15 novembre 2007

Barnava: con la Rgb più forti in Valle d'Aosta



Da 100 a 873 metri quadri. Da due a cinque dipendenti con una prospettiva 2007 di immediato raddoppio del fatturato. Sono questi gli obiettivi di Giuseppina Barnava fondatrice della Rgb di Nus (attualmente in società con Marco Tolis che segue soprattutto l’aspetto produttivo). L’azienda, presente dal 1992 come ditta individuale, e attiva nel settore della rigenerazione di nastri e cartucce per stampanti, a partire dal 2001, anno in cui è stata trasformata in snc, si è specializzata nella rigenerazione delle cartucce toner per stampanti laser utilizzando prodotti certificati Iso 9001-2000 e Iso 14000.

Ora con il 2007 apre una nuova fase di rilancio dell’attività aziendale e dal mese di febbraio ha inaugurato a Pont- Saint-Martin un nuovo stabilimento in un immobile di proprietà regionale.
«Già nel 2004 – spiega Barnava – avevamo fatto registrare una grossa crescita nei fatturati passando in un triennio da 110.000 euro a 400.000. E anche allora avevo pianificato lo spostamento dell’attività in un nuovo stabilimento. Purtroppo alcune gravi vicissitudini famigliari mi avevano costretto a rinviare i miei progetti e ad un biennio di fatturati in tono minore attestandomi sui 250.000 euro. Ora però si riparte con l’obiettivo già nel corso del 2007 di raddoppiare il fatturato dell’anno precedente e confido in un trend di assunzione proporzionale alla crescita dei ricavi. Da subito ci saranno due dipendenti, ma se il lavoro crescerà come penso faremo altre assunzioni».

La Rgb costruirà anche una rete commerciale per ampliare un parco clienti fatto di supermercati appartenenti a grandi catene, agenzie e filiali di compagnie di assicurazione, filiali di istituti di credito, studi professionali e aziende di vari settori quali servizi industria e commercio. Inoltre
presto ad Aosta sarà creato un centro di raccolta dei toner in modo da offrire un miglior servizio
alla clientela del capoluogo regionale. «Da sempre lavoriamo anche con amministrazioni pubbliche in tutta Italia, sia Comuni, Regioni ed Enti locali, Ministeri e altre strutture statali.
– precisa Barnava – Merito della qualità del nostro lavoro che nasce anche dalla nostra partnership con la società statunitense Static Control, il primo fornitore mondiale di materiali e componenti per la rigenerazione». Barnava è molto soddisfatta della disponibilità dimostrata
dalla pubblica amministrazione. «Ho trovato l’Assessore alle Attività produttive Leonardo La Torre particolarmente sensibile alle problematiche di chi fa impresa e la dimostrazione pratica è la rapida tempistica con cui ci è stato concesso lo stabilimento. Inoltre ho molto apprezzato anche l’operato dell’agenzia del Lavoro. I corsi da loro organizzati su come si avvia un’impresa sono stati molto utili». Ora però Barnava intende far crescere nella pubblica amministrazione regionale anche la sensibilità ambientale. «Attualmente – precisa Barnava– abbiamo molti clienti al di fuori del territorio regionale tanto da arrivare con i nostri prodotti addirittura fino all’Agenzia del territorio pugliese, mentre a livello regionale l’unico nostro cliente storico è la Presidenza del Consiglio. Sono convinta che si possa fare di più in questa direzione e presto avvieremo una campagna di promozione della nostra attività presso tutti gli enti pubblici, in particolare vorremmo proporci alle amministrazioni comunali».

A onor del vero va anche detto che l’utilizzo della rigenerazione non è ancora così diffuso neppure a livello nazionale. «Potrebbe diventarlo – osserva l’imprenditrice - se come già si fa negli Stati Uniti diventasse obbligatorio il “Gren Public Procurement”, cioè il fatto che i bandi di acquisto devono tenere conto di criteri ambientali come già avviene a livello europeo in Austria e in Germania. In Svezia e nei Paesi Bassi è una pratica raccomandata, mentre in Italia, Francia e Inghilterra è soltanto permessa». Del resto i vantaggi ambientali assicurati dalla rigenerazioni sono enormi. «Personalmente posso dire – sottolinea Barnava – di avere rigenerato lo stesso nastro per lo stesso cliente nell’arco di cinque anni 47 volte. Una cartuccia toner può essere rigenerata tre volte. In un anno rigeneriamo circa 6000 cartucce quindi vuol dire che 12.000 toner, considerati rifiuti speciali, non sono finiti nei cassonetti. I tempi dell’usa e getta sono finiti». Tuttavia Barnava ci tiene ad evidenziare che c’è rigenerazione e rigenerazione. «Ho notato che sta crescendo il fenomeno – conclude l’imprenditrice – della rigenerazione “porta a porta”. Un po’ sulla falsariga dell’arrotino. Un piccolo furgone con un po’ di attrezzature. Sono molto perplessa su questa tipologia di servizio in quanto prima di tutto non garantisce le adeguate precauzioni sanitarie ed inoltre in base alla nostra esperienza il test della cartuccia, come facciamo noi nel nostro stabilimento, va fatto sulla stampante specifica». (Pubblicato sul Corriere della Valle d'Aosta del 17 maggio 2007)

14 novembre 2007

Quale futuro per la QBuilding?

