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4 novembre 2016

Aosta: #Zamagni al De La Ville - Economie e città a misura d'uomo. Un nuovo approccio

Stefano Zamagni
Questa sera, venerdì 4 novembre, alle 20.45, al Théâtre de la Ville di Aosta, all'interno del ciclo Fede & Scienza, organizzato dalla Diocesi di Aosta, ti segnalo la conferenza del professor Stefano Zamagni, ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna, sul tema «Economie e città a misura d’uomo. Un nuovo approccio». A Partire dalle 20,35 diretta, condotta dall'autore di questo blog, su Radio Proposta in Blu. Un appuntamento che merita. Ampia cronaca la prossima settimana sul Corriere della Valle. 

3 dicembre 2014

Liberare il potenziale dell’economia sociale per la crescita europea

Luigino Vallet
Questo testo di Luigino Vallet è stato pubblicato sull'ultimo numero del Corriere della Valle in vista della conferenza dell'economista Luigino Bruni che si svolgerà domani sera, alle 20,45, al Cinema Théâtre de la Ville. Diretta su Radio Proposta in Blu.

Il 17 e 18 dicembre il Governo Italiano, nel semestre in cui ha la Presidenza di turno del Consiglio  dell’Unione Europea, ha organizzato una conferenza a Roma dal titolo “Liberare il potenziale dell’economia sociale per la crescita europea”. Io ho partecipato come invitato per essere da molti anni impegnato, con diversi ruoli di responsabilità, in alcune organizzazioni - associazioni di volontariato, cooperative sociali, coordinamenti di associazioni, fondazioni - che fanno riferimento all’economia sociale in Valle.

Erano gli stessi giorni cui in Valle si discuteva in modo animato sul ruolo di alcuni coordinamenti del volontariato - realizzati con molta fatica nel corso del tempo - ma con tutta un’altra prospettiva. A tale convegno sono giunti a Roma quasi 200 relatori provenienti da 25 Paesi europei rappresentanti delle Istituzioni, esponenti dell'economia sociale, ricercatori e studiosi, ma anche semplicemente persone che sono
interessate a questo settore che ha, pur con molte difficoltà, non ha diminuito la sua presenza in questo perdurante periodo di crisi.

Davanti alla platea dell'Auditorium Massimo nel quartiere Eur il sottosegretario Luigi Bobba ha spiegato i motivi di questo convegno: «Questa conferenza vuole attirare attenzione su un settore importante. Il Governo ha scritto un'ampia Riforma in discussione alla Camera su volontariato, associazionismo e cooperazione sociale. Abbiamo seguito un percorso che altri Paese europei hanno imboccato in questi anni. Siamo convinti che dal confronto tra tutti questi attori possano arrivare idee e soluzioni».

Ha poi ricordato i dati Istat sull'economia sociale con i numeri (incidenza di circa il 10% sul Pil e le cifre sull'occupazione nel settore) e ha sottolineato l'esigenza dell'innovazione: «I servizi offerti dal Pubblico non sono più in grado di risolvere i problemi o fornire risposte ai bisogni: beni che solo le organizzazioni sociali possono garantire. Bisogna assumere una  prospettiva che guardi al medio e lungo termine. Anche la task force del G7 ha presentato qui il suo rapporto sull'impatto sociale.   Urge un passo avanti: da queste due giornate uscirà la Strategia di Roma per l'economia sociale».

A precedere l'intervento di Bobba è stato il professore Jean Paul Fitoussi che ha molto criticato le politiche economiche dell'Europa. La sua fondamentale esortazione è stata quella di «Partire dal capitale umano». Fitoussi ha messo in campo i temi della democrazia e della partecipazione alle politiche economiche degli ultimi anni. «In Europa la protezione sociale è vista come ostacolo alla competitività, dal Fiscal compact al Patto di Stabilità. Questa strategia ha come conseguenza una democrazia che non può correggersi come giusta combinazione tra solidarietà e profitto e così i cittadini possono anche cambiare i governi ma non le politiche economiche. Da questo assistiamo così all'ascesa del populismo. Negli Usa in due anni hanno cambiato queste politiche ed è arrivata la ripresa, in Europa invece si rischia la scomparsa delle protezione sociali e delle assicurazioni collettive».

In conclusione rispondendo ad una domanda del moderatore che gli chiedeva «se ci sia spazio ancora all'ottimismo» Fitoussi ha risposto: «Io sono ottimista per il futuro. Parliamo di povertà ma l'Europa è ricca di tante cose anche se è mal gestita. Arriverà un momento in cui se ne renderanno conto: serve il capitale umano per produrre quello materiale».

