doveva occupare di simili enti a livello giurisprudenziale si andava per analogia giuridica e succedevano spesso e volentieri dei pasticci. Ho il ricordo di un gruppo scout accusato di evasione fiscale in quanto vendeva le divise senza essere un esercizio commerciale e, quindi non avendo la licenza. Il ragionamento è chiaro. Ci sono aree di bisogni di varia natura dove lo Stato non è sufficiente. I bisogni spirituali soddisfatti da azione reciproca. Le società evolute esprimono bisogni relazionali che non possono essere soddisfatti esclusivamente con riteri mercantili e di comando».

Finanza sociale e sussidiarietà circolare
Entrando più nel dettaglio Zamagni ha manifestato anche la sua gioia in quanto al titolo quinto del codice appare per la prima volta la dicitura «finanza sociale». «Mi piace questa espressione – ha detto il Professore - perché finalmente si fa giustizia. La finanza è nata come finanza sociale, all’interno della scuola francescana, alla fine del 300. Pensate alla realtà dei monti di pietà. Il primo fu istituito a Perugia. Il fine della finanza era creare socializzazione attraverso lo strumento del credito. Si voleva combattere l’usura. Con la rivoluzione industriale invece la finanza si mette al servizio esclusivamente del capitale. A Bologna venne creato il monte dei matrimoni perché le donne non si sposavano in quanto non avevano la dote. Il monte concedeva la somma con interessi minimi, ma imponeva alla donna che nell'arco di 10-15 anni restituisse il prestito con i suoi soldi. L’obiettivo era di liberare la donna dalla sudditanza in quanto per ripagare il debito doveva per forza lavorare. I francescani sono stati un grande esempio di finanza innovativa». 

Un altro aspetto valido della legge è la creazione dei social bot, social loans e dei titoli di solidarietà. «Visto che ci troviamo nella sede di una BCC lo di con molta chiarezza. – ha spiegato Zamagni - Per loro si apre terreno nuovo. Attraverso l’emissione di questi bond, è possibile fare business di alto livello, tenendo anche conto che lo Stato ha creato un fondo di garanzia statale. Fino ad ora il terzo settore poteva contare sulle liberalità o il sostegno degli enti pubblici e sappiamo come in questo momento non siano sufficienti». 

La riforma prevede anche l’introduzione della Vis, cioè la valutazione di impatto sociale. «E’ fondamentale. – ha proseguito il professore - Bisogna imparare che il bene va fatto bene. E la Vis serve a far sapere quanto bene viene fatto il bene. Ad esempio se è rispettato il principio di democraticità. Ma non solo. Se un corso di formazione coinvolge 100 persone devo essere in grado di capire quante persone hanno trovato lavoro con esso quindi quanto si è riusciti a far risparmiare all’ente pubblico come sussidi e quanto si è contribuito alla qualità della vita della comunità». 

Per Zamagni questa riforma è un primo elemento di rottura. «Io mi aspetto una progettualità nuova e uno sviluppo della sussidiarietà circolare, cioè una condivisione di sovranità. Stato, mondo delle imprese e organizzazioni di terzo settore devono dialogare in maniera sistemica in condizioni di parità per definire priorità, interventi e modalità di gestione. Aristotele diceva che la virtù è più contagiosa del vizio purché sia esercitata».

4 novembre 2016

Aosta: #Zamagni al De La Ville - Economie e città a misura d'uomo. Un nuovo approccio

Stefano Zamagni
Questa sera, venerdì 4 novembre, alle 20.45, al Théâtre de la Ville di Aosta, all'interno del ciclo Fede & Scienza, organizzato dalla Diocesi di Aosta, ti segnalo la conferenza del professor Stefano Zamagni, ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna, sul tema «Economie e città a misura d’uomo. Un nuovo approccio». A Partire dalle 20,35 diretta, condotta dall'autore di questo blog, su Radio Proposta in Blu. Un appuntamento che merita. Ampia cronaca la prossima settimana sul Corriere della Valle. 

8 febbraio 2016

Riccardo Jacquemod (#Lasorgente): «L'#economiacivile può trovare casa in Valle d'Aosta»

Riccardo Jacquemod 
Intervista a  Riccardo Jacquemod, della Cooperativa La Sorgente.

Dall'inizio di gennaio il servizio per la Famiglia e la Prima Infanzia Farfavola si propone in gestione privata. Come nasce questa decisione?
E' una decisione che abbiamo preso in conseguenza di una serie di situazioni che si sono verificate nel corso del 2015. Va detto che da dieci anni noi gestivamo la Farfavola nei locali che avevamo reperito dalla parrocchia. Li gestivamo per conto del Comune di Aosta. Nel momento in cui il Comune di Aosta ha rinunciato a proseguire nella gestione del servizio ci siamo chiesti come fare per continuare ad offrire i servizi dentro agli spazi che avevamo allestito, anche con investimenti significativi, negli ultimi dieci anni. E l'idea di poter proseguire in termini di attività privata ci è parsa la strada più percorribile. Sarà molto difficile tenere in quadro il bilancio però cominciamo ad avere sufficiente esperienza per poter immaginare una prospettiva non così negativa. Adesso siamo partiti. Abbiamo ottenuto l'autorizzazione proprio sul filo di lana, il 30 dicembre, da parte della Regione. I clienti stanno crescendo. Speriamo in bene.

Preso atto dei problemi legati alle risorse economiche come si può strutturare in una maniera più razionale un nuovo welfare che non sia semplicemente il risultato di tagli? Ovviamente se è possibile…
La prima considerazione è che i servizi del welfare valdostano – fino a qualche anno fa definito munifico, ricco, abbondante – oltre che costi molto elevati presentano probabilmente anche delle spese che si possono razionalizzare. Credo che in parte lo sforzo che si sta intraprendendo in questo periodo sia proprio di razionalizzazione di questa spesa. E' evidente che il welfare, i servizi alla persona non possono rispondere esclusivamente ad una domanda privata in quanto hanno un fortissimo valore del lavoro e sarebbero troppo cari in una offerta privata. Di conseguenza un welfare totalmente privato non può stare in piedi. Però razionalizzando la spesa e con una buona partecipazione dell'utenza privata io sono convinto che cio sia uno spazio per poter mantenere dei livelli di copertura dei servizi adeguati per il nostro contesto.

