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1 marzo 2018

E’ arrivata l’#etichetta per #Pasta e #Riso (#mossoni10)

Prosegue la via della trasparenza alimentare. Si tratta di una “guerra” lunga e difficile che, come già accennato in altre occasioni, mette in evidenza quali e quanti siano gli interessi che l’industria agroalimentare – certo non tutta – mette in campo contro la trasparenza auspicata da consumatori e produttori. Nella generalità dei casi, dietro le indicazioni e le norme Comunitarie, si nasconde quella forte azione di lobby che tende a generalizzare e uniformare le produzioni, a nascondere le identità territoriali e le specificità che, invece, vengono esaltate anche quotidianamente accendendo la televisione dove i grandi Chef sono diventati star mediatiche e le trasmissioni “salutiste” si sprecano.
Si deve dare atto a Coldiretti di essere stata certamente tra i primi organismi di rappresentanza sociale a muoversi nella direzione della trasparenza. Nel “lontano” 2004, infatti, oltre 1,5 milioni di firme autenticate sono state depositate per una iniziativa di legge popolare che è poi sfociata nella legge n.204 del 3 agosto 2004, appunto sulla trasparenza dell’origine della materia prima.
La legge ha avuto molte opposizioni – dalla rappresentanza dell’ Industria Alimentare in particolare – che si è appellata, anche più volte, alla Commissione Europea ma la volontà dei consumatori ha tracciato una via che potrà essere rallentata ma non fermata. La sentenza del TAR del Lazio che ritiene “prevalente l’interesse pubblico ad informare i consumatori considerato anche l’esito delle consultazioni pubbliche circa l’importanza attribuita dai consumatori italiani alla conoscenza del paese di origine e/o del luogo di provenienza dell’alimento e dell’ingrediente primario” ha indicato una direzione ben precisa.

La tracciabilità è ormai obbligatoria per molti alimenti e, proprio nel mese di Febbraio, entreranno in vigore le indicazioni per pasta e riso, due fondamentali produzioni nazionali di grande risalto sia per il consumo interno che per l’Export. Un pacco di pasta imbustato in Italia su tre che è fatto con grano straniero, fenomeno che ha provocato il crollo dei prezzi del grano italiano al di sotto dei costi di produzione, con una drastica riduzione delle semine e il rischio di abbandono per un territorio di 2 milioni di ettari coltivati. Ma l’etichetta darà ossigeno anche ai risicoltori italiano, “assediati” dagli arrivi di prodotto straniero, una  vera e propria invasione di prodotto dai paesi asiatici, da dove proviene ormai la metà del riso importato. Il risultato è che le quotazioni del riso italiano, per gli agricoltori, sono crollate dal 58% per l’Arborio e il Carnaroli al 37% per il Vialone nano, senza peraltro avere effetti sui prezzi al consumo. 

Secondo quanto previsto dal decreto, dal 17 febbraio le confezioni di pasta secca prodotte in Italia devono avere obbligatoriamente indicato in etichetta il nome del Paese nel quale il grano viene coltivato e quello di molitura; se proviene o è stato molito in più paesi possono essere utilizzate, a seconda dei casi, le seguenti diciture: paesi UE, paesi NON UE, paesi UE E NON UE. Inoltre, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”. L’indicazione in etichetta dell’origine per il riso è scattata il 16 febbraio e deve riportare le diciture “Paese di coltivazione del riso”, “Paese di lavorazione” e “Paese di confezionamento”. Qualora le fasi di coltivazione, lavorazione e confezionamento del riso avvengano nello stesso Paese, può essere recata in etichetta la dicitura “origine del riso”, seguita dal nome del Paese. In caso di riso coltivato o lavorato in più Paesi, possono essere utilizzate le diciture “UE”, “non UE”, ed “UE e non UE”.

Ricordiamo che dal 19 aprile 2017 è d’obbligo indicare il Paese di mungitura per latte e derivati dopo che il 7 giugno 2005 era entrato già in vigore per il latte fresco e il 17 ottobre 2005 l’obbligo di etichetta per il pollo Made in Italy mentre a partire dal 1° gennaio 2008 l’obbligo di etichettatura di origine per la passata di pomodoro. A livello comunitario il percorso di trasparenza è iniziato dalla carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza nel 2002, mentre dal 2003 è d’obbligo indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca. Dal primo gennaio 2004 c’è il codice di identificazione per le uova e, a partire dal primo agosto 2004, l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto. Dopo pasta, riso e pomodoro resta però ancora da etichettare con l’indicazione dell’origine 1/4 della spesa alimentare degli italiani dai salumi ai succhi di frutta, dalle confetture al pane, fino alla carne di coniglio.

Poi, come sempre, ai consumatori la scelta.

Ezio Mossoni


23 febbraio 2018

Mauro Treves (#CooperativaProduttoriLatteeFontina): «Impegnati nel valorizzare il nostro latte»

Intervista a Mauro Treves, Presidente della Cooperativa Produttori Latte e Fontina e della Cooperativa Evançon.

Di cosa si occupa la vostra Cooperativa?
La Cooperativa ha compiuto 60 anni l’anno scorso. Si occupa della stagionatura e della vendita delle fontine conferite dai nostri soci. Ha un fatturato di circa 20 milioni di euro, commercializza circa 300mila forme di fontina ogni anno. I nostri soci ci conferiscono le loro fontine appena prodotte, noi le stagioniamo nei nostri magazzini e quando sono pronte le immettiamo nel mercato. Un mercato che è principalmente nazionale, con un po’ di estero oltre a quello che si consuma in Valle.

Ricordiamo dove sono i magazzini che sono sempre una meta turistica…
Abbiamo la sede a Saint-Christophe. Il nostro magazzino principale si trova a Valpelline dove c’è anche un centro visitatori. Qui abbiamo la parte tradizionale da un lato dove stiamo sfruttando una vecchia miniera e dall’altra parte un galleria costruita appositamente negli anni ’90 e ha una capienza di più di 40mila forme. La caratteristica del magazzino tradizionale è che per movimentare le forme al suo interno, quasi un chilometro di estensione, usiamo il trenino un tempo a disposizione della miniera. Inoltre a fianco del centro visitatori, ristrutturato di recente, è stato realizzato un percorso di visita dove è possibile ripercorrere la storia della fontina e della Cooperativa e, ovviamente, si può degustare e acquistare i nostri prodotti. Abbiamo anche due magazzini a Pré-Saint-Didier sempre recuperati da due vecchi fortini militari e altri due in Bassa Valle, a Montjovet e Issogne. Si tratta di vecchie gallerie dell’Enel utilizzate per portare fuori materiale dai canali Enel. Si prestano molto alla stagionatura perché hanno al loro interno una particolare caratteristica climatica. Un’altra struttura è a Valgrisenche.

Quali sono i numeri della Cooperativa ad esempio dal punto di vista occupazionale?
Forse è un argomento che viene poco considerato ma anche l’agricoltura, la zootecnia a livello caseario in particolare, dà un contributo occupazionale non indifferente. Prima di tutto i diretti interessati, cioè gli allevatori che si sono creati un posto di lavoro che dà reddito alla loro famiglia e soprattutto è utile al mantenimento del nostro territorio che – non va dimenticato - è a vocazione turistica. Di conseguenza il ruolo degli allevatori è indispensabile. Per quanto riguarda le aziende zootecniche io non ho dei dati precisi però a livello cooperativistico possiamo parlare di più di 200 persone - soltanto la cooperativa ha una sessantina di dipendenti -  che lavorano stagionalmente o tutto l’anno per la produzione, la stagionatura e la vendita. In questi anni l’occupazione è cresciuta anche a livello professionale in quanto sono state rinnovate le nostre strutture, le nostre tecnologie di lavorazione.