I convenuti hanno poi lavorato in 10 gruppi che concentrandosi su alcune specifiche tematiche dell’economia sociale realizzando in concreto delle occasioni di incontro e scambio e riaffermando contenuti forse oggi consolidati, ma che è comunque strategico portare all'attenzione delle istituzioni comunitarie, quali la consapevolezza del ruolo fondamentale dell'economia sociale per la «realizzazione di diversi obiettivi  importanti dell'Unione Europea, come ad esempio la creazione e il mantenimento dell'occupazione, la coesione sociale, l'innovazione sociale,  lo sviluppo rurale e regionale, inclusa la cooperazione internazionale e lo sviluppo, la tutela dell'ambiente», ecc.nonché la convinzione che «il suo ruolo è diventato ancora più significativo negli ultimi anni, poiché le organizzazioni dell'Economia Sociale hanno dimostrato di essere una forza anti-ciclica per affrontare la crisi economica che colpisce il nostro continente».

Importante intervento in una successiva tavola rotonda in cui è stato evidenziato come in Europa sia realizzato il 50% del welfare mondiale e che le imprese sociali contribuiscono a realizzarne il 50%, dando
lavoro a 14 milioni di persone. In Italia, le imprese sociali offrono servizi di welfare a 7 milioni di famiglie
e creano occupazione per 400mila persone.

Rispetto alle conclusioni viene raccomandata la definizione di referenze istituzionali chiare per l'economia
sociale a livello comunitario, la necessità di linee guida e monitoraggio rispetto all'applicazione della Direttiva
Appalti e della Direttiva Concessioni, l'ampliamento delle collaborazioni tra istituzioni e terzo settore basate
su «una logica di sussidiarietà, co-progettazione e co-produzione», la destinazione di investimenti
comunitari non solo alle infrastrutture materiali, ma anche agli investimenti sociali, il rafforzamento di strumenti
finanziari a sostegno dell'economia sociale; infine si prende opportunamente atto che in tema di impatto sociale il dibattito è ancora ampiamente da sviluppare.

28 novembre 2014

Giovedì 4 Dicembre Luigino #Bruni ad #Aosta: L'#economia di #Francesco e le sfide dell'oggi

Il ciclo di conferenze, organizzato dalla Diocesi di Aosta, dedicato alla conoscenza e all'approfondimento dell’esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium, in particolare del quarto capitolo “La dimensione sociale del l’evangelizzazione”, si conclude, giovedì 4 dicembre, alle 20,45, ad Aosta, presso il  Cinéma Théâtre de la Ville, con la conferenza del professor Luigino Bruni, Ordinario di Economia Politica dell'Università LUMSA di Roma, dal titolo «L’economia di Francesco e le sfide dell’oggi». La conferenza sarà trasmessa anche in diretta su Radio Proposta in Blu e per chi abita fuori valle è possibile seguirla in streaming. Come sempre il Corriere nel numero della prossima settimana darà ampio spazio all'evento.

Ma chi è Luigino Bruni?
Nato ad Ascoli Piceno, il 30 maggio 1966. Dal novembre 2012 Professore Ordinario di Economia Politica, presso il Dipartimento di Scienze economiche, politiche e delle lingue moderne, Università Lumsa di Roma. Da novembre 2010 Professore Ordinario idoneo (Concorso Università di Padova, Facoltà di Economia, primo classificato). Dal Febbraio 2005 a Ottobre 2012: Professore Associato di Economia Politica, presso la Facoltà di Economia, Università di Milano-Bicocca. 20012004: Ricercatore di Economia Politica, presso la Facoltà di Economia, Università di MilanoBicocca. Vicedirettore del Centro Interuniversitario ECONOMETICA. 
Questi sono alcune delle sue pubblicazioni: L'uomo spirituale e l'homo oeconomicus. Il cristianesimo e il denaro, con N. Riccardi, P. Rota Scalabrini, Sapientia, 2013; Economia con l’anima, Emi, Milano, 2013; Le prime radici. La via italiana alla cooperazione e al mercato, Il Margine, Trento, 2012; 5. Le nuove virtù del mercato, nell’era dei beni comuni, Città Nuova, Roma, 2012; 6. La leggerezza del ferro, Una introduzione alle teoria economica delle Organizzazioni a Movente Ideale, con A. Smerilli, Vita e Pensiero, Milano, 2011 (con A.Smerilli); Microeconomia, con L. Becchetti e S. Zamagni, Il Mulino, Bologna, 2010; L’Impresa civile, EgeaBocconi, Milano, 2009; Benedetta Economia, Cittanuova, Milano, 2008 (con A. Smerilli); Il prezzo della gratuità, Città Nuova, Roma, 2006; Reciprocità. Cooperazione economia società civile, Bruno Mondadori, Milano, 2006; L’economia, la felicità e gli altri. Un’indagine su beni e benessere, Città Nuova, Roma, 2004; Economia civile, con S. Zamagni, Il Mulino, Bologna 2004 e Vilfredo Pareto. Alle radici della scienza economica del novecento, Collana “Economisti Italiani”, Polistampa, Appuntamenti - Ecco chi sono i relatori dell’edizione di quest’anno Ritorna Fede e Scienza. 