 Dal tema della famiglia all'immigrazione. Sulla chiusura del Centro immigrati è stata detta davvero la parola fine?
Credo che il servizio migranti come lo abbiamo fatto crescere insieme con l'amministrazione comunale, il Celva e la Regione in questi anni non si riproporrà più. E' la conclusione di un servizio dedicato esclusivamente a questa materia. Naturalmente noi come cooperativa abbiamo un po' la necessità e la voglia di riuscire, avendo dato continuità agli operatori che lavoravano nel servizio, di mettere a valore le conoscenze che in 25 anni di attività il servizio ha acquisito e accumulato. Ci sembra molto opportuno sia per quanto riguarda l'utenza straniera che in tante situazioni ha proprio bisogno di avere un punto d'appoggio un po' specializzato per le risposte che deve ottenere. E mi sembra anche utile perché dentro il servizio migranti la comunità ha sempre avuto un punto di attenzione e una fotografia di un processo che anche guardando gli ultimi eventi sta andando avanti e non si arresta di sicuro con la chiusura del servizio

Quali sono gli attuali numeri della Cooperativa?
La Cooperativa ha circa 140 tra soci lavoratori e dipendenti oltre ad una ventina di collaborazione più episodiche. I numeri restano più o meno quelli anche se dopo le riduzioni che ci sono state nei servizi alla prima infanzia siamo un po' più in tensione sul fronte occupazionale. Però stiamo tenendo su questa dimensione. E' presente nella gestione di tre tipologie di servizi. Sul fronte della prima infanzia noi abbiamo nove servizi tra Courmayeur e Gressoney e dopo le novità legate alla Farfavola il settore al momento è in ristrutturazione. Noi abbiamo poi un altro settore, quello storico legato all'accoglienza e alle politiche per l'immigrazione, in cui al di là della chiusura del servizio migranti cresce l'impegno per l'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale. Abbiamo poi una filiera di servizi dedicati agli anziani con la gestione di alcuni servizi pubblici sul Comune di Aosta – assistenza domiciliari più altre tipologie – e la gestione di servizi privati di intermediazione di manodopera. Con la Bonne famille stiamo sviluppando un buon rapporto con la clientela privata che sta cercando progetti di assistenza per i propri anziani.

L'attività del Piccolo Albergo di Comunità prosegue e si consolida…
A noi piace pensare che sia davvero qualcosa di presente in maniera significativa nella nostra comunità. Il ristorante Intrecci poi continua a mantenere un buon livello di qualità con prezzi concorrenziali, offrendo la possibilità di fare serate di approfondimento in quanto abbiamo tantissime collaborazioni con associazioni e gruppi di riferimento. L'attività del Piccolo Albergo di Comunità con la Bonne Famille è significativo. Ci sono tantissime assistenti familiari che fanno riferimento alla Cooperativa per i loro problemi e in più c'è la parte dedicata all'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, c'è una dove ospitiamo persone che preferiscono vivere in una situazione un po' più protetta e viva piuttosto che stare da soli presso il proprio domicilio.

Il concetto di economia civile può trovare casa anche in Valle d'Aosta?
Sicuramente sì. Noi un po' come tutti gli altri soggetti che si trovano ad aver lavorato negli ultimi vent'anni in questo nostro contesto abbiamo bisogno di recuperare del tempo rispetto alla capacità di fare impresa. E' al momento l'aspetto che forze manca di più tra tutti i soggetti del terzo settore, in particolare tra le imprese sociali. Però c'è spazio. E l'economia civile è quella che potrà dare una prospettiva. Qui bisogna tutti affrancarci un po' dall'essere stati più dei fornitori di servizi che dei creatori di economia civile. E questo è un lavoro difficile. Però vedo che ci sono tante realtà cooperative e associazioni che iniziano a confrontarsi con questi dati partendo dai problemi e dai bisogni d elle persone per poter trovare soluzioni non necessariamente che arrivano sempre dal pubblico. Anche l'idea dell'Emporio Solidale che si sta cercando di mettere a fuoco i in questi giorni è un po' il tentativo di riuscire a recuperare, nelle pieghe di un'economia che produce anche sprechi, la possibilità di dare dei sostegni effettivi ai bisogni delle persone. Credo che siano tutti dei piccoli indizi di un'attività e un'attenzione che la comunità ha nei confronti dei problemi e dei bisogni delle persone che sono più fragili.

L'Emporio solidale potrebbe essere una delle novità del 2016?
Bisognerà aspettare l'esito della selezione. Però ci auguriamo di poter realizzare anche in tempi ragionevolmente brevi un'esperienza che altrove ha trovato un'ottima applicazione. Penso alle regioni dell'Emilia e che è anche suffragata da decisioni legislative. Pensiamo alla legge che è stata approvata in Francia da poco. In cui il legislatore francese ha deciso di obbligare di riutilizzare gli sprechi della grande distribuzione, rendendo obbligatoria la raccolta e la distribuzione verso i poveri delle derrate in scadenza. Ed è una legge davvero interessante.

Un sogno da Imprenditore da realizzare?
Non smettiamo mai di sognare, di avere idee. Il confronto dentro la Cooperativa, soci e volontari, alla fine è il risultato di sogni che cercano di trovare spazi di realizzazione.

21 dicembre 2014

Luigino #Bruni: «Se vuoi capire a che livello di bene comune è una società guarda come tratta i suoi poveri»


Questo testo è stato pubblicato sul Corriere della Valle della scorsa settimana.