Uno dei temi su cui spesso c’è dibattito è il prezzo del latte: qual è la situazione?
Se noi guardiamo dal punto di vista del produttore – io sono un produttore – tenendo conto della situazione attuale creatasi in seguito alla crisi, il prezzo del latte per le nostre aziende non è sufficiente. Siamo un’impresa e dovremmo lavorare con degli utili mentre al momento stiamo cercando di lavorare bene mantenendo le nostre posizioni. Se poi facciamo un paragone a livello nazionale e internazionale sono pochi quelli che pagano il latte meglio di noi. Questo ci fa pensare che il lavoro che stiamo facendo porta i suoi risultati. In questo momento il latte con il venire meno delle quote latte ha delle oscillazioni dei prezzi a livello internazionale continue e sempre tendenzialmente verso il basso con piccole risalite. Noi facendo un prodotto DOP abbiamo un prezzo più stabile e lentamente stiamo cercando di farlo crescere. Ovviamente non viviamo fuori dal mondo e se vogliamo crescere ancora con il prezzo dobbiamo tenere altissima la qualità e investire tanto – molto di più di adesso - sulla promozione per far conoscere il nostro prodotto. Se si fa un buon lavoro sul fronte dell’informazione un cliente può essere disposto a spendere di più per comprare la fontina. Diversamente c’è un paniere di formaggi talmente vasto, con dei prezzi anche molto più abbordabili dei nostri, che diventa difficile rimanere competitivi.

E non dimentichiamoci la questione dei falsi: all’estero ci sono dei formaggi che hanno il nome fontina ma sono tutta un’altra cosa…Immagino che per voi sia un bel problema
Da una parte ci gratifica perché se si è imitati vuol dire che si è importanti. Però è inutile nascondere che si tratta di un problema. A volte facciamo un lavoro di inserimento del nostro prodotto all’interno di catene di distribuzione o catene di vendita anche all’estero e purtroppo sovente ci scontriamo con il prezzo perché li raffrontano con dei falsi che vengono commercializzati a livello internazionale neppure prodotti in Italia. Sono prodotti che a volte non hanno neppure qualcosa a che fare con il formaggio. Ovviamente più andiamo lontani da casa più è difficile difendersi se non siamo aiutati dalle istituzioni. Ma è anche un problema a livello locale. Anche nel nostro piccolo c’è tanta confusione su quello che viene commercializzato occorrerebbe fare più sistema anche a livello regionale.

Cresce il turista alla ricerca di sapori locali: cosa ci potete dire dal vostro osservatorio? Quanto è attrattiva la fontina?
Il nostro Centro visitatori è fatto su misura per rispondere a questa esigenza. Il turista in questi anni è molto cambiato oltre a venire a sciare, a vedere le montagne e a fare le attività sportive che si possono fare in montagna, è molto attratto dall’enogastronomia locale e la fontina fa un po’ da regina. Informare correttamente il turista sui nostri prodotti può rivelarsi utile anche nel combattere i falsi.

Fontina ma non soltanto. Quali sono gli altri vostri prodotti?
La Cooperativa in questi anni ha cercato di creare un paniere di prodotti, ovviamente anche derivati dalla fontina, ad esempio le sottilette, ma soprattutto il porzionato, confezionato nei nostri magazzini, che se mantenuto nella sua confezione conserva la sua fragranza in maniera perfetta. Oltre a questo da dieci anni stiamo gestendo anche il caseificio di Fontainemore dove abbiamo ripreso e incrementato la produzione della Toma di Gressoney, ormai siamo a poco meno di 40mila forme all’anno. Un prodotto che ha riscontrato un buon successo in quanto alternativo alla fontina poiché è un formaggio parzialmente scremato.

Cosa possiamo segnalare per il 2018?
Ogni anno partecipiamo a tutta una serie di fiere e manifestazioni anche internazionali che riteniamo importanti per il comparto lattiero-caseario. Il 2018 dovremo dedicarlo però principalmente alla creazione di un sistema che metta in relazione tutti i soggetti e ci permetta di investire in maniera più incisiva sulla promozione della fontina. Se vogliamo farla conoscere dobbiamo fare più informazione. Noi rappresentiamo il 60% della produzione e c’è anche l’altro 40% realizzato da privati da coinvolgere.

Un sogno da Presidente di Cooperativa da realizzare?
Bisogna sempre fare sogni realizzabili. Io ne ho visto realizzato uno, cioè il sogno dei nostri fondatori. Se chi ha realizzato la Cooperativa 60 anni fa potesse vedere che essa è ancora presente potrebbe dire di aver realizzato un bel sogno. Io spero che i nostri figli, i nostri nipoti possano avere la stessa fortuna in quanto credo che la cooperazione in una realtà di montagna come la nostra sia più che mai attuale. Anche se sembra un sistema datato, antico, anche se si è supermoderni e globalizzati la cooperazione ha ancora più motivo per esistere. Io mi auguro che i giovani sappiano vivere da un lato un sano individualismo che ti porta a competere e a migliorare, ma allo stesso tempo senza perdere il senso della comunità: se si sta bene tutti insieme è meglio per tutti.

2 febbraio 2018

#Maison Bertolin: Motzetta e Salamino biologico

Maison Bertolin ha selezionato le carni più pregiate e i migliori ingredienti di origine agricola. Li ha scelti biologici. Il Salamino bio è realizzato con carni di bovino e di suino e viene, come gli altri prodotti Bertolin, insaccato in budelli naturali.

La Motzetta di bovino bio è prodotta esclusivamente con carne di bovino di razza valdostana (pezzata rossa, nera e castana), che cresce in allevamenti della Val d'Ayas, dedicati e senza l’utilizzo di prodotti di sintesi.

Come le altre Motzette prodotte dalla Maison Bertolin, è ottenuta dalla lavorazione dei migliori tagli magri di coscia, posti a macerare insieme alle erbe di montagna e spezie per almeno venti giorni, prima di essere essiccata naturalmente per un periodo variabile da uno a tre mesi, a seconda della dimensione. Tutti gli ingredienti di origine agricola sono certificati BIO e l’intera fiera è controllata da severi enti di certificazione. Questo prodotto è annoverato per la sua tipicità nella lista dei P.A.T. (Prodotti Agroalimentari Tipici) valdostani.

«Abbiamo scelto di produrre il salamino e la motzetta con materie prime 100% biologiche. Per noi produrre biologico significa mantenere e dar seguito ad uno stile di vita tipico della tradizione del nostro Popolo. Uno stile di vita fatto di rispetto della natura, e quindi della montagna, degli animali e di noi stessi. Uno stile di vita sostenibile, che guarda al passato per garantirsi il futuro». ha dichiarato Guido Bertolin, amministratore dell'Azienda.