Di Luigino Bruni propongo un articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire il 24 marzo 2013, probabile spunto dell’intervento dell’economista 

Francesco è un nome che dice molte cose, anche all'economia e alla finanza. E, se sappiamo e vogliamo
ascoltare, ci lancia messaggi essenziali per curare, veramente e in profondità, le nostre crisi. Francesco d’Assisi, perché amante di 'madonna povertà', è anche all’origine di importanti cambiamenti economici,
teorici e pratici. Il movimento francescano diede vita alla prima importante scuola di pensiero economico,
ed è anche all'origine della tradizione di banca e di finanza (gli ormai famosi Monti di Pietà, i prodromi della
finanza popolare e solidale italiana). Non si ricorda però a sufficienza che queste istituzioni bancarie popolari
fiorirono due secoli dopo una profonda e sistematica riflessione culturale e filosofica su economia, moneta e mercato. Olivi, Scoto, Occam, e decine di altri maestri francescani furono dottori anche di economia,
perché colsero, per istinto carismatico, che dovevano studiare le res novae del loro tempo, dovevano riflettere profondamente sui grandi cambiamenti della loro epoca, quando stava iniziando una grande rivoluzione commerciale e cittadina che poi fiorì nell'Umanesimo civile. Studiarono economia per amore
della loro gente, soprattutto dei poveri. Il primo messaggio che ci proviene da Francesco e dal suo movimento carismatico è il significato morale e civile dello studio e della scienza. Questa crisi ci sta dicendo ogni giorno con maggiore forza che l’economia e la finanza a una sola dimensione (quella dei profitti di
breve periodo) produce disastri e disumanesimo (Cipro è l’ennesimo segnale). Ma, mentre la crisi continua a mietere le sue vittime, in tutte le università si continua a studiare e a insegnare la finanza e l’economia
retta dagli stessi princìpi che hanno causato queste crisi. I libri di testo sono gli stessi, i dogmi
e la spocchia imperialista di noi economisti sono gli stessi del pre-crisi, i nostri migliori studenti continuano
a formarsi in scuole di dottorato con gli stessi programmi del 2007. Francesco allora invita i veri amanti del bene comune  e quindi di 'madonna povertà' (il primo metro di bene comune sono sempre le condizioni
dei poveri) a investire molto di più nello studio delle res novae del nostro tempo, che sono i temi del lavoro, del management delle imprese, dell’economia e della finanza, che oggi soffrono anche 'per mancanza di
pensiero'. E, sull'esempio degli antichi Monti di Pietà, il mondo si cambia dando vita non solo a libri e a conferenze, ma a nuove istituzioni. I carismi hanno prodotto anche università che sono state sulle frontiere
delle innovazioni culturali del loro tempo, perché è tipico del carisma vedere prima e più lontano. Oggi la nostra cultura e la nostra scienza soffrono per mancanza dei carismi, che debbono tornare a svolgere il loro compito, che è anche compito civile, scientifico e culturale. C’è un estremo, vitale, bisogno di dar vita a nuovi istituti di ricerca e a nuove università dove si possano studiare diversamente contenuti diversi da quelle che
continuano a insegnare i templi del sapere, molti dei quali finanziati dai proventi di questa (brutta) finanza. C’è bisogno di nuovi studi e nuove scholae dove si produca ad alto livello pensiero economico e sociale diverso, e poi di scuole popolari che diffondano e alimentino con la vita quel nuovo pensiero a tutti i livelli: dove sono? Se non lo faremo, continueremo a lamentarci della crisi e della disoccupazione, ma non saremo all'altezza
di Francesco e dei francescani che lavorarono per orientare la società del loro tempo, anche con idee e  scienza nuove. Un secondo messaggio di Francesco è, e non può che essere, la povertà. È molto legato
al primo messaggio – non a caso la 'scienza' è un frutto dello Spirito, ed è lo stesso Spirito ad essere 'padre dei poveri'. Ci sono parole che sono sempre e solo negative: menzogna, schiavitù, razzismo… La povertà
non è una di queste, perché dopo Francesco (e quindi dopo il cristianesimo) quando si parla di povertà dovremmo sempre specificare di quale povertà stiamo parlando. Questa grande parola copre un ampio spettro semantico, che va dal dramma di chi la povertà la subisce fino alla beatitudine di chi la povertà la sceglie liberamente, spesso per riscattare altri da povertà non scelte e subite. La nostra cultura non ha strumenti adeguati per affrontare le antiche e nuove povertà non scelte, perché ha perso contatto con le
semantiche della bella povertà scelta, che si chiamano stili di vita sobri, solidali, soprattutto comunione conviviale e fraterna. Francesco ci ricorda che solo chi ama la buona povertà sa prima vedere, e quindi
combattere, quella cattiva. Finché i programmi governativi, pubblici e privati di lotta alla povertà
saranno pensati e implementati da politici e funzionari che alternano convegni sulla povertà a vacanze da ricchi epuloni, la povertà continuerà a essere oggetto di studi (spesso inutili), report e convegni, ma né vista né capita, quindi non curata. Per curare la povertà servono i carismi, quindi poveri che curano poveri. Il capitalismo filantropico sta aumentando le istituzioni che si occupano di povertà, senza però che tra chi aiuta e chi è aiutato si crei nessun incontro autentico. Francesco ha curato, quantomeno, l’anima, dei lebbrosi di Assisi (a Rivotorto) abbracciandoli e baciandoli: è l’abbraccio la prima forma di cura. Francesco oggi
ci ricorda e ci ammonisce di non cadere nelle trappole della nostra cultura dominata dall'immunità, una cultura del non abbraccio che si sta insinuando anche all'interno delle nostre istituzioni nate per 'curare'
le povertà, dove stanno crescendo i professionisti della cura e dell’assistenza (ed è cosa buona), ma dove rischiano di diminuire gli abbracci. L’indice di fraternità – altra splendida parola francescana – è dato dal grado di inclusione comunitaria dei poveri, che può essere inverso alla creazione di enti specializzati
per gestirli, ai quali  si appalta la 'cura dei poveri' al fine di tenerli ben lontani dalle nostre città immuni e immunizzanti. Rimettiamoci allora all'ascolto di Francesco, dei suoi messaggi antichi, dei suoi messaggi di
futuro.