L’Economia è stata la grande protagonista della terza conferenza che giovedì scorso ha concluso il ciclo di incontri, organizzato dalla Diocesi di Aosta, di «Fede e Scienza», dedicati alla conoscenza e all'approfondimento dell'esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium, in particolare del quarto capitolo "La dimensione sociale del l'evangelizzazione". Titolo dell’appuntamento al De la Ville: «L'economia di Francesco e le sfide dell'oggi». Relatore Prof. Luigino BRUNI, Professore ordinario di economia politica all’ Università LUMSA di Roma. Economia che «troppo spesso – come ha detto introducendo l’ospite il Vescovo di Aosta, Mons. Franco Lovignana - consideriamo come un campo a lato del Vangelo tanto è vero che è spesso assente dalla catechesi». E proprio per evidenziarne la centralità il Vescovo ha citato un passaggio dell’Evangelii Gaudium dove Papa Francesco scrive «dobbiamo convincerci che la carità è il rapporto non soltanto delle micro relazioni, rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici. E’ indispensabile che i governanti e il potere finanziario alzino lo sguardo e amplino le loro prospettive. Che facciano in modo che ci sia un lavoro degno, istruzione, assistenza sanitaria per tutti. E perché non ricorrere a Dio affinché ispiri i loro piani? Sono convinto che a partire da un’apertura alla trascendenza potrebbe formarsi una nuova mentalità politica ed econo­mica che aiuterebbe a superare la dicotomia asso­luta tra l’economia e il bene comune sociale».

Tre premesse
Bruni, fra l’altro coordinatore della Commissione internazionale di Comunione, è partito da tre premesse per inquadrare l’esortazione del Papa che per il professore consiste prima di tutto in uno stimolo che il Pontefice dà anche al mondo degli economisti «in quanto il Papa in alcuni punti tocca temi di teoria economica». «La prima premessa – ha proseguito Bruni – è dunque che l’economia è importante per i cristiani. Non è un caso. Già nel paragrafo 2 si parla di consumo. E io non posso che gioire questa scelta. Senza economia non si fa bene comune. E in questi tempi in cui c’è molta crisi economica, c’è pure una giusta diffidenza verso l’economia, non dobbiamo fare l’errore di immagine che ci possa essere una buona società senza una buona economia e senza una buona finanza. Oggi, come ieri, l’economia è fondamentale per il bene comune. Senza una prassi economica diversa i cristiani non possono cambiare l’economia». La seconda premessa è che Papa Francesco «usa la povertà come una prospettiva sul mondo. Guarda il mondo dalla prospettiva di Lazzaro e non del ricco Epulone. La povertà è un giudizio sul mondo, non è semplicemente un problema per le persone che sono sotto una determinata soglia di reddito. Se noi oggi vogliamo capire il mondo dobbiamo guardare i poveri. Sotto il tavolo dove sta Lazzaro vedi dimensioni che non vedi da sopra».

 Il Papa per Bruni utilizza la categoria della povertà per dire la sua sul capitalismo. «La povertà – prosegue il professore - è il centro del patto sociale. Se vuoi capire una società a che livello è di bene comune guarda come tratta i poveri. Ecco perché oggi considero Papa Francesco il principale critico del capitalismo e dice che deve trasformarsi in qualcos’altro in quanto produce esclusione, crea vinti». L’ultima premessa è che dietro a tutta l’esortazione c’è la questione antropologica, la grande domanda: «la persona che cos’è?». E Papa Francesco ha un’idea molto chiara di cosa sia l’essere umano. «Nel primo capitolo del Genesi quando Dio crea l’uomo dice che è “cosa molto buona”, mentre prima diceva soltanto cosa buona. Quel molto vuol dire quasi tutto. Cioè che per quanto possa essere bella la Valle d’Aosta, è meno bella di Maria che vive come barbona alla Stazione Termini. C’è cioè nell’essere umano una bellezza che supera tutte le bellezze del creato. C’è una bontà dell’essere umano che è più grande dei vizi, delle malattie, dei problemi. Caino arriva dopo l’Adam, nel quarto capitolo, dove per la prima volta compare la parola peccato, e non uccide questa immensa vocazione che c’è. Anche l’autore biblico se avesse guardato il suo tempo avrebbe dovuto partire da Caino eppure non lo fa. Di qui anche lo sguardo generoso e buono del magistero di questo Papa sull’uomo. E anche noi siamo chiamati ad avere questo sguardo sul mondo. Soltanto così è possibile un’economia diversa, di comunione, sociale. E’ possibile il bene comune perché c’è questa visione biblica. Altrimenti saremmo destinati ad un mondo in mano agli interessi e alle cattiverie». Per Bruni il cristiano deve guardare al mondo in maniera più positiva. «La prima cura è lo sguardo in quanto c’è un cinismo, uno scetticismo civile in Italia che è spaventoso. Invece di guardare al mio vicino come ad un alleato per il bene comune penso a lui come ad un evasore. Questo significa declino dei popoli. In un ‘Italia che soffre per un eccessivo pessimismo il cristiano dice che si può sperare, che c’è tanta bellezza nel mondo».

L’esortazione
Bruni affronta l’esortazione a partire dal tema della carità. «Una carità che non è un fatto privato, ma è capace di cambiare le relazioni sociali, politiche ed economiche è un concetto fondamentale». Ma che cosa è carità? «Caritas è una parola latina che è la traduzione di due parole greche. Non solo di agape, ma pure di Karis. Nel mondo greco l’amore poteva essere detto in due modi: eros e philia. L’eros era una reciprocità diretta, biunivoca, esclusiva, dove l’altro viene amato perché ci colma una indigenza, ci sazia, riaccendendolo, un desiderio vitale. Nella philia greca (che assomiglia a ciò che oggi chiamiamo amicizia), la reciprocità è più articolata: si tollera la mancata risposta dell’altro, non si fanno sempre i conti di dare e di avere, e si può perdonare molte volte. I cristiani devono esprimersi in greco ma l’amore che avevano sperimentato con Gesù non poteva essere espresso attraverso philia e eros in quanto non esprimevano l’amore per il nemico». Questa nuova parola fu agape, non del tutto inedita nel vocabolario greco, ma nuovi furono l’uso e il significato che le attribuirono i cristiani. Ma poi nacque il problema di tradurla in latino. «E la scelta – continua Bruni - cadde sulla parola charitas, che nei primi tempi era scritta con l’acca, una lettera tutt’altro che muta, perché diceva molte cose. Innanzitutto che quella charitas non era né amor né amicitia, era qualcos’altro. Poi che quella charitas non era più la caritas dei mercanti romani, che la usavano per esprimere il valore dei beni (ciò che costa molto, che è “caro”). Ma quell’acca voleva anche ricordare che charitas rimandava anche ad una altra grande parola greca:charis, grazia, gratuità. Non c’è agape senza charis, né charis senza agape. Una dimensione dell’amore che ti porta oltre le equivalenze, oltre la condizionalità. Il problema grande dell’amore umano è che la gente ama se è riamata».
Così la philia può perdonare fino a sette volte, l’agape fino a settanta volte sette; la philia dona la tunica, l’agape anche il mantello; la philia fa un miglio con l’amico, l’agape due, e anche col non–amico. L’eros sopporta, spera, copre poco; la philia copre, sopporta, spera molto; l’agape spera, copre e sopporta tutto. «Eppure gli esseri umani – aggiunge Bruni - sono capaci di atti più grandi di questo in quanto sono ad immagine di Dio e sono capaci di atti senza reciprocità. Di andare avanti da soli. Sono quelli che in contesti di illegalità pagano le tasse. Sanno che sono gli unici ma lo fanno lo stesso. La forma d’amore dell’agape è anche una grande forza di azione e di cambiamento economico e civile, capace di spezzare le trappole di povertà. La carità è dunque una forza straordinaria».