18 gennaio 2018

Grappa, Micòoula, e Seupa à la Vapelenentse entrano nelle 5047 specialità tradizionali nazional (#mossoni09)


Al via l’anno del cibo italiano nel mondo con ben 5047 specialità alimentari tradizionali censite sul territorio nazionale. L’Italia  detiene così il record mondiale per varietà e ampiezza di patrimonio agroalimentare. E’ quanto emerge dallo studio della Coldiretti sulla base delle specialità ottenute secondo regole tradizionali protratte nel tempo per almeno 25 anni. Per quanto riguarda le varie categorie si tratta di 1.521 diversi tipi di pane, pasta e biscotti, seguiti da 1.424 verdure fresche e lavorate, 791 salami, prosciutti, carni fresche e insaccati di diverso genere, 497 formaggi, 253 piatti composti o prodotti della gastronomia, 147 bevande tra analcoliche, birra, liquori e distillati, 167 prodotti di origine animale (miele, lattiero-caseari escluso il burro, ecc.) e 159 preparazioni di pesci, molluschi, crostacei. Sul podio di quelle che possiamo chiamare le “bandiere del gusto” assegnate a livello regionale troviamo nell’ordine la Campania (515) seguita dalla Toscana (461) e dal Lazio a quota 409. La nostra Regione è in coda all’elenco con 32 specialità che, comunque, sono molte e molto rilevanti in rapporto alle dimensioni del territorio.
Ricordiamo che i PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) sono quelli  compresi nell’ elenco nazionale che viene pubblicato in aggiornamento annuale  dal Ministero dell’Agricoltura e riservato a prodotti ottenuti con metodi di lavorazione, conservazione e stagionatura consolidati nel tempo, omogenei per tutto il territorio interessato, secondo regole tradizionali, per un periodo non inferiore a 25 anni.
Con l’ultimo aggiornamento sono stati introdotti, per la Valle d’Aosta, la Grappa, la Micòoula, e la Seupa à la Vapelenentse. 
L’elenco completo comprende quindi:  Genepì, Ratafià, Grappa, Boudin, Motsetta, Prosciutto alla brace Saint-Oyen, Saoucesse, Teteun, Tseur achètaye, Brossa, Formaggio di capra a pasta molle, Formaggio di pecora  o capra a pasta pressata, Formaggio misto, Reblec, Reblec de crama, Salignoùn, Séras, Toma di Gressoney, Mele Golden delicious della Valle d’Aosta, Renetta della Valle d’Aosta, Pan Ner, Micòoula, Seupa à la Vapelenentse, Beuro, Beuro colò, Beuro de brossa, Burro centrifugato di siero, Olio di noci, Miele di castagno, Miele di rododendro, Miele millefiori di montagna, Lasé.
Tra le curiosità troviamo, in Campania, la colatura di alici di Cetara, un liquido dal sapore intenso, frutto della sapiente stagionatura e pressatura delle alici salate, mentre nel Lazio viene seminato da tempo immemorabile il fagiolo del purgatorio di Gradoli che rappresenta il piatto fondamentale del mercoledì delle ceneri, denominato “pranzo del purgatorio”, mentre in Emilia-Romagna si apprezza il savòr, una marmellata di mosto d’uva, in Sardegna si apprezzano, “sa” pompia , un frutto endemico simile al limone  mentre i Friulani vanno fieri della porcaloca, un’oca intera disossata farcita con filetto di maiale, cucita a mano, legata cotta e affumicata. In Lucania, ad Episcopia, è famosa la  rsskatiedde cca muddiche, una pasta preparata con la mollica di pane, dell’Alto Adige il graukase, detto “formaggio grigio”, probabilmente il formaggio più magro che esista con il 2% di grassi e 150 calorie per etto, mentre crea particolare curiosità, a livello Nazionale, il nostro l’olio di noci.
L’elenco completo nazionale, una lista particolarmente ricca, curiosa e colorata è reperibile sul sito www.coldiretti.it

24 novembre 2017

Come cambiano le abitudini alimentari (#mossoni08)


Il consumo di rucola è aumentato del 192%
Le continue trasformazioni a cui è sottoposta la nostra società non potevano, e non possono, certamente, trascurare il settore alimentare e i nostri comportamenti rispetto ai consumi  si sono notevolmente modificati negli  anni.  Siamo passati da una società – in e post guerra – che si cibava per vivere, al periodo successivo in cui si viveva per cibarsi,  ora si vive in un periodo in cui non si mangia (o perlomeno si mangia meno) per cercare di vivere meglio, e la nostra  dieta mediterranea è diventata un modello a cui molti fanno riferimento.

Se “meno è meglio”, con portate singole e formati più piccoli,  è anche vero che il consumatore cerca  più la qualità, ma è anche alla ricerca di prodotti “naturali”, (cosa vuol dire ?) tendenzialmente vegetariani,  veloci e più facili da cucinare, lasciando la grande cucina ai vari MasterChef  televisivi, o ai crescenti consumi nei ristoranti dove  il consumatore si deve  affidare, quasi a scatola chiusa, al ristoratore.

La società occidentale e industrializzata – alla faccia di quelle parti del mondo in cui si muore ancora di fame e di malnutrizione – spreca, però, quantitativi pazzeschi di cibo ( secondo uno studio della facoltà di Agraria dell’ Università di Bologna il cibo complessivo che va perduto lungo tutta la filiera – quello non commercializzabile, quello buttato e quello scaduto – si avvicina, in Italia, al valore del 3% del PIL) e ha modificato la propria dieta in funzione delle  rinnovate esigenze che permettono impatti positivi rispetto allo stato della nostra salute. In tale ambito il consumatore è sempre più condizionato dalle notizie ( vere o false ) rispetto alle quali con l’utilizzo di alcuni cibi aumenterebbero i benefici. Si pensi che, rispetto al 2015, è aumentato  del 192% il consumo di rucola, del 141% dello zenzero, del 94% per la curcuma e del 92% della quinoa.

Tra il 2000 e il 2015, considerando i  prezzi costanti, il valore delle categorie di spesa degli Italiani registrano un 11% in meno delle spese per prodotti alimentari, ma aumentano  del 10%  le spese per alberghi, ristoranti, beni e servizi alimentari (abbiamo speso  l’83% in più per la voce “comunicazioni”, principalmente per i soli telefonini e relativo indotto! ) in controtendenza con i principali Paesi UE : Francia +14.6%, Spagna +8.1%, UK +1.2% e Germania +0.7%   dove, invece, la spesa alimentare aumenta.

Certamente la crisi economica ha contribuito al dato: se il 52% dei consumatori si dichiara  disponibile a spendere di più per avere più sicurezza alimentare e più qualità, il 61% dichiara di profittare regolarmente delle promozioni, il 64% cerca i prodotti più convenienti e, ancora, il 61% dichiara di confrontare  i prezzi dello stesso prodotto ma di diversi brand.

Le tendenze, poi, variano anche a seconda delle latitudini: mentre nel nord ovest si privilegia il benessere, il gourmet, e l’easy food, nel nord est sono preferiti  i consumi tipici fuori casa, al centro e al sud i primi piatti basici soprattutto preparati in casa e sempre legati a prodotti tipici.

Per concludere, l’osservatore acuto se ne sarà accorto, siamo nell’era del “Senza”: mentre anni fa ogni elemento aggiunto al cibo era un valore (vitamine, proteine, calcio, sali minerali, omega 3, ecc.) oggi su ogni confezione campeggia la scritta “senza”: nell’ordine al primo posto senza dubbio i grassi e il colesterolo,  ma anche senza zucchero, senza sale, senza glutine, senza olio di palma, conservanti, coloranti, lattosio,  persino nichel e chi più ne ha più ne metta. Pur di scrivere “senza” qualcuno scrive anche “senza sfruttamento di mano d’opera” come se non sfruttare il lavoro fosse un merito e non la normalità!