11 giugno 2014

Giornata dell'economia 2014: quadro critico per la Valle d'#Aosta


Oggi presso l'aula magna dell'Università della Valle d'Aosta è stata presentata la tradiizionale Giornata dell'economia, come sempre organizzata dalla Camera di Commercio di Aosta. Sono intervenuti oltre al Rettore dell'Università Fabrizio Casella, in qualità di padrone di casa, l'Assessore alle Attività Produttive Pierluigi Marquis e il Presidente della Camera di Commercio Nicola Rosset (di cui domani proporrò l'intervento integrale) oggi per chi non c'era pubblico la nota redatta dall'Ufficio studi ed informazione economica della Chambre Valdôtaine che sintetizza la presentazione del rapporto 2013, fatta da Maria Angela Buffa, funzionario Ufficio studi ed informazione economica, la fotografia delle imprese familiari in Valle d'Aosta proposta da Claudia Nardon, responsabile dell'Ufficio studi ed informazione economica, e l'intervento della professoressa Annamaria Merlo dell'Università della Valle d'Aosta dal titolo «Impresa & Sociale per un nuovo paradigma economico». 

L'economia nel 2013
Il quadro economico internazionale nel 2013 continua a manifestare elementi di debolezza: la crescita si è mantenuta nel complesso debole, anche se, nei paesi avanzati la dinamica economica ha registrato un progressivo miglioramento nel secondo semestre.
Nell'area euro, dopo sei trimestri di contrazione, nel secondo trimestre del 2013 l'attività economica è ripartita, ma ha mantenuto nella seconda parte dell'anno una dinamica ancora modesta; in media d'anno il prodotto si è registrato in contrazione (da -0,7% del 2012 a -0,5% del 2013). La debole ripresa è stata guidata dalle componenti interne di domanda, investimenti e consumi, mentre la domanda estera netta ha fornito mediamente un contributo nullo. Nella prima metà del 2014 la crescita del Pii dovrebbe consolidarsi grazie al miglioramento dei consumi privati e al contributo positivo delle esportazioni nette (PIL area euro +1,2%).


Permane critica la situazione occupazionale di quasi tutti i paesi europei, in particolare dei paesi dell'Europa meridionale. Il tasso di disoccupazione per l'Europa calcolato sui 28 paesi membri è pari al 10,8% (10,4% nel 2012); nell' area euro il tasso è salito al 12% (era 11,3 % nel 2012).