La cultura idolatrica
Bruni cita Papa Francesco quando al secondo capitolo dell’esortazione scrive “questa civiltà ha posto il consumo al centro e ha subordinato tutte le altre dimensioni della vita al consumo”. «Ed è verissimo – aggiunge –. Appena arrivi ad Aosta che cosa vedi? I centri commerciali. Ciò che salta all’occhio oggi è il consumo non è il lavoro. Prima non era così. L’economista Federico Caffè diceva che bisognava far iniziare i corsi di economia non con il consumo ma con la produzione. Far vedere dove nasce il valore. Poi questo valore viene distribuito. Il punto di partenza è come nasce il reddito, come si crea ricchezza. Invece tutta l’enfasi della cultura contemporanea è sul consumo. Tende a creare nei giovani l’idea che ci possa essere consumo senza lavoro. Il bombardamento è pubblicitario è tale che in qualche i soldi da qualche parte devono arrivare». 

Di qui l’idea che la nostra società stia vivendo dentro ad una cultura idolatrica, un concetto ripreso molte volte dal Papa. «per capire meglio questo – spiega Bruni – si deve leggere il libro dell’Esodo. La grande fatica che ha fatto il popolo di Israele è stata quella di dire il nostro Dio non è un idolo. E’ questa la nostra grande tentazione, non tanto l’abbandono di Dio per un idolo, quanto il far diventare Dio il vitello d’oro. Se avviene questo non c’è più conversione. Ti accontenti. Il popolo d’Israele ha fatto sempre una grande fatica a salvare la sua religione-fede diversa. Il suo è il Dio della vita che però non può essere rappresentato con i simboli della vita e della fertilità (tori, donne); è il Dio della voce che però solo Mosè riesce ad ascoltare; è il Dio che ha svelato il suo nome, un nome però impronunciabile. Troppo diverso, troppo nuovo. E anche oggi la nostra non è una cultura atea, ma idolatrica. Oggi il denaro permette di comprare tutto e così il denaro diventa tutto».

La prima nota di fondo di tutti i regimi idolatrici è proprio l’assenza di gratuità, che è invece la prima dimensione della fede biblica. La creazione è dono, l’alleanza è dono, la promessa è dono, la lotta all’idolatria è dono. Gratuità è l’altro nome di YHWH. La cultura dell’idolo odia il dono. «La gratuità – precisa Bruni – è una categoria economica, diversamente non serve a niente. E’ l’eccedenza rispetto ai contratti, al potere, ai comandi. E’ la differenza tra il professor Bruni e Luigino, cioè ciò che ti spinge a dare il meglio che hai ai tuoi studenti. Questo può essere soltanto dono. E questo è ciò che fa di un’impresa un luogo bello o brutto e se io dai lavoratori non ho questa voglia di vivere io non ho nulla, soltanto il contratto. La gratuità è questa eccedenza rispetto al doveroso. La famiglia è una scuola di gratuità, cioè il luogo dove impari che alcune cose vanno fatte in sé non perché c’è uno che ti paga. E quando questo manca l’impresa fallisce». 

Oggi però manca la capacità di vedere il dono che c’è nel lavoro e questo fa sì che «la gente non si senta ringraziata abbastanza». Non è un caso che il lavoro sia una grande parola di questa esortazione. «Finché la nostra politica non imparerà a guardare il lavoro così, e continuerà a guardare gli insegnanti come fannulloni, non farà nessuna riforma. In quanto la prima riforma parte dalla stima delle persone. Se tu non ti senti stimato non dai il meglio di te». 

L’esortazione si conclude con un paragrafo dal titolo «il tempo è superiore allo spazio». Ma che cosa vuol dire questo per l’economia. «Dietro all’idea del sabato – ha concluso Bruni - c’è il concetto biblico che il tempo e la terra non sono tuoi, ma sono dono e, quindi, ti devi fermare. Il riportare il tempo al centro del sistema economico implica dei concetti fondamentali: il primo è che i profitti delle imprese devono guardare al lungo periodo. Le imprese non possono giudicare i manager a tre mesi, diversamente è predatoria. Oggi abbiamo impoverito l’economia perché abbiamo reso troppo veloce il rapporto tra investimento e ritorno. E così i nostri imprenditori hanno smesso di investire nel lavoro e hanno iniziato a investire nella finanza speculativa che era molto più redditizia. Questo vale moltissimo per i giovani. Vanno attesi non possono avere esperienza se devono iniziare a lavorare. Serve una cultura dell’ospitalità aziendale. Un patto vero che dà modo ad un giovane di diventare un lavoratore semplicemente lavorando. Il grande problema del mestiere oggi è che i giovani non hanno mestieri. Per fare questo servono imprese pazienti». 

3 dicembre 2014

Liberare il potenziale dell’economia sociale per la crescita europea

Luigino Vallet
Questo testo di Luigino Vallet è stato pubblicato sull'ultimo numero del Corriere della Valle in vista della conferenza dell'economista Luigino Bruni che si svolgerà domani sera, alle 20,45, al Cinema Théâtre de la Ville. Diretta su Radio Proposta in Blu.