Le ultime notizie sulla Quality Building sono estremamente negative. Per la fine del mese fonti sindacali disegnano scenari foschi. Tuttavia per onestà intellettuale non vogliamo sottrarci dal proporre anche in rete l'articolo che il Corriere ospitò nelle sue pagine il 10 maggio 2007 con la speranza che tra gli scenari foschi e gli eccessi giornalistici ci sia una terza via in grado di presevervare i difficili equilibri occupazionali della Bassa Valle d'Aosta.
Evidentemente con i nuovi insediamenti in Valle d'Aosta ci vuole sempre molta cautela nell'approccio da parte del mondo dell'informazione.
Innovare nel settore edile dando vita ad un sistema costruttivo basato su componenti in Eps (polistirene espanso sinterizzato, sostanzialmente simile a quello che chiamiamo comunemente polistirolo), leggeri e dalle elevate prestazioni isolanti, economicamente competitivi ed in linea con i più recenti disposti normativi sul risparmio energetico. Una mission innovativa che ha preso il via nel marzo 2004 e che, però, soltanto a partire dal giugno 2006 con l’inaugurazione di un nuovo stabilimento a Hône, è riuscita definitivamente a decollare avendo finalmente trovato gli spazi adeguati.
Una scommessa portata avanti con capitali milanesi e valdostani (provenienti dal mondo delle costruzioni e delle telecomunicazioni) e con un management che nella nostra regione vede operare il direttore industriale Giacomo Lettieri, e il direttore “Amministrazione, Finanza e Controllo” Rossella Bertone (32 i dipendenti).
L’azienda produce nello stabilimento valdostano componenti a misura per la realizzazione di solai e pareti perimetrali di tamponamento ad elevato potere isolante, termico ed acustico, secondo un sistema costruttivo articolato e completo che assicura al committente una risposta
personalizzata.
La realizzazione dei materiali avviene a partire dal progetto strutturale ed architettonico del cliente. «Il nostro ufficio tecnico milanese – spiega Lettieri – elabora in modo automatico e integrato due tipologie di documenti: da un lato le distinte di produzione, veri e propri file di input alfanumerici da inserire nel server della produzione che consentono la realizzazione a misura dei solai e dall’altro i disegni di pannellizzazione, abachi che descrivono graficamente ciascun componente e le modalità del montaggio. L’ufficio tecnico trasferisce in forma digitale le distinte allo stabilimento che attiva la produzione su misura. Ogni componente viene identificato in modo univoco con un codice che trova corrispondenza nei disegni di pannellizzazione». In questa maniera anche l’attività in cantiere risulta semplificata: i materiali
utilizzati sono estremamente più leggeri rispetto a quelli tradizionali. Inoltre si riducono gli scarti
e i cantieri risultano più puliti. La sfida è importante anche perché non molti sanno che il comparto dell’edilizia è unanimemente riconosciuto come uno dei settori più energivori e inquinanti.
Il 40% dell’energia del Paese è speso per costruire, riscaldare e illuminare gli edifici. Il clima risente perciò in modo sensibile dell’emissione di CO2 e molti processi connessi alla filiera del costruire e alla gestione degli edifici sono responsabili di tali emissioni. Spostando invece l’attenzione sul nostro «viaggio tra chi fa industria in Valle d’Aosta» è chiaro che ci troviamo di
fronte ad una situazione differente rispetto alle settimane precedenti.
La scelta di insediarsi in Valle d’Aosta è già un’implicita dichiarazione di apprezzamento rispetto alla possibilità di svolgere un’attività imprenditoriale nella piccola regione autonoma, di conseguenza appare più utile soffermarci sull’attività aziendale. «Lo stabilimento che ci è stato proposto si adattava alle nostre esigenze – osserva Rossella Bertone – inoltre c’era anche la possibilità di accedere a dei finanziamenti regionali. Abbiamo valutato anche altre soluzioni e, comunque, questa ci è sembrata la migliore».
E i primi mesi del 2007 stanno dando ragione alla scommessa valdostana visto che l’andamento dei fatturati è leggermente superiore al budget. E gli ordini sono destinati ad aumentare nel corso dell’anno anche perché l’azienda si sta ritagliando un ruolo importante tra le imprese edili che intendono favorire il risparmio energetico.
In questa logica, ad esempio, si colloca la partecipazione al progetto «CO2- Casa 2 litri» di Ozzano dell’Emilia. Qbuilding insieme ad un pool di primarie aziende a livello nazionale ed internazionale (BASF, CarraroGips, Ecoflam, Apemilano, Aldes, Finstral, Fischer, Lape, System
Service, Sto, Suncover, Veka, Viabizzuno) contribuirà a costruire nel corso nel 2007 alcuni edifici in grado di utilizzare per il fabbisogno annuale, cioè per riscaldare, condizionare e illuminare ogni metro quadrato di superficie abitabile, una quantità di energia 10 volte inferiore alla media nazionale grazie all’utilizzo di componenti e materiali innovativi e di efficienti sistemi di isolamento termico ed acustico.
«CO2-Casa 2 litri – conclude Lettieri - è un’esperienza replicabile che sta già riscuotendo un notevole successo come testimoniato dalle numerose richieste pervenute a tutti i soggetti coinvolti da parte di enti pubblici e privati interessati a questo modo intelligente di progettare e costruire nel rispetto dell’ambiente e, anche, a costi sostenibili». (Pubblicato sul Corriere della Valle d'Aosta del 10 maggio)