In Italia, il calo del PIL per il 2013 è stato dell' 1,9% (nel 2012 era stato del 2,4%) ed è stato generato prevalentemente dalla contrazione delle componenti interne della domanda (investimenti e consumi), ridottesi però in maniera meno rilevante rispetto all'anno precedente. Per l'anno in corso è previsto un miglioramento (+0,6%). In tale fase di debolezza della domanda di beni di consumo, l'inflazione è calata in misura sensibile. La produzione industriale nella media del 2013 è scesa ma con meno vigore rispetto al 2012.

Il mercato del lavoro risulta ancora pesantemente caratterizzato dal quadro di difficoltà ereditato dagli effetti della crisi: gli occupati sono in calo e il tasso di disoccupazione aumenta di un punto percentuale e mezzo rispetto all'anno precedente (12,2 % nel 2013, 10,7 % nel 2012). 

L'economia locale sperimenta una nuova dinamica in peggioramento: dopo aver recuperato nel 2010 ed essere rimasto sostanzialmente stabile nel 2011, il PIL reale del 2012 si contrae del 3,5% sull'anno precedente, riportando una variazione negativa più accentuata rispetto al dato nazionale. Nel 2011 i consumi finali e gli investimenti fissi lordi si erano ridotti rispettivamente dello 0,5% e del 4,8%.

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici pro-capite nel 2012 si è ridimensionato (-3,5%), pur mantenendosi su livelli più elevati rispetto al dato medio italiano che rimane di poco superiore ai 17mila euro. Nei tradizionali territori di confronto, solo il territorio di Bolzano mostra una performance lievemente superiore (poco più di 21.600 rispetto a circa 21.100 per la Valle d'Aosta).

Sul versante occupazionale, si consolidano le criticità già emerse negli ultimi anni: la contrazione degli occupati, l'aumento delle persone in cerca di occupazione, l'aumento del tasso di disoccupazione (8,4% nel 2013), soprattutto giovanile (30,8%). Si riduce il numero di ore autorizzate di CIG.

La consistenza dei depositi bancari in Valle d'Aosta è aumentata, in maniera più sensibile degli impieghi, e le sofferenze sono in crescita: si può dedurre allora una maggiore propensione a strategie conservative, atteggiamento non foriero di positivi effetti sulla ripresa dell'economia.

Il tessuto produttivo si è ulteriormente indebolito: il numero di imprese si è ridotto del 2,5%, prevalentemente a causa del calo della componente agricola che sembra manifestare sempre più compiutamente la mancata strutturazione in senso imprenditoriale che la contraddistingue. Anche il settore delle costruzioni ha subito delle perdite, pur confermandosi il settore economico maggiormente rappresentato (21% del totale imprese).

In relazione alla natura giuridica delle imprese registrate, il lieve incremento delle società di capitale evidenzia come nel nostro territorio non sembrino aver avuto particolare successo le forme semplificate di costituzione di società a responsabilità limitata previste dalla recente normativa.
Le imprese artigiane hanno evidenziato una maggiore tenuta in termini di numero di imprese, calando deIl'1,6%, principalmente per via della riduzione registrate nel settore delle costruzioni.

Ora che l'economia è messa alla prova da una prolungata fase di crisi, appare importante interrogarsi sulle prospettive di componenti finora poco indagate del sistema: questa è la ragione per cui si è cercato di conoscere meglio le imprese familiari, pur fra molte difficoltà operative nell'identificare da un punto di vista statistico le imprese di famiglia distinguendole dalle altre.

La realtà delle imprese familiari
Le imprese familiari, intendendo per tali le imprese sia individuali sia societarie il cui controllo è nelle mani di una famiglia, possono essere infatti stimate più che puntualmente individuate e prevalentemente grazie ai dati sugli occupati familiari all'interno delle imprese.

Questa analisi può riservare delle sorprese in un quadro nel quale si è portati a ragionare in termini di impresa public company; le imprese di famiglia infatti per numero, occupazione e valore aggiunto prodotto sono anche in Valle d'Aosta una voce importante del panorama produttivo. Un modello che non può essere ignorato nelle riflessioni in tema di sviluppo e di ripresa competitiva dei sistemi economici locali.

Le imprese familiari valorizzano infatti quel patrimonio di imprenditorialità diffusa che caratterizza il nostro Paese ed evidenziano fattori di resistenza alla crisi quali la capacità di rinunciare al profitto immediato in una prospettiva di lungo periodo e la tendenza alla conservazione dell'impresa. Non mancano però fattori di debolezza,particolarmente sentiti anche nella nostra realtà quali le piccolissime dimensioni, la scarsa propensione al rischio e l'aspetto critico costituito dal passaggio generazionale, tutti elementi sui quali le imprese avrebbero bisogno di sostegno e di assistenza. 