Il 17 e 18 dicembre il Governo Italiano, nel semestre in cui ha la Presidenza di turno del Consiglio  dell’Unione Europea, ha organizzato una conferenza a Roma dal titolo “Liberare il potenziale dell’economia sociale per la crescita europea”. Io ho partecipato come invitato per essere da molti anni impegnato, con diversi ruoli di responsabilità, in alcune organizzazioni - associazioni di volontariato, cooperative sociali, coordinamenti di associazioni, fondazioni - che fanno riferimento all’economia sociale in Valle.

Erano gli stessi giorni cui in Valle si discuteva in modo animato sul ruolo di alcuni coordinamenti del volontariato - realizzati con molta fatica nel corso del tempo - ma con tutta un’altra prospettiva. A tale convegno sono giunti a Roma quasi 200 relatori provenienti da 25 Paesi europei rappresentanti delle Istituzioni, esponenti dell'economia sociale, ricercatori e studiosi, ma anche semplicemente persone che sono
interessate a questo settore che ha, pur con molte difficoltà, non ha diminuito la sua presenza in questo perdurante periodo di crisi.

Davanti alla platea dell'Auditorium Massimo nel quartiere Eur il sottosegretario Luigi Bobba ha spiegato i motivi di questo convegno: «Questa conferenza vuole attirare attenzione su un settore importante. Il Governo ha scritto un'ampia Riforma in discussione alla Camera su volontariato, associazionismo e cooperazione sociale. Abbiamo seguito un percorso che altri Paese europei hanno imboccato in questi anni. Siamo convinti che dal confronto tra tutti questi attori possano arrivare idee e soluzioni».

Ha poi ricordato i dati Istat sull'economia sociale con i numeri (incidenza di circa il 10% sul Pil e le cifre sull'occupazione nel settore) e ha sottolineato l'esigenza dell'innovazione: «I servizi offerti dal Pubblico non sono più in grado di risolvere i problemi o fornire risposte ai bisogni: beni che solo le organizzazioni sociali possono garantire. Bisogna assumere una  prospettiva che guardi al medio e lungo termine. Anche la task force del G7 ha presentato qui il suo rapporto sull'impatto sociale.   Urge un passo avanti: da queste due giornate uscirà la Strategia di Roma per l'economia sociale».

A precedere l'intervento di Bobba è stato il professore Jean Paul Fitoussi che ha molto criticato le politiche economiche dell'Europa. La sua fondamentale esortazione è stata quella di «Partire dal capitale umano». Fitoussi ha messo in campo i temi della democrazia e della partecipazione alle politiche economiche degli ultimi anni. «In Europa la protezione sociale è vista come ostacolo alla competitività, dal Fiscal compact al Patto di Stabilità. Questa strategia ha come conseguenza una democrazia che non può correggersi come giusta combinazione tra solidarietà e profitto e così i cittadini possono anche cambiare i governi ma non le politiche economiche. Da questo assistiamo così all'ascesa del populismo. Negli Usa in due anni hanno cambiato queste politiche ed è arrivata la ripresa, in Europa invece si rischia la scomparsa delle protezione sociali e delle assicurazioni collettive».

In conclusione rispondendo ad una domanda del moderatore che gli chiedeva «se ci sia spazio ancora all'ottimismo» Fitoussi ha risposto: «Io sono ottimista per il futuro. Parliamo di povertà ma l'Europa è ricca di tante cose anche se è mal gestita. Arriverà un momento in cui se ne renderanno conto: serve il capitale umano per produrre quello materiale».

I convenuti hanno poi lavorato in 10 gruppi che concentrandosi su alcune specifiche tematiche dell’economia sociale realizzando in concreto delle occasioni di incontro e scambio e riaffermando contenuti forse oggi consolidati, ma che è comunque strategico portare all'attenzione delle istituzioni comunitarie, quali la consapevolezza del ruolo fondamentale dell'economia sociale per la «realizzazione di diversi obiettivi  importanti dell'Unione Europea, come ad esempio la creazione e il mantenimento dell'occupazione, la coesione sociale, l'innovazione sociale,  lo sviluppo rurale e regionale, inclusa la cooperazione internazionale e lo sviluppo, la tutela dell'ambiente», ecc.nonché la convinzione che «il suo ruolo è diventato ancora più significativo negli ultimi anni, poiché le organizzazioni dell'Economia Sociale hanno dimostrato di essere una forza anti-ciclica per affrontare la crisi economica che colpisce il nostro continente».

Importante intervento in una successiva tavola rotonda in cui è stato evidenziato come in Europa sia realizzato il 50% del welfare mondiale e che le imprese sociali contribuiscono a realizzarne il 50%, dando
lavoro a 14 milioni di persone. In Italia, le imprese sociali offrono servizi di welfare a 7 milioni di famiglie
e creano occupazione per 400mila persone.

Rispetto alle conclusioni viene raccomandata la definizione di referenze istituzionali chiare per l'economia
sociale a livello comunitario, la necessità di linee guida e monitoraggio rispetto all'applicazione della Direttiva
Appalti e della Direttiva Concessioni, l'ampliamento delle collaborazioni tra istituzioni e terzo settore basate
su «una logica di sussidiarietà, co-progettazione e co-produzione», la destinazione di investimenti
comunitari non solo alle infrastrutture materiali, ma anche agli investimenti sociali, il rafforzamento di strumenti
finanziari a sostegno dell'economia sociale; infine si prende opportunamente atto che in tema di impatto sociale il dibattito è ancora ampiamente da sviluppare.

28 novembre 2014

Giovedì 4 Dicembre Luigino #Bruni ad #Aosta: L'#economia di #Francesco e le sfide dell'oggi

Il ciclo di conferenze, organizzato dalla Diocesi di Aosta, dedicato alla conoscenza e all'approfondimento dell’esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium, in particolare del quarto capitolo “La dimensione sociale del l’evangelizzazione”, si conclude, giovedì 4 dicembre, alle 20,45, ad Aosta, presso il  Cinéma Théâtre de la Ville, con la conferenza del professor Luigino Bruni, Ordinario di Economia Politica dell'Università LUMSA di Roma, dal titolo «L’economia di Francesco e le sfide dell’oggi». La conferenza sarà trasmessa anche in diretta su Radio Proposta in Blu e per chi abita fuori valle è possibile seguirla in streaming. Come sempre il Corriere nel numero della prossima settimana darà ampio spazio all'evento.