Fin qui i dati, ma viene da porsi il lecito dubbio da dove il cane inizi a mordersi la coda.....sono i consumatori  – più coscienti anche grazie alle campagne di trasparenza messe in campo dai produttori  - che indirizzano sia i consumi che l’industria alimentare o si tratta ancora dell’industria che attraverso la pubblicità indirizza i consumi a proprio favore ?

Ezio Mossoni

Fonte dati : The European House – Ambrosetti – Forum Coldiretti di Cernobbio ottobre 2017


8 novembre 2017

Danilo Grivon (#FromagerieHautValdAyas): «Siamo in crescita costante da 15 anni»

La cantina

Questa settimana abbiamo intervistato Danilo Grivon, dal 2006 alla guida della Fromagerie Haut Val d’Ayas di Brusson.  

La cooperativa nasce nel 2002 lei inizia ad occuparsene nel 2006 dopo un passato nel settore sviluppo e marketing di Barilla, Colussi e Saclà. A oltre dieci anni di distanza la sua sembrerebbe essere stata una felice scelta di vita…
Felice certamente per quanto mi riguarda. Sicuramente una scelta che sul piano professionale magari paga pegno a carriere di altro tipo però la possibilità di occuparsi di una azienda sul territorio con tutte le sue sfaccettature e importanze che può avere il territorio stesso è fonte di soddisfazione

Quali sono state le tappe più importanti dal punto di vista aziendale?
Ormai sono 15 anni di vita aziendale. E’ stato un progressivo consolidamento sia dimensionale in termini di fatturato e di sviluppo sul mercato nazionale ed estero. Tappe significative riguardano l’entrata nel mondo del biologico, scelta condivisa dai soci all’inizio dell’attività della Fromagerie. Oltre ad un’altra serie die venti molto importanti che per me sono stati la costruzione del nuovo magazzino di stagionatura, investimenti sulla struttura e quindi crescite legate a continui investimenti per raggiungere una dimensione sufficientemente grande per stare sul mercato.
Il caseificio


La gestione del caseificio non è un business facile…
Il settore non è particolarmente profittevole. Un imprenditore per metterci soldi in questo settore ci deve pensare molte volte prima di farlo. I margini sono molto risicati, la competizione è molto forte, le tensioni sui mercati e le attività promozionali estremamente forti. Effettivamente non è un mercato facile.

Eravate partiti puntando sul bio…
Il bio è un mercato per noi importante anche perché siamo tra i pochi player a livello nazionale nel settore del formaggio e in particolare con la fontina dop biologica siamo l’unico produttore significativo. In termini di fatturato cresce anno su anno con tassi non elevatissimi ma continui. Se si va a vedere anche sul piano del mercato nel suo complesso è uno dei pochi ambiti in cui si registra un più e non un meno, quindi di fatto è stata una scelta vincenti per certi versi e comunque distintiva rispetto al nostro mercato di riferimento. Di conseguenza una scelta importante.

Diamo un po’ di numeri aziendali: quanti siete e quanto producete?    
In questi anni siamo cresciuti sia livello produttivo in quanto lavoriamo circa due milioni e mezzo di chili di latte all’anno, anche grazie all’acquisizione di qualche nuovo fornitore, sviluppiamo un fatturato superiore ai 3,3 milioni l’anno, dato in continua crescita da quando siamo nati quando fatturavano circa 1,3 milioni, diamo un’occupazione diretta ad una quindicina di persone e siamo presenti sul mercato nazionale e su una dozzina di paesi esteri.
Mucche al pascolo


Quanto pesa l’export?
Circa 7-8%. Limite significativo anche se tra gli obiettivi che abbiamo c’è proprio quello di crescere su questo segmento di mercato che al di là del peso sul fatturato rappresenta un settore un po’ più profittevole rispetto al mercato un po’ asfittico nazionale.

Come commercializzate i vostri prodotti?
Inizialmente abbiamo cercato i contatti con i mercati esteri. E questo è avvenuto con la partecipazione a diverse fiere, estere oltre che nazionali. Le fiere più importanti del settore dalla Nuga al Cibus. Adesso per farci conoscere esistono anche latri strumenti, ad esempio il web, stiamo cercando di investire in questa direzione anche con un’attività di e-commerce attraverso il nostro sito che sta cominciando a dare i primi risultati. Stare sul web è per noi diventato un modo per fare conoscere l’azienda dopodiché la vendita avviene anche attraverso uno spaccio aziendale che funziona molto bene con la possibilità di accogliere visite guidate. Una vendita sul mercato locale piuttosto limitata dopodichè ci proponiamo  a livello nazionale e estero.

Guardando all’ultimo anno più soddisfazioni o più difficoltà?  
Le difficoltà sono il pane quotidiano di ogni azienda. Tuttavia ritengo che in termini di risultato economico e andamento aziendale sarà un anno soddisfacente.

Possiamo dire che le difficoltà rendono più belle le soddisfazioni?
Ecco, diciamo che la vita in azienda è questo…

Futuri progetti da segnalare?
Prima di tutto sergnalerei uno sviluppo interno che punta ad un miglioramento continuo della qualità dei prodotti e la ricerca anche di prodotti più innovativi e nella formulazione o nella proposta di packaging.
Il punto vendita


Un esempio?
Non è un prodotto innovativo ma che è un prodotto che ci caratterizza. Noi siamo l’unico produttore valdostano di fromadzo Dop certificato, un Dop minore, meno conosciuto della fontina, ma su cui noi abbiamo investito e abbiamo continuato a lavorare in questi anni e comincia a darci soddisfazione in quanto sempre di più inizia ad essere identificato il nostro territorio come il territorio d’élite per questo tipo di produzione. Allargando invece il ragionamento vorrei evidenziare un’iniziativa nostra di fromagerie e di altri cinque colleghi del settore agroalimentare che ha portato alla costituzione della prima rete di impresa in Valle d’Aosta, cioè un raggruppamento strutturato di sei aziende nel comparto alimentare, non concorrenti tra di loro, in modo da unire le forze con l’obiettivo di aumentare la nostra massa critica sui mercati europei ed extraeuropei.

Quali aziende ne fanno parte oltre a voi?
Maison Bertolin con i suoi salumi che è la capoguida del raggruppamento poi Alpenzu con la sua fonduta e le sue marmellatte, Alpe con i liquori, la Tegoleria valdostana per i dolci e la Caves des Onze Communes per i vini.

Un sogno cooperativo da realizzare?
Mi auguro che l’iniziativa cooperativistica possa continuare anche tra i giovani, sia all’interno delle cooperative che esistono già sia costituendone delle nuove, perché penso che possa essere una forma di impresa con dei vantaggi in quanto mette attorno al tavolo teste e pensieri diversi e nei momenti di difficoltà questa forma di associazione può essere vincente. 