Imprenditorialità sociale: cresce l'attenzione
L'ambito dell'imprenditorialità sociale sta guadagnando attenzione, negli anni recenti, a livello locale, nazionale e anche internazionale, non soltanto per la sua capacità di tenere testa alla crisi economico­finanziaria, ma anche in quanto componente cruciale all'interno di nuovi modelli socio-economici.

Giusto per avere un ordine di grandezza, in Europa 11 milioni di cittadini - il 4,5% della popolazione - lavorano nell'economia sociale, producendo il 10% del PIL dell'Eurozona; le cooperative in particolare impiegano 5,4 milioni di persone. In Italia si tratta di 77.000 imprese, con 1,2 milioni di occupati.
Il mondo delle camere di commercio italiane ha già dedicato in passato spazi di approfondimento a tale ambito, per esempio attraverso rapporti di analisi sulle imprese cooperative (2006), nonché presentandolo tra le possibili 'tematiche per una lettura integrata dei fenomeni economici' (2013).
Dal canto suo, l'economia solidale e le imprese sociali sono ormai un elemento imprescindibile all'interno delle discipline economico-aziendalistiche, e l'Università dedica loro attenzione e specifiche azioni di formazione e ricerca.

Le imprese sociali, secondo gli ultimi dati disponibili (ISTAT, Unioncamere, e altre fonti), mostrano resilienza alle difficoltà, capacità di difendere l'occupazione, valorizzazione delle competenze nonché della forza lavoro femminile, giovanile e immigrata, legami con il territorio, propensione all'innovazione. Per contro, manifestano difficoltà sui versanti del credito e della patrimonializzazione, delle dimensioni sovente piccole e dunque fragili, delle strutture di governance, delle relazioni strategiche con altri tipi di imprese e istituzioni e con il sistema dei media.

Si tratta certamente di elementi che il mondo delle imprese sociali dovrà affrontare e migliorare, nel prossimo futuro, per poter dispiegare al meglio le proprie potenzialità; in parte, effettivamente, tali elementi sono presenti anche nelle Linee-Guida per il terzo settore e l'economia sociale, recentemente proposte da parte del Governo italiano. Perché, come afferma lo stesso Presidente della Commissione Europea J.M.Barroso, «L'impresa sociale può sicuramente rivelarsi un eccellente programma per il cambiamento». 

3 gennaio 2014

Il #Nonprofit e la sfida dell'#innovazione sociale


«Come si è visto, il tema oggi non  sembra essere più quello di riconoscere il mondo non profit. Di riconoscerne la funzione, sociale ed economica. Il tema – invece – è diventato quello dell’impatto sociale delle iniziative promosse dalle istituzioni nonprofit. Da qui la sfida dell’innovazione sociale». 
Nereo Zamaro, Dirigente di ricerca ISTAT, lo dice chiaramente. Il mondo del non profit oggi è chiamato a rendere palesi e misurabili i benefici derivanti dal suo operato soprattutto in un contesto come quello valdostano dove anche Dario Ceccarelli, Capo dell’Osservatorio economico e sociale della Regione, evidenzia numeri da primato. 

Il numero di organizzazioni non profit ogni 10mila abitanti è passato da 69,2 a 104,2 nel 2011, contro una media italiana di 50,7. Sulla stessa lunghezza d'onda valdostana soltanto Trento passata da 46,7 a 102,3. Si tratta di alcuni dei dati forniti nel corso del Convegno Osservare, capire, agire. Leggere il mondo non profit attraverso i dati del censimento, svoltosi nell’Aula magna dell’ateneo valdostano e organizzato la Presidenza della Regione e la Fondazione comunitaria della Valle d’Aosta, in collaborazione con l’Università della Valle d’Aosta e la Chambre Valdôtaine. 

Nel dettaglio i numeri del settore consistono in 1.219 unità istituzionali attive, 2113 addetti, 589 lavoratori esterni, 24 lavoratori temporanei e 18.692 volontari. In pratica la Valle d'Aosta conta 187 addetti ogni 10 abitanti (media italiana 115 e Bolzano, per fare un esempio significativo è a quota 150, mentre Trento guida a quota 211) e i volontari sono 1.525 sempre ogni 10mila abitanti contro una media italiana di 801 e un Bolzano a 3.012, miglior risultato italiano. Il 35,6% degli addetti si dedica ad attività assistenziali e di protezione civile, il 25,9 ad istruzione e ricerca e il 13,8 a cultura, sport e ricreazione. 