Ma chi è Luigino Bruni?
Nato ad Ascoli Piceno, il 30 maggio 1966. Dal novembre 2012 Professore Ordinario di Economia Politica, presso il Dipartimento di Scienze economiche, politiche e delle lingue moderne, Università Lumsa di Roma. Da novembre 2010 Professore Ordinario idoneo (Concorso Università di Padova, Facoltà di Economia, primo classificato). Dal Febbraio 2005 a Ottobre 2012: Professore Associato di Economia Politica, presso la Facoltà di Economia, Università di Milano-Bicocca. 20012004: Ricercatore di Economia Politica, presso la Facoltà di Economia, Università di MilanoBicocca. Vicedirettore del Centro Interuniversitario ECONOMETICA. 
Questi sono alcune delle sue pubblicazioni: L'uomo spirituale e l'homo oeconomicus. Il cristianesimo e il denaro, con N. Riccardi, P. Rota Scalabrini, Sapientia, 2013; Economia con l’anima, Emi, Milano, 2013; Le prime radici. La via italiana alla cooperazione e al mercato, Il Margine, Trento, 2012; 5. Le nuove virtù del mercato, nell’era dei beni comuni, Città Nuova, Roma, 2012; 6. La leggerezza del ferro, Una introduzione alle teoria economica delle Organizzazioni a Movente Ideale, con A. Smerilli, Vita e Pensiero, Milano, 2011 (con A.Smerilli); Microeconomia, con L. Becchetti e S. Zamagni, Il Mulino, Bologna, 2010; L’Impresa civile, EgeaBocconi, Milano, 2009; Benedetta Economia, Cittanuova, Milano, 2008 (con A. Smerilli); Il prezzo della gratuità, Città Nuova, Roma, 2006; Reciprocità. Cooperazione economia società civile, Bruno Mondadori, Milano, 2006; L’economia, la felicità e gli altri. Un’indagine su beni e benessere, Città Nuova, Roma, 2004; Economia civile, con S. Zamagni, Il Mulino, Bologna 2004 e Vilfredo Pareto. Alle radici della scienza economica del novecento, Collana “Economisti Italiani”, Polistampa, Appuntamenti - Ecco chi sono i relatori dell’edizione di quest’anno Ritorna Fede e Scienza. 

Di Luigino Bruni propongo un articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire il 24 marzo 2013, probabile spunto dell’intervento dell’economista 

Francesco è un nome che dice molte cose, anche all'economia e alla finanza. E, se sappiamo e vogliamo
ascoltare, ci lancia messaggi essenziali per curare, veramente e in profondità, le nostre crisi. Francesco d’Assisi, perché amante di 'madonna povertà', è anche all’origine di importanti cambiamenti economici,
teorici e pratici. Il movimento francescano diede vita alla prima importante scuola di pensiero economico,
ed è anche all'origine della tradizione di banca e di finanza (gli ormai famosi Monti di Pietà, i prodromi della
finanza popolare e solidale italiana). Non si ricorda però a sufficienza che queste istituzioni bancarie popolari
fiorirono due secoli dopo una profonda e sistematica riflessione culturale e filosofica su economia, moneta e mercato. Olivi, Scoto, Occam, e decine di altri maestri francescani furono dottori anche di economia,
perché colsero, per istinto carismatico, che dovevano studiare le res novae del loro tempo, dovevano riflettere profondamente sui grandi cambiamenti della loro epoca, quando stava iniziando una grande rivoluzione commerciale e cittadina che poi fiorì nell'Umanesimo civile. Studiarono economia per amore
della loro gente, soprattutto dei poveri. Il primo messaggio che ci proviene da Francesco e dal suo movimento carismatico è il significato morale e civile dello studio e della scienza. Questa crisi ci sta dicendo ogni giorno con maggiore forza che l’economia e la finanza a una sola dimensione (quella dei profitti di
breve periodo) produce disastri e disumanesimo (Cipro è l’ennesimo segnale). Ma, mentre la crisi continua a mietere le sue vittime, in tutte le università si continua a studiare e a insegnare la finanza e l’economia
retta dagli stessi princìpi che hanno causato queste crisi. I libri di testo sono gli stessi, i dogmi
e la spocchia imperialista di noi economisti sono gli stessi del pre-crisi, i nostri migliori studenti continuano
a formarsi in scuole di dottorato con gli stessi programmi del 2007. Francesco allora invita i veri amanti del bene comune  e quindi di 'madonna povertà' (il primo metro di bene comune sono sempre le condizioni
dei poveri) a investire molto di più nello studio delle res novae del nostro tempo, che sono i temi del lavoro, del management delle imprese, dell’economia e della finanza, che oggi soffrono anche 'per mancanza di
pensiero'. E, sull'esempio degli antichi Monti di Pietà, il mondo si cambia dando vita non solo a libri e a conferenze, ma a nuove istituzioni. I carismi hanno prodotto anche università che sono state sulle frontiere
delle innovazioni culturali del loro tempo, perché è tipico del carisma vedere prima e più lontano. Oggi la nostra cultura e la nostra scienza soffrono per mancanza dei carismi, che debbono tornare a svolgere il loro compito, che è anche compito civile, scientifico e culturale. C’è un estremo, vitale, bisogno di dar vita a nuovi istituti di ricerca e a nuove università dove si possano studiare diversamente contenuti diversi da quelle che
continuano a insegnare i templi del sapere, molti dei quali finanziati dai proventi di questa (brutta) finanza. C’è bisogno di nuovi studi e nuove scholae dove si produca ad alto livello pensiero economico e sociale diverso, e poi di scuole popolari che diffondano e alimentino con la vita quel nuovo pensiero a tutti i livelli: dove sono? Se non lo faremo, continueremo a lamentarci della crisi e della disoccupazione, ma non saremo all'altezza
di Francesco e dei francescani che lavorarono per orientare la società del loro tempo, anche con idee e  scienza nuove. Un secondo messaggio di Francesco è, e non può che essere, la povertà. È molto legato
al primo messaggio – non a caso la 'scienza' è un frutto dello Spirito, ed è lo stesso Spirito ad essere 'padre dei poveri'. Ci sono parole che sono sempre e solo negative: menzogna, schiavitù, razzismo… La povertà
non è una di queste, perché dopo Francesco (e quindi dopo il cristianesimo) quando si parla di povertà dovremmo sempre specificare di quale povertà stiamo parlando. Questa grande parola copre un ampio spettro semantico, che va dal dramma di chi la povertà la subisce fino alla beatitudine di chi la povertà la sceglie liberamente, spesso per riscattare altri da povertà non scelte e subite. La nostra cultura non ha strumenti adeguati per affrontare le antiche e nuove povertà non scelte, perché ha perso contatto con le
semantiche della bella povertà scelta, che si chiamano stili di vita sobri, solidali, soprattutto comunione conviviale e fraterna. Francesco ci ricorda che solo chi ama la buona povertà sa prima vedere, e quindi
combattere, quella cattiva. Finché i programmi governativi, pubblici e privati di lotta alla povertà
saranno pensati e implementati da politici e funzionari che alternano convegni sulla povertà a vacanze da ricchi epuloni, la povertà continuerà a essere oggetto di studi (spesso inutili), report e convegni, ma né vista né capita, quindi non curata. Per curare la povertà servono i carismi, quindi poveri che curano poveri. Il capitalismo filantropico sta aumentando le istituzioni che si occupano di povertà, senza però che tra chi aiuta e chi è aiutato si crei nessun incontro autentico. Francesco ha curato, quantomeno, l’anima, dei lebbrosi di Assisi (a Rivotorto) abbracciandoli e baciandoli: è l’abbraccio la prima forma di cura. Francesco oggi
ci ricorda e ci ammonisce di non cadere nelle trappole della nostra cultura dominata dall'immunità, una cultura del non abbraccio che si sta insinuando anche all'interno delle nostre istituzioni nate per 'curare'
le povertà, dove stanno crescendo i professionisti della cura e dell’assistenza (ed è cosa buona), ma dove rischiano di diminuire gli abbracci. L’indice di fraternità – altra splendida parola francescana – è dato dal grado di inclusione comunitaria dei poveri, che può essere inverso alla creazione di enti specializzati
per gestirli, ai quali  si appalta la 'cura dei poveri' al fine di tenerli ben lontani dalle nostre città immuni e immunizzanti. Rimettiamoci allora all'ascolto di Francesco, dei suoi messaggi antichi, dei suoi messaggi di
futuro.