La guerra della #pasta (#mossoni07)

Alla vigilia del “world pasta day”- la giornata mondiale della pasta, svoltasi il 25 ottobre, giornata nella quale il mondo agricolo ha  festeggiato la pubblicazione del decreto interministeriale che prevede l’introduzione, a partire dal febbraio 2018, dell’obbligo di indicazione dell’origine della materia prima per la pasta, è giunto da parte Aidepi, l’associazione dei pastai,  il ricorso contro il provvedimento al TAR del Lazio, oltre alla segnalazione alla Commissione Europea.

Il decreto in oggetto prevede – in breve – che se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l'Italia, si potrà usare la dicitura: "Italia e altri Paesi Ue e/o non Ue", prevedendo inoltre una categoria cento per cento che contenga, naturalmente, solo grano nazionale.
Non ho fatto in tempo, con un mio recente scritto, a segnalare come sulla LA STAMPA del 20 luglio Paolo Barilla dichiarasse che “«a scommessa della pasta buona e sostenibile inizia dal grano duro italiano» che lo stesso Barilla, in qualità di vice presidente della associazione dei pastai, messo alla prova dei fatti – un decreto che quando sarà in vigore non permetterà più elusioni della norma – si smentisce, dichiarando il decreto «un autogol per il Paese».

L’Italia  è il principale produttore europeo e secondo mondiale di grano duro destinato alla pasta, con 4,3 milioni di tonnellate su una superficie coltivata pari a circa 1,3 milioni di ettari che si concentra nell’Italia meridionale, soprattutto in Puglia e Sicilia che da sole rappresentano circa il 40% della produzione nazionale. Se per l’esperto in materia il ricorso non rappresenta una grossa sorpresa (Federalimentare ha già scritto più volte alla Commissione Europea contro lo Stato Italiano che ha promulgato la legge 204/2004 sulla trasparenza alimentare, legge che Coldiretti ha promosso con la raccolta di oltre 1,5 milioni di firme autenticate) il cittadino comune e il consumatore si chiederanno il perché di tale ricorso. I pastai sostengono che  il grano nazionale non sia sufficiente al fabbisogno, che il grano Canadese contiene “solo tacce” di glifosato (prodotto vietato in Italia) e che il grano Italiano non è di qualità.  

Le ragioni dei pastai sembrano, in effetti, pretestuose e all’interno stesso del settore, i mugnai più piccoli, che non aderiscono alla associazione, sono ben felici del decreto; sono abituati a produrre con grano nazionale e sono entusiasti di “doverlo” scrivere sulle confezioni, intravedendo così, nuove opportunità di mercato. Le “multinazionali” della pasta, invece, con produzioni che coprono ampie fette di mercato  mondiale, non hanno - e non avranno mai – la possibilità di reperire tutta la materia prima in Italia, ma dovranno anche smettere di reperirla “tutta” all’estero. In effetti, viene da dire, qual è il problema: se l’industria sostiene che  è la capacità e la bravura  dei pastai a fare la pasta italiana e non l’origine della materia prima diventa assolutamente irrilevante scrivere sulle confezioni l’origine della materia prima e allora, un motivo in più per poterlo  scrivere!

La trasparenza in etichetta, è provato dai provvedimenti già in atto, in ultimo quello su latte e derivati, ha aumentato la resa per i produttori senza peraltro che i prezzi aumentino al consumo. Gli agricoltori, come denunciato al recente G7, ricavano solo 15 centesimi per ogni euro speso dal consumatore. Oggi un quintale di grano duro viene pagato, al produttore, circa il valore di due pizze e dalla valorizzazione del grano nazionale si attende una parallela valorizzazione del mercato. 

Come noto i  settori che trainano l’economia nazionale (le tre “F”, Food, Fashion, & Furniture, che si traducono nelle tre “A” Alimentazione, Abbigliamento, & Arredamento) sono la bandiera del Made in Italy e il consumatore - anche all’estero -  si sta abituando a cercare la scritta “Made in Italy” su qualunque cosa, dalle caffettiere alle scarpe; il mondo intero ci riconosce il valore aggiunto del marchio ma assistiamo, ad un fenomeno tutto italiano nel tentare di salvaguardare rendite di posizione a danno dei produttori e dei consumatori, forse dimenticando che le “Reputazioni” si costruiscono in anni e si distruggono in attimi.

Ezio Mossoni


23 ottobre 2017

#Delibere di Giunta - Segnalazioni per le imprese (409) - Progetti di cooperazione Italia-Svizzera


AGRICOLTURA E RISORSE NATURALI

Cooperazione transfrontaliera Italia-Svizzera 2014/20
Nell'ambito del Programma di cooperazione transfrontaliera Italia-Svizzera 2014/20 (FESR), la Giunta regionale, su proposta dell’Assessore all’Agricoltura e risorse naturali e di concerto con il Presidente della Regione, ha approvato le seguenti proposte progettuali: GLOCALPS - Global promotion of local alpine products , i cui contenuti sono stati definiti d’intesa con il Dipartimento Agricoltura della Regione Piemonte, quale capofila e con i partner Comune di Trino, Città del Bio - Associazione dei Comuni e delle Autonomie Regionali e Locali, Unione Contadini Ticinesi, Centro di Competenza Agroalimentare Ticinese, Comune di Mesocco, Società cooperativa per la promozione e lo smercio di prodotti regionali del Moesano. Il costo complessivo del progetto è di euro 1 milione 600 mila euro, di cui 1 milione 360 mila a carico del FESR e 240 mila  a carico delle contropartite pubbliche nazionali. La quota di competenza della Regione autonoma Valle d’Aosta ammonta a 250 mila euro; ALPINE WINE, dont les contenus ont été définis en collaboration avec le chef de file du projet, VIVAL (Associazione Viticoltori Valle d’Aosta), et avec les partenaires CERVIM – Centre de recherches, d'études et de valorisation de la viticulture de montagne, Comunità Montana Valtellina di Morbegno, Centro di sperimentazione Laimburg, Movimento turismo del vino Trentino Alto-Adige, Movimento turismo del vino Lombardia, Movimento turismo del vino Piemonte, Consorzio di tutela dei vini Valtellina, Valtellina Bio s.r.l., TicinoWine, Interprofession de la vigne et du vin et La Torre S.A. de Poschiavo. Le coût global du projet s’élève à 1 791 700 euros, dont 1 522 945 euros sont à la charge du FEDER et 268 755 euros proviennent des contreparties publiques nationales. La Région autonome Vallée d’Aoste devra, quant à elle, débloquer la somme de 116 850 euros. TYPICALP, dont les contenus ont été définis en collaboration avec le chef de file du projet, Institut Agricole Régional, et avec les partenaires HES-SO Valais-Wallis, Chambre valdôtaine des entreprises et des activités libérales, Istituto Superiore Mario Boella et SiTI Istituto Superiore sui Sistemi Territoriali per l’Innovazione. Le coût global du projet s’élève à 1 700 000 euros, dont 1 445 000 euros sont à la charge du FEDER et 225 000 euros proviennent des contreparties publiques nationales. Pour ce qui est de la Région autonome Vallée d’Aoste, celle-ci devra débloquer la somme de 500 000 euros.

Nuovi prodotti tradizionali
La Giunta ha deciso di riconoscere come “tradizionali” i prodotti della Regione Valle d’Aosta denominati “Crèichèn”, “Flantse”, “Mécoulén” e “Piata di Issogne”, appartenenti alla categoria Paste fresche e prodotti della panetteria, della biscotteria, della pasticceria e della confetteria, che si aggiungono all’elenco regionale dei prodotti agroalimentari tradizionali valdostani portandoli così a 36. E’ stato inoltre approvata la scheda identificativa del prodotto tradizionale Pan ner-Pane nero. La documentazione sarà ora inviata al Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali  per l’aggiornamento dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali.