Numeri tutti che esprimono una grande ricchezza che però a detta di molti osservatori si scontra con il pericolo di una frammentazione che inevitabilmente mina l'efficacia dell'azione del Terzo settore. In proposito Zamaro in una delle slides presentate ha ipotizzato alcune soluzioni per migliorare la qualità dell'operato del mondo della coperazione sociale. Prima di tutto la necessità di Piattaforme comuni, della condivisione delle informazioni e di sistemi di allerta per sovrapposizioni da gestire. Poi la creazione di maggiori opportunità per il lavoro a distanza, la formazione online, l'integrazione delle basi dati tra istituzioni diverse; l'attenzione ai punti di rischio e gestione del rischio informativo; la presenza di Standard comuni tra uffici; il produrre e diffondere indicatori per il monitoraggio dei livelli di risultato individuale; il costruire occasioni di comunicazione; la consultazione frequente dei cittadini; la diffusione di indicatori sui risultati raggiunti; l'utilizzo di varie soluzioni e-gestite e, infine, la Condivisione del back office, anche via cloud; della formazione on-line; e la nascita di luoghi di condivisione delle best practices.

All'incontro sono intervenuti anche il Presidente della Chambre Nicola Rosset, e il Rettore dell’Università Fabrizio Cassella, Luigino Vallet, Presidente della Fondazione Comunitaria di Aosta. Il convegno ha dato anche spazio ad alcune realtà valdostane del non profit, i cui rappresentanti sono intervenuti in una tavola rotonda, e alla relazione di Anna Maria Merlo, docente di Economia solidale e gestione delle aziende non profit presso l’Università della Valle d’Aosta, sulle linee di azione da intraprendere in questo ambito. 

22 dicembre 2013

Economia #solidale, #Welfare e #Nonprofit: intervista alla professoressa Anna Maria Merlo e al Presidente della Fondazione Comunitaria Luigino Vallet

Intervista a Luigino Vallet, presidente della Fondazione Comunitaria e Anna Maria Merlo, docente di Economia solidale e gestione delle aziende non profit presso l’Università della Valle d’Aosta.

Vallet prima di tutto ricordiamo il compito della Fondazione Comunitaria…
Pur interessandoci in questo momento ad aiuti concreti legati alla crisi come il «Pronto soccorso» gestito con la Caritas, la Fondazione cerca di sostenere con dei progetti esemplari un modo nuovo di affrontare la crisi delle risorse.

Professoressa Merlo cosa si intende per economia solidale e come questa si relaziona con il no profit?
Per economia solidale intendiamo un modo differente di fare economia, di fare impresa, di svolgere delle attività produttive, di produrre dei beni o dei servizi, di generare ricchezza e di utilizzarla, investirla o spenderla. Un modo differente rispetto ai modelli applicati nel ‘900. Sono stati dei modelli economici «classici» caratterizzati da una spiccata propensione per un'alta produttività, per competitività, per un'attitudine alla generazione di ricchezza, di profitto, la realizzazione anche di lucro e negli ultimi decenni del secolo scorso anche caratterizzati da una propensione speculativa, il cosiddetto capitalismo finanziario che è una delle ragioni maggiori della crisi nella quale ci troviamo. Economia solidale dunque come dice la parola stessa caratterizzata da comportamenti cooperativi, solidali dove per solidali possiamo pensare alla definizione di "responsabili in solido" come si usa dire nel diritto, ciò significa che siamo tutti responsabili: i singoli individui, la collettività, le imprese e le istituzioni. Questo si intende per economia solidale. Siamo tutti responsabili del benessere, della risposta ai bisogni delle persone, della comunità, e pure dell'ambiente.

Entrambi avete partecipato al convegno «Leggere il non profit attraverso i dati del censimento». Professoressa Merlo che cosa emerge da questa analisi?
Il trend di fondo è di un ruolo sempre più cruciale del non profit, del terzo settore. E il non profit è un attore molto rilevante nell'economia solidale in quanto è caratterizzato per sua natura da atteggiamenti, valori, modi di funzionare cooperativi e responsabili. Emerge questa combinazione tra terzo settore, non profit ed economia solidale.

Vallet, l’evento è stato patrocinato dalla Camera di Commercio perché una realtà che normalmente offre servizi alle imprese profit è interessata al terzo settore?
Noi abbiamo coinvolto la Camera di Commercio per due motivi. Il primo è che la Camera è un soggetto che h nell'ambito delle sue attività l'obiettivo di promuovere impresa. E ovviamente il mondo del terzo settore è un mondo di un'impresa particolare, quella sociale, che produce servizi sul piano del fondamento del conto economico, ma pure valore aggiunto in termini di relazionalità. Tra l'altro questo ha fatto sì, ad esempio, che nella Camera di Commercio di Torino creassero due ambiti: un osservatorio di economia civile e un laboratorio continuativo della sussidiarietà. Quest'ultimo è l'altro motivo per cui riteniamo opportuno coinvolgere la Chambre con la voglia di farsi coinvolgere non soltanto per il profit ma pure per il non profit.