9 ottobre 2014

Riccardo Jacquemod (Cooperativa La Sorgente): «Pienamente coinvolti nei progetti che possono sviluppare l'#Economiacivile»

Riccardo Jacquemod
Questa settimana abbiamo intervistato Riccardo Jacquemod, responsabile della Cooperativa La Sorgente. L’intervista è stata mandata in onda in occasione della trasmissione di esordio della nuova stagione di ImpresaVda su Radio Proposta in Blu e poi pubblicata sul Corriere della Valle.

Lei è già stato ospite di ImpresaVda nel 2010. In quattro anni quanto è cambiato il perimetro di azione della Cooperativa La Sorgente? Sono stati anni complessi…
In questi quattro anni lo scenario economico si è radicalmente trasformato. Da una parte la crisi ha evidenziato tutte le sue facce ed ha incominciato a mordere anche nel tessuto socio economico valdostano, quindi contrazione dei consumi, risorse pubbliche in diminuzione, livelli di occupazione in calo. Questi eventi hanno profondamente inciso sull’attività della cooperativa. La cooperativa è stata toccata pesantemente. Infatti mentre la linea di sviluppo negli anni 2000 era legata alla possibilità di rispondere a nuovi bisogni o a realizzare e acquisire nuovi servizi, dopo il 2010 ci si è trovati di fronte alla contrazione dei servizi esistenti, alla perdita progressiva di utenza e soprattutto davanti all’esigenza di spendere meno da parte delle pubbliche amministrazioni. La Cooperativa ha così cominciato a muoversi in altri territori, forse anticipando il periodo di crisi e mettendo a frutto gli investimenti effettuati nei periodi più floridi. Ora l’orientamento attuale è di sviluppare attività che intercettino i bisogni delle persone e della comunità attraverso l’offerta privata. Sono nati in questi anni il servizio La bonne Famille, che si occupa di intermediazione per l’individuazione di assistenza famigliare, il piccolo albergo di comunità. Hanno resistito le progettazioni innovative negli  ambiti come la mediazione culturale, l’intermediazione lavorativa, e anche l’offerta di servizi per le famiglie in relazione a bisogni estemporanei o specifici, con il centro estivo o l’ospitalità di persone con varie caratteristiche.

Quanto si è modificato invece il mondo dell’impresa sociale?
In corso ci sono dei grossi cambiamenti. Gli ambiti di attività convenzionati hanno subito in generale una contrazione e ogni organizzazione ha reagito con l’esplorazione di mercati o proposte differenti. Emerge con chiarezza un confronto con il mondo dei servizi più attento e maturo: non basta più un progetto interessante ma deve essere anche mirato a bisogni effettivi e contenuto nei costi. Ci sono stati degli sviluppi interessanti in situazioni a forte disagio sociale, per esempio il carcere, o il mondo della malattia della mente, o quello delle disabilità. Settori che anche in questi anni di crisi hanno avuto uno sviluppo abbastanza significativo. E soprattutto sono state valorizzate le iniziative che puntavano alla promozione umana: laddove l’inerzia o l’assenza di servizi si rivela più costosa in termini di garanzia di assistenza rispetto al costo dei servizi. E poi c’è il mercato privato, la cosiddetta domanda pagante, dove però l’offerta deve farsi più precisata, non più solo sottoposta all’osservazione dei criteri dettati dal pubblico, ma deve essere in grado captareil mercato e crescere all’interno del mercato. Per la cooperazione, per l’economia sociale in genere è un cambio di pelle. Siamo proprio di fronte ad un cambio di paradigma…  