ISTRUZIONE E CULTURA

Promozione Parco e Museo Archeologico
L’Esecutivo ha approvato l’organizzazione di attività di valorizzazione e promozione del Parco e Museo Archeologico di Saint-Martin-de-Corléans di Aosta per i mesi di novembre e dicembre 2017. In particolare, le attività prevedono: Venerdì 3 novembre, ore 20.30, Biblioteca di viale Europa – Aosta – Conferenza dal titolo Area megalitica, una risorsa per il quartiere e la città di Aosta, a cura di Guido Cossard; Sabato 4 novembre, dalle ore 20.00 alle ore 23.30 - Visite guidate teatralizzate arricchite da suggestive performance di danza; Domenica 5 novembre, in concomitanza con la Mostra Mercato dell’Antiquariato, in orario pomeridiano, esibizione dei gruppi e formazioni folkloristiche locali presso lo spazio semicoperto antistante l’area megalitica. Apertura prolungata del sito fino alle ore 19.00 con ingresso gratuito per l’intera giornata; Venerdì 10 novembre, ore 18.00 - Inaugurazione della mostra dell’inedita collezione artistica dedicata alle stele antropomorfe e realizzata con particolari tecniche di calco e disegno, con ingresso gratuito; Sabato 11 novembre (Santo Patrono), dalle ore 14.30 alle ore 18.00 - Visite guidate a cura degli archeologi della Soprintendenza per i beni e le attività culturali; ore 20.30, Salone della Parrocchia di Saint-Martin-de-Corléans, conferenza dal titolo Sulle orme di San Martino di Tour. Da soldato di Roma ad Apostolo delle Gallie, a cura degli archeologi della Soprintendenza per i beni e le attività culturali. Ingresso gratuito per l’intera giornata; Sabato 9 dicembre, dalle ore 20.00 alle ore 23.30 - Visite guidate sulle pratiche rituali e la sacralità del sito, accompagnate dalle voci del coro giovanile Les Notes Fleuries du Grand-Paradis; Sabato 16 dicembre, dalle ore 20.30 alle ore 23.30 - Visite guidate teatralizzate arricchite da suggestive performance di danza.

Etnografie Alpine Transfrontaliere
Nell'ambito del Programma di cooperazione transfrontaliera Italia Svizzera 2014/20 (FESR), il Governo ha definito la proposta progettuale Etnografie Alpine Transfrontaliere (E.A.T.) - I viandanti delle Alpi”, volto a promuovere il patrimonio culturale immateriale per lo sviluppo del senso di identità. Aderiscono inoltre, in qualità di partner,  PoloPoschiavo (CH - Cantone dei Grigioni) quale capofila svizzero, la Regione Lombardia – D.G. Culture, Identità e Autonomie (I), la società J’ECO s.r.l. (I), la Società Storica Valposchiavo (CH - Cantone dei Grigioni), la Radio Televisione della Svizzera Italiana (CH – Lugano) e il Centre Régional d’Etudes des Populations Alpines - CH - Cantone Vallese (CREPA). Il costo complessivo è di 1 milione 790 mila 600 euro, con una quota di competenza della Regione autonoma Valle d’Aosta pari a 685 mila 300 euro.


OPERE PUBBLICHE, DIFESA DEL SUOLO E EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA

Stazione Unica Appaltante
La Giunta regionale ha approvato lo schema di Convenzione disciplinante le funzioni della Stazione Unica Appaltante per la Valle d’Aosta (SUA VDA) per i contratti di lavori e servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria, volta a regolamentare i rapporti tra la Stazione Unica Appaltante regionale e l’Azienda Regionale per l’Edilizia Residenziale della Valle d’Aosta (ARER), nel novero delle funzioni relative all’aggiudicazione di contratti pubblici per la realizzazione di lavori e per l’acquisizione dei servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria, entro l’ambito di operatività della SUA.

Reservaqua
Nell'ambito del Programma di cooperazione transfrontaliera Italia-Svizzera 2014/20 (FESR), la  Giunta, su proposta dell’Assessore alle opere pubbliche, difesa del suolo e edilizia residenziale pubblica, di concerto con il Presidente della Regione e con l’Assessore dell’Agricoltura e risorse naturali, ha approvato il progetto Reservaqua. Aderisce, in qualità di partner, l’Assessorato dell’Agricoltura e risorse naturali – Struttura politiche regionali di sviluppo rurale, i cui contenuti sono stati definiti d’intesa con Fondazione Montagna sicura di Courmayeur, Arpa Valle d’Aosta, Institut Agricole Régional, Arpa Piemonte, Politecnico di Torino, e con il Canton du Valais – DTEE (Capofila svizzero), il Canton du Valais – Service agriculture e il Centre de Recherche sur l’Environnement Alpin - CREALP, per un costo complessivo di 2 milioni 215 mila 296 euro, di cui 1 milione 500 mila 501,60 a carico del FESR e 264 mila 794,40 a carico delle contropartite pubbliche nazionali. Il progetto si propone di aumentare le strategie comuni per la gestione della risorsa idrica. La quota di competenza della Regione autonoma Valle d’Aosta ammonta a 2 milioni 215 mila 296 euro.

12 ottobre 2017

Scelte alimentari consapevoli: eppur si muove! (#mossoni06)

Un bravo comico, poi diventato politico (e qui sospendo il giudizio) ci ha spiegato, in un suo monologo, come far abbassare il prezzo della benzina. E’ sufficiente che i consumatori, tutti contemporaneamente, facciano benzina presso la stessa compagnia. Dopo dieci giorni le altre compagnie,  accorgendosi di non aver incassato nulla, sarebbero costrette ad abbassare i prezzi per riconquistare i clienti. Ecco che i consumatori, di nuovo tutti in contemporanea, si dovrebbero spostare su una di queste compagnie al punto che il primo distributore non incassando più nulla dovrebbe, anch’egli, abbassare i prezzi e avanti così, di volta in volta saltando da un petroliere all’altro, controllare il prezzo del carburante. Naturalmente si tratta di un monologo di un comico, del tutto utopico e teorico, ma ci spiega quale può essere la forza del consumatore.

Per molti anni tale “forza” è rimasta inerme, schiacciata dagli interessi della grande distribuzione - mi riferisco alle multinazionali, non certo al supermercato sotto casa – che ha orientato, anche con relativa facilità, le scelte del consumatore con la capacità di creare nuove “mode” di consumo, con un altissimo livello di qualità della pubblicità (spesso occulta) e con banali trucchetti come quelli di “nascondere”, nei supermercati sale e zucchero o mettere a livello degli occhi ciò che si vuole vendere e, naturalmente, a livello più basso le ”esche” per i bambini.  

Qualcosa, però, si sta muovendo e il ”movimento” è iniziato dal mondo agricolo che, conscio di non poter risolvere da solo i propri problemi di mercato, ha cercato alleanza con i consumatori, appunto la forza più grande ma ancora inespressa, anzi convinta di essere l’anello più debole della catena. Coldiretti è certamente tra gli attori del processo di cambiamento.