13 novembre 2007

Noussan: più confronto tra imprenditori e politici





Chi si ferma è perduto”. In bocca a Pierre Noussan - con Roberto Balocco e Massimo Nale, alla guida di Sicav 2000, concessionaria esclusiva dei marchi Fiat, Lancia (veicoli commerciali delle due case italiane compresi), Mitsubishi e Hiunday – una frase apparentemente banale prende una concretezza immediata anche perché nel corso dell’intervista l’imprenditore ti conduce a vedere davvero tutto quello che ha in cantiere e lì ti accorgi, senza ombra di dubbio, che non si tratta di uno slogan e nulla più.


Dal suo ufficio sempre aperto nella storica sede di Corso Battaglione (cui si aggiunge la sede autoprestige dedicata ai fuoristrada nipponici e coreani) illustra con lo stesso slancio e dinamismo che furono del padre Efisio, per diversi anni alla guida del Confidi industriali, il futuro dell’azienda a partire dai nuovi lanci Fiat (500 in testa) che hanno dato il via alla ristrutturazione dei locali aostani. “Dal 1950 ad oggi – ci racconta – ne abbiamo fatta di strada, ma chi si ferma è perduto. E oggi siamo ad un nuovo passo epocale. Presenteremo tra pochissimi giorni i nuovi saloni Fiat al 100%. 1000 metri quadri di bianco immacolato e nuove insegne per dare più spazio e luminosità alle coloratissime nuove Fiat e Lancia. L’obiettivo è migliorarsi continuamente per stare al passo con le sempre crescenti attese dei clienti. Un’azione portata avanti attraverso una gestione e con capitali completamente valdostani. E’ sicuramente questo il vero patrimonio della Sicav”.

Con Noussan ci soffermiamo sugli aspetti positivi e negativi del fare impresa in Valle d’Aosta. Un viaggio, quello del Corriere, che l’imprenditore dimostra di conoscere e di apprezzare, segno anche di come il mondo dell’impresa da tempo desideri luoghi dove riflettere ad alta voce. “L’elenco degli aspetti positivi è semplice. - precisa - Un contesto naturale spettacolare, la facilità di rapporto fra le persone, la centralità rispetto all’Europa, il bilinguismo, un grande passato, la necessità di fare cambiamenti e quindi la possibilità di crescere ancora, la disponibilità finanziaria del comparto pubblico e un forte potenziale turistico e ambientale”. Non mancano ovviamente le note dolenti. “Il conoscersi troppo bene – dice Noussan – può diventare anche un ostacolo. Le contrapposizioni diventanoinevitabilmente personali. Molti ragionano “o con me o contro di me”. Questo rende faticoso e anche costoso mantenere l’equidistanza nei giudizi e la libertà di pensiero. Constato anche che si ha poca possibilità di intervenire nelle scelte strategiche. O fai l’imprenditore o fai il politico, ti dicono spesso. Il sistema non accetta le critiche. Tutto diventa attacco personale. Ma questo non è soltanto un problema valdostano. Purtroppo la classe politica non è riuscita a creare dei vasi comunicanti con il mondo dell’imprenditoria. In più bisogna anche ammettere che anche il confronto fra imprenditori è modesto. Del resto siamo molto pochi, se ci limitiamo soltanto alla realtà valdostana”.