A proposito di nuovi servizi. Con il piccolo albergo di comunità avete anche predisposto un ricco calendario di eventi.
Abbiamo provato a mettere insieme alcune riflessioni. In quanto a noi sembra che nelle nostre comunità ci siano alcune priorità da mettere più a fuoco. E Il bisogno culturale diventa anche un bisogno sociale. C’è bisogno di discutere, di confrontarsi di condividere momenti con altre persone, non necessariamente della propria cerchia. C’è bisogno di approfondire temi delicati su cui spesso si concentrano invece approcci ideologici che negano le posizioni reciproche e impediscono di andare a capire effettivamente che cosa sono le situazioni, a comprenderle. I problemi più importanti  come giovani, lavoro e stranieri sono trattati in modo superficiale. Le iniziative che sono in programma al piccolo albergo di comunità vogliono offrire una spazio di confronto su questi ambiti, per ritrovare il gusto di stare insieme nella convivialità, con la cura dei contenuti ma anche del cibo e degli ambienti, perché insieme le cose si vedono meglio. Insieme si riesce a uscire dalle difficoltà più forti e più velocemente. Il programma si trova sul sito della cooperativa – www.lasorgente.it – su facebook alla pagina degli eventi PAC (l’acronimo di Piccolo albergo di comunità). Ci fa piacere incontrare tante persone e costruire insieme gli eventi…

 E’ cambiato e come il rapporto con le istituzioni?
Con le istituzioni il rapporto è cambiato anche se è sempre molto  intenso. Non si può immaginare un welfare senza l’apporto decisivo delle istituzioni che ne hanno la piena responsabilità. In questa fase le istituzioni sono impegnate ad assimilare la contrazione delle risorse. E’ un momento ancora molto faticoso e in alcuni casi ancora in abbozzo. Ma nella relazione con il mondo istituzionale si stanno aprendo spazi di co-costruzione effettiva. Queste sono opportunità per il mondo del terzo settore che deve imparare a relazionarsi con un interlocutore nuovo e che deve essere in grado di sviluppare azioni e progetti concreti, un po’ abbandonando la logica della “questua” e misurandosi con le proprie capacità di proposta.

L’impressione è che comunque l’importanza del contributo della cooperazione sociale al welfare sia destinato ad aumentare. E’ vero? O dovrebbe essere vero?
Diciamo che sarebbe bello fosse vero. L’opportunità di dare un contributo maggiore è legata alla capacità di cambiare e di adattarsi della cooperazione sociale stessa: il cambiamento non ci deve paralizzare. Come ogni organizzazione economica la cooperazione sociale è figlia del contesto istituzionale dove si trova ad operare. Se riesce a modificare le sue modalità di relazione gli spazi nel welfare sono destinati a crescere notevolmente. Ma il cammino del cambiamento è lungo e impervio e non ci sono tante scorciatoie. 

Si parla spesso di economia civile…Immagino che il mondo della cooperazione si senta pienamente chiamato.
Pienamente coinvolti. Quest’anno c’è un gruppo di approfondimento sul tema che fa riferimento alla figura del professor Zamagni. Alle giornate di Bertinoro il tema è proprio questo mettere insieme, in quanto sono state sempre molto separate, l’economia con la società civile. E’ sempre più importante che ci sia un coinvolgimento pieno delle persone anche dentro al mondo del lavoro. L’economia civile o sociale ha degli spazi musicali.

A livello nazionale il Governo ha predisposto un nuovo testo sul terzo settore. Voi cosa ne pensate? Che cosa vi piace e cosa no?
Abbiamo avuto un confronto ad Agosto con il sottosegretario al lavoro, Gigi Bobba che è promotore delle linee guida sul terzo settore. A noi pare che la traccia abbia molti punti validi, come l’enfasi sulla sussidiarietà e sulla libera iniziativa dei cittadini, come il servizio civile. Sono spunti molto interessanti. Tutto sta nel vedere se nel percorso queste linee guida inducano un effettivo cambio di passo. In effetti tutto sta nel vedere se si riesce a cancellare, come diceva anche Bobba nell’incontro,  anche culturalmente la coincidenza dell’interesse pubblico con il perimetro della Pubblica Amministrazione.  

Sul fronte regionale: come giudicate le politiche locali in campo sociale?
Abbiamo vissuto fino al 2010 un ventennio di grande sviluppo delle politiche di welfare che in questo periodo si è interrotto e rischia anche di arretrare. La regione ha avuto e ha ancora una regia forte, determinata soprattutto dalla capacità di spesa. Ora è impegnata a conciliare un modello di welfare ricco e a volte anche poco efficiente con la riduzione delle risorse. Una sfida tutt’altro che semplice.

Prossimi progetti?
Continuare a Investire le risorse, umane prima e poi economiche della cooperativa nel costruire il benessere della nostra comunità. Abbiamo progetti di sviluppo legati ad alcuni beni da sistemare in Aosta e ad alcune idee progettuali di servizio da sviluppare e offrire a un mercato più ampio. Vorremmo riuscire anche a guardarci anche intorno, intendo fuori valle per imparare e ampliare il volume delle nostre attività. E avere anche un ritorno di competenza al nostro interno.

E’ stato accennato di sfuggita però mi sembra il caso evidenziare come il Piccolo Albergo di Comunità sia stata un’azione di investimento. In momenti difficile le imprese per non arretrare cercano di investire…
E’ stata un po’ una scommessa. Però un investimento che con il lavoro di anni di tutti i soci della Cooperativa siamo riusciti a mettere insieme. Adesso le opportunità sono tante. Ci sembra di avere in mano più leve per riuscire ad uscirne bene oppure non riuscire ad uscirne. Insomma siamo più responsabili di quello che facciamo.

Un sogno imprenditoriale da realizzare…
Il sogno riguarda quella che per noi è una priorità importante: i giovani. Il nostro sogno è di poter offrire la cooperativa come base di lancio per la costruzione del futuro delle nostre nuove generazioni: contribuire a cambiare l’idea di lavoro, il gusto del lavoro del nostro contesto ci appare come una delle sfide importanti. Ci stiamo ragionando in quanto nella cooperativa iniziano ad esserci persone giovani ma pure meno giovani e queste ultime devono essere un po’ contaminate dall’energia delle nuove generazioni.
 

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