Naturalmente il primo passo è stato quello della trasparenza, di cercare di mettere il consumatore nelle condizioni di sapere cosa sta consumando, di fare le proprie scelte,  e questo può avvenire solo attraverso una etichetta più trasparente e comprensibile : gli ultimi risultati conseguiti, come la  la trasparenza sul latte e derivati ottenuta dalla U.E., e i decreti interministeriali su tracciabilità del grano nella pasta e per il riso sono anche il risultato – stavolta i consumatori sono stati compatti – della consultazione pubblica sul sito del Ministero all’Agricoltura dove  ben il 96% dei cittadini che hanno partecipato  si sono espressi a favore della trasparenza in etichetta.

Ma alle parole seguono i fatti, ed è questo che più conta: l’osservatore attento avrà letto sui quotidiani (fonte: LA STAMPA del 17 luglio) una dichiarazione  del direttore commerciale di Biraghi che dice «Noi ci battiamo perché il prodotto alimentare che deriva dalla tradizione italiana sia fatto con latte italiano», non sarà sfuggita nemmeno la notizia del 27 giugno rispetto alla quale Rigamonti ha concluso un accordo con Coldiretti e Cremonini  per portare la propria produzione di Bresaola al 100% con carni Made in Italy. Ma c’è di più, sempre su LA STAMPA del 20 luglio Barilla sostiene che «la pasta buona e sostenibile inizia dal grano Italiano»: si legge nell’articolo «Barilla è il più grande acquirente  di grano Italiano» e ancora «sono coinvolte nella programmazione circa 1.500 aziende agricole italiane con accordi di fornitura al 50% ma con obiettivo 100% entro il 2020” .
Abbiamo, però, letto anche altro, di tutt’altro tono:  «Il concetto di Made in Italy si identifica nel “saper fare” dei nostri produttori e non nell’origine della materia prima» e  poi ancora,  ad identificare il Made in Italy «sono infatti la ricetta, la tecnologia, la cultura della produzione di qualità che caratterizzano l’industria alimentare, non è certo riferendosi all’origine dei grani  che si valorizza il prodotto nazionale».
Chi la pensa in questo modo ? Toh, sempre Paolo Barilla, ma la dichiarazione è del 2 luglio 2013.........sono felice che abbia cambiato idea, o semplicemente strategia commerciale, saranno le scelte dei consumatori?

Eppur si muove .....direbbe Galileo !

                                                             Ezio Mossoni

5 ottobre 2017

Un po' di Sole...

Ti segnalo un mio contributo sul sito online del Sole 24 Ore dedicato al food valdostano e dove, fra l'altro, scrivo anche dei 60 anni della Maison Bertolin.

Lo trovi qui. Buona lettura

27 aprile 2017

#MaisonBertolin premiata per la miglior “campagna di comunicazione per la valorizzazione del prodotto tipico”

Nell’anno del 60esimo Anniversario, Maison Bertolin è stata premiata pochi giorni fa a Parma per la migliore “campagna di comunicazione per la valorizzazione del prodotto tipico”. La cerimonia di premiazione dei “Salumi&Consumi Awards 2017”, organizzata da Tespi Mediagroup, si è svolta durante il Cibus Connect di Parma, davanti ad una platea di circa 200 persone del mondo delle aziende agroalimentari.

Nello specifico, Maison Bertolin, è stata premiata per la promozione dell'evento organizzato lo scorso
ottobre: la "Sartoria Maison Bertolin". «Questo risultato - si legge in una nota - dà una grande soddisfazione, frutto di un lavoro di squadra tra tutti i collaboratori e la agenzia di comunicazione blu250. Un trionfo eccezionale, considerato che nella fase finale figuravano in nomination aziende di fama mondiale come Salumi Raspini, Prosciutto Toscano D.O.P. e Madeo. Soddisfazione doppia anche perchè la giuria di Salumi&Consumi Awards è composta da ben 50 responsabili nazionali della distribuzione organizzata, ciò significa che Maison Bertolin è stata votata da aziende come Carrefour, Conad, Coop Italia e tanti altri importanti marchi della GDO».

 Considerato il grande successo della “Sartoria Maison Bertolin”, l'azienda di Arnad è intenzionata a riproporre una giornata “Portes Ouvertes” dove saranno presentate le novità ideate per celebrare i 60
anni di storia della famiglia. Il prossimo evento, di portata internazionale. sarà la celebre fiera enogastronomica “TuttoFood”. Appuntamento quindi è alla fiera di Milano Rho, dall'8 all'11 maggio al Padiglione 4 Stand L01-L03.

21 aprile 2017

#Coldiretti: settore lattiero-caseario valorizzato dall'etichettatura d'origine obbligatori


Al via ufficiale, dal 19 aprile 2017, l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del latte a lunga conservazione e dei suoi derivati che rende operativo il decreto “Indicazione dell'origine in etichetta della materia prima per il latte e i prodotti lattieri caseari, in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011”, firmato dai ministri delle Politiche Agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.15 del 19 gennaio 2017.
Il provvedimento per il latte Uht è stato accolto positivamente dal 76% degli italiani e per yogurt e formaggi dal 91%, secondo quanto è emerso dalla consultazione on online del Ministero delle Politiche Agricole.
Due confezioni di latte a lunga conservazione su tre sono già in regola con la nuova etichetta di origine che consente di smascherare il latte straniero spacciato per italiano. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti che ha raccolto i campioni di latte in vendita nei principali supermercati e nei negozi italiani.

La Coldiretti Valle d'Aosta plaude all'importante conquista - frutto delle tante battaglie della propria Organizzazione a livello nazionale ed internazionale - sulla strada della trasparenza dell’informazione ai consumatori e della valorizzazione dei prodotti Made in Italy.
Un risultato che andrà a giovamento anche del settore lattiero-caseario valdostano - al di là della tracciabilità già garantita nella produzione della Fontina - permettendo alle aziende agricole locali di vedere riconosciuto in etichetta il loro lavoro: d’ora in poi, infatti, andrà specificato il paese di mungitura, quello di confezionamento e di trasformazione”.

Il provvedimento riguarda l'indicazione di origine del latte o del latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari e prevede l'utilizzo in etichetta delle seguenti diciture:
a) “Paese di mungitura”: nome del Paese nel quale è stato munto il latte;
b) “Paese di condizionamento o di trasformazione”: nome del Paese nel quale il latte è stato condizionato o trasformato.
Qualora il latte o il latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari sia stato munto, condizionato o trasformato, nello stesso Paese, l'indicazione di origine può essere assolta con l'utilizzo della seguente dicitura: “origine del latte”: nome del Paese. Se invece le operazioni indicate avvengono nel territorio di più Paesi membri dell'Unione europea, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata, possono essere utilizzate le seguenti diciture: “latte di Paesi UE” per l'operazione di mungitura, “latte condizionato o trasformato in Paesi UE” per l'operazione di condizionamento o di trasformazione. Infine qualora le operazioni avvengano nel territorio di più Paesi situati al di fuori dell'Unione europea, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata, possono essere utilizzate le seguenti diciture: «latte di Paesi non UE» per l'operazione di mungitura, «latte condizionato o trasformato in Paesi non UE» per l'operazione di condizionamento o di trasformazione. Per le violazioni si applicano le sanzioni di cui all'art. 4, comma 10, della legge 3/2/2011, n. 4.