Professoressa Merlo possiamo collegare i concetti di economia solidale e di welfare?
Assolutamente sì. Se pensiamo che welfare significa benessere, cioè che le persone abbiano le risposte ai loro almeno più importanti bisogni. Se dunque ricordiamo che l'economia solidale è un'economia che si ripropone di essere responsabile dei bisogni delle persone e dei loro gruppi sociale ecco che il collegamento tra le due componenti appare evidente e naturale. Molto più naturale rispetto a quello che poteva succedere nei modelli di economia classica del passato. Pensiamo agli Stati Uniti. Alla fatica che si sta facendo in quel paese per poter introdurre il diritto all'assistenza socio-sanitaria per tutti, prescindendo dalla ricchezza delle persone. Questo è un buon esempio che ci fa capire come nei sistemi economici molto liberisti, come quello statunitense, il welfare è vissuto quasi come un intruso, una specie di riserva indiana, mentre invece in un modello di economia solidale il welfare è una componente naturale e fondamentale. In quanto in un'economia dove le persone non stanno bene non possono funzionare neppure le altre attività.

Vallet può illustrarci come si è svolto l’evento?
L'evento si è articolato in due parti. Dopo i saluti istituzionali c'è stata una presentazione da parte del professor Nereo Zamara, dirigente dell'Istat, dei dati quantitativi del censimento. Dopo questo esame fatto attraverso un confronto con altre realtà alpine come Trento e Bolzano e del Nord Ovest. Successivamente siccome l'obiettivo della Fondazione comunitaria voleva essere anche proporre un momento di riflessione, collegato alla precedente conferenza del professor Borzaga Miglietta Scavini sul ruolo dell'economia sociale abbiamo voluto sollecitare questo mondo attraverso una tavola rotonda, preceduta da un intervento di Dario Ceccarelli, responsabile dell'Osservatorio economico-sociale regionale, per definire la cornice di riferimento di questo mondo, con interventi di rappresentanti del mondo della cooperazione sociale, delle organizzazioni di volontariato e dell'associazionismo di promozione sociale e del mondo delle Fondazioni che è un po' la scoperta di questi ultimi anni,il soggetto emergente, soprattutto nell'ambito dell'istruzione.

In questo quadro le istituzioni giocano un ruolo importante...
Sicuramente. Ad esempio l'Assessore alla Sanità Antonio Fosson dovrebbe entrare in un ruolo di governo non tanto sul fronte della gestione ma della valorizzazione degli attori presenti sul territorio. La Chambre invece è stata incaricata di realizzare concretamente il censimento del non profit di qui il suo ruolo tutt'altro che secondario.

Vallet Una novità da annunciare come Fondazione comunitaria?
Posso annunciare un progetto sperimentale legato all'istituto dell'affidamento mirato a cambiare la strategia in questo momento di crisi. Partire anziché dal soggetto individuale da famiglia a famiglia. Cercare di recuperare il più possibile il ruolo della famiglia dove il bambino ha difficoltà cresce.

Professoressa Merlo abbiamo un sogno legato al futuro del terzo settore ma pure dell'economia? E non aggiungo la parola solidale in quanto a mio avviso l'economia solidale non è un'economia nuova ma il proporre la realtà economica nella sua giusta realtà...
Il mio è un sogno culturale cioè che tutte le persone, in particolare i giovani e gli studenti con i quali lavoro e che cerco di far riflettere moltissimo su questo, le istituzioni e pure le imprese, insomma gli attori di tutti i settori, capiscano che comportarsi in una maniera differente in campo economico e quindi in modo responsabile e solidale e non più con un approccio speculativo, attento unicamente al profitto e alla ricchezza, non è soltanto un comportamento o un'attitudine che contiene dei valori, quindi buona o giusta, ma è prima di tutto un comportamento razionale e una risposta intelligente rispetto alle difficoltà e alle necessità delle persone e del mondo, sarebbe una reazione razionale rispetto ai fallimenti ormai evidenti dell'economia classica. Il mio sogno è che essere speculatori egoisti, opportunisti, irresponsabili non sia assolutamente più di moda, non sia ritenuto intelligente, ma un comportamento anacronistico e sbagliato. Aggiungerei antieconomico da tutti i punti di vista.
 

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