L’ETICHETTA DI ORIGINE SULLA SPESA DEGLI ITALIANI
Cibi con l'indicazione origine
E quelli senza
Carne di pollo e derivati
Salumi
Carne bovina
Carne di coniglio
Frutta e verdura fresche
Carne trasformata
Uova
Frutta e verdura trasformata
Miele
Derivati del pomodoro diversi da passata
Passata di pomodoro
Sughi pronti
Pesce
Pane
Extravergine di oliva
Latte/Formaggi
Pasta in itinere

Riso in itinere




Fonte: Elaborazioni Coldiretti

12 aprile 2017

Aline Viérin (#Cofruits): «La produzione di #mele cresce in qualità e quantità»


Questa settimana proponiamo l’intervista a Aline Viérin, della Cofruits.


Ipotizziamo che qualcuno non conosca la Cofruits. Cosa gli diciamo per farsi un’idea?
La Cofruits è una cooperativa di frutticultori che nasce nel 1964 dall’esigenza dei frutticultori della zona di Saint-Pierre e Aymavilles, zone particolarmente vocate alla produzione di mele, di unirsi per valorizzare al meglio il proprio prodotto e così nasce questa cooperativa di stoccaggio.

Nel corso di quest’ultimo decennio questa realtà comunque ha un po’ cambiato pelle?
La prima esigenza era quella di stoccare le mele in un ambiente consono e poi negli anni è nata anche l’esigenza di valorizzare anche la vendita e così oltre al magazzino di stoccaggio sono stati realizzati dei punti vendita. Ne abbiamo due uno a Saint-Pierre dove c’è il magazzino e l’altro a Villeneuve con l’idea di vendere al meglio la mela direttamente dal produttore al consumatore. Accorciare la filiera è infatti il modo per valorizzare al meglio il prodotto e riuscire a pagarlo bene a chi lo produce.

Numeri alla mano cosa possiamo dire sulla produzione di mele valdostane?
Come Cofruits siamo circa un centinaio di soci e produciamo all’anno dodicimila quintali di mele, a fianco alle tradizionali Renetta e Golden stanno entrando delle nuove varietà. Il consumatore è molto attratto dalla mela rossa e i nostri soci hanno iniziato ad accontentare la clientela producendo mele Gala, mele Crinsom, che in Valle vengono molto saporite, aromatiche e colorate inq uanto abbiamo una escursione termica che permette al frutto proprio di sviluppare un’estetica, un colore molto gradevole ed un sapore molto buono.

Spesso si parla di un qualche riconoscimento per la mela valdostana. A che punto siamo?
Noi come Cofruits l’anno scorso ci siamo certificati rispetto al prodotto di montagna, che è un regolamento comunitario 665/2014 che individua quelle produzione effettuate al di sopra una certa altimetria, cioè sopra i 1000 metri. E la Valle d’Aosta vi rientra perfettamente e così abbiamo certificato sia le mele sia la produzione di verdure estiva in quanto Cofruits ha anche dei soci che producono verdura, insalate, fagiolini, tutti della zona intorno al punto vendita. Di conseguenza possiamo parlare di “chilometro meno di zero”. Stessa operazione l’abbiamo fatta con il miele. Noi lo invasettiamo in Cofruits e possiamo proporlo come prodotto di montagna

Sul fronte della commercializzazione è cresciuto l’interesse per il prodotto locale...questo ha portato anche a far crescere il numero di produttori professionisti?
Per fortuna abbiamo diversi giovani che stanno intraprendendo questo lavoro da frutticultori professionisti, cosa che fino a meno di vent’anni fa’ era impensabile. Si trattava comunque di gente che aveva il proprio lavoro, ma per passione avendo ereditato dai nonni il frutteto coltivava le mele. Oggi abbiamo giovani che lo fanno proprio di lavoro e questo porta ad una maggiore professionalità e automaticamente la qualità dei prodotti è migliore.

Del resto la Valle viene da un passato fortemente legato alla frutticoltura…
Fino a 50 anni fa c’erano proprio dei prati a frutteto, frequentati contemporaneamente dai bovini e questo ci ha permesso anche di ereditare dei terreni molto ricchi di sostanza organica. Si tratta di un progetto che Cofruits sta seguendo molto da vicino perché abbiamo tutte le analisi dei terreni del nostro comprensorio in modo da ottimizzare le tecniche agronomiche, le concimazioni più opportune, tutte finalizzate affinché la pianta dia il meglio di sé.

Quali richieste o sollecitazioni vi giungono dai produttori?
Sicuramente il produttore vorrebbe vedersi riconosciuto maggiormente il proprio prodotto e noi cerchiamo di mettere in campo tutte quelle azioni che possono dare un valore aggiunto in più alla mela. Adesso stiamo lavorando parecchio sull’assistenza tecnica, particolarmente richiesta dall’agricoltore. Significa l’analisi dei terreni, la concimazione, il monitoraggio per eventuali problematiche di ticchiolatura. Tutte quelle azioni che possono aiutare l’agricoltore ad seere più performante nel suo lavoro.

Una curiosità : è possibile ipotizzare una ulteriore crescita della produzioni o i numeri sono abbastanza cristallizzati?
Io voglio essere molto ottimista e ho le ragioni per esserlo. Per fortuna man mano che i frutticultori vanno in pensione subentrano nuove leve che avendo studiato per questo hanno in mano una buona professionalità e di conseguenza ipotizzo che lo stesso appezzamento gestito in maniera moderna darà un aumento di produzione con un crescita di qualità.

Si parla tanto di bio credo che sia però giusto sottolineare che la mela valdostana è già bio a modo suo…
Cofruits come cooperativa rispetto ai trattamenti fitosanitari aderisce alla difesa integrata volontaria, cioè noi come Cofruits abbiamo un calendario di trattamenti per migliorare le mele molto restrittivo e che al suo interno contempla già l’utilizzo di prodotti consentiti nel bio. Non siamo mai arrivati alla certificazione in quanto sono dei processi parecchio costosi e siccome noi vogliamo pagare meglio le mele cerchiamo di contenere delle spese di tipo amministrativo-burocratico puntando sul valorizzare la provenienza e il territorio.

Progetti per il 2017 e per il 2018?
Tra poco cambieremo il gruppo qualità, cioè la macchina che ci permette di scegliere le mele. Quella nuova sarà di ultimissima generazione. Inoltre il punto vendita sarà rimodernato, in particolare la zona frighi e questo ci permetterà questa estate di avere un assortimento di frutta e verdura estiva più vasto. Questa sezione era partita un po’ in sordina ma negli ultimi anni abbiamo visto un grosso incremento. Inoltre abbiamo lavorato molto con le scuole. E questo è un filone cui tengo moltissimo, il partire dai bambini cioè educazione alimentare, far capire e far assaggiare quella che è “una mela che sa di mela” come mi ha detto un bambino. Con loro abbiamo fatto un’analisi sensoriale. Un’esperienza che vogliamo sviluppare. Infine vogliamo sviluppare un sistema di tessera fedeltà.

Un sogno cooperativo da realizzare?
Il mio sogno come Cofruits sarebbe riuscire a comunicare molto meglio le peculiarità e le ricchezze dei nostri prodotti perché abbiamo della frutta e della verdura a residuo zero, mele che si possono mangiare con la buccia, e questo sarebbe bello riuscire a trasmetterlo meglio ai consumatori. 
 

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