Noussan prova anche a suggerire quelle che sono le sue ricette per lo sviluppo dell’economia della piccola regione autonoma. “Bisognerebbe individuare quei settori – osserva Noussan – che nei prossimi cinque-dieci anni potranno avere una condizione di mercato non sfavorevole e quindi consolidare tutte quelle attività che vi fanno riferimento. Penso anche che bisognerebbe dedicare più risorse per creare percorsi di studio all’interno delle aziende valdostane maggiormente virtuose e motivate da parte degli studenti post diploma o post laurea. Sono necessari stage più mirati in termini di domanda e di offerta”.

Noussan non manca anche di evidenziare soluzioni più drastiche. “Sono convinto che si debba individuare in maniera anche graduale – dichiara l’imprenditore – una strada per ridurre di almeno un 30% le risorse dedicate alle spese correnti sia per prepararci ad un futuro in cui si ridurranno inevitabilmente le disponibilità sia per stimolare le ingenti risorse umane ad una maggiore efficienza”.

Noussan si interroga anche sull’indennità di bilinguismo. “Credo – conclude – che sia una questione da rivedere in modo da trovare una soluzione che riconosca pari dignità fra impresa privata e amministrazione pubblica”. (Pubblicato sul Corriere della Valle d'Aosta del 3 maggio 2007)

12 novembre 2007

Galassi: Aosta ha bisogno di una sua identità turistica



«Sono la quarta generazione di donne albergatrici ». Cristina Galassi, presidente dell’Aiat di Aosta, vanta una tradizione famigliare ben radicata nel settore dell’ospitalità valdostana. «La mia bisnonna viveva ad Ollomont – racconta - dove alternava l’attività di maestra a quella di albergatrice. Poi si è sposata e si è trasferita ad Aosta».
E così nel 1960, dalla trasformazione della azienda agricola di famiglia, inizia la storia del Milleluci, un nome che, come si legge sul sito internet (http://www.milleluci.com/) «deriva dalla stupenda vista notturna che si può ammirare grazie alla sua particolare posizione panoramica sulla collina della città di Aosta». L’albergo, oggi a quattro stelle, è gestito dalla Galassi con la mamma Luciana e la sorella Erika e in uno scenario di forte tipicità, sia nell’arredamento che dal punto di vista architettonico, propone alla sua clientela centro benessere, piscine, solarium e sala conferenze.
«Quando sono entrata in azienda vent’anni fa abbiamo fatto subito un attenta valutazione del mercato – osserva Galassi – e ci siamo resi conto che erano necessari alcuni investimenti. Abbiamo perciò ampliato la struttura, che è passata da 20 a 31 camere, ed abbiamo potenziato tutta una serie di servizi. In particolare ci siamo preoccupati di dare un’identità a questo albergo con un forte messaggio di tipicità. Anche se non siamo in alta montagna sono convinta che si possa offrire al turista un’identità alpina».
Oggi però il Milleluci è ad un’altra svolta. La famiglia Galassi nel passato all’attività alberghiera aveva affiancato la gestione di un camping, inizialmente con una capacità ricettiva di 800 posti poi scesa a 450. «Si tratta però – precisa Galassi - di un segmento turistico che sta vivendo un momento davvero poco favorevole, come dimostrano molti studi di settore, e per questo stiamo ragionando sull’utilizzo di queste aree in maniera diversa. E’ però ancora presto per definire chiaramente come ci muoveremo. Di sicuro sarà coinvolta la struttura alberghiera anche se non abbiamo ancora stabilito in quale maniera».
Spostando l’attenzione su quali sono gli ostacoli nel fare impresa, in questo caso, alberghiera in Valle d’Aosta, Galassi constata la difficoltà di far conoscere la vocazione culturale di Aosta, un segmento in questo momento vincente rispetto all’appeal della montagna che di anno in anno vede una costante erosione di presenze. «Questo permette ad Aosta di avere presenze tutto l’anno e se si tiene conto anche della clientela business ci sono le condizioni per lavorare con continuità. Anche se complessivamente il tasso di copertura dei posti letto negli alberghi della città è ancora troppo basso. Come Aiat stiamo elaborando uno studio proprio per capire dove si situi il problema».
L’albergatrice tuttavia non manca di sottolineare come non sia semplice analizzare simili fenomeni. «Il turismo – dice ancora Galassi - è una forma di imprenditoria molto complessa dove possono intervenire un numero infinito di fattori e non si può pensare che una simile attività possa essere gestita totalmente dal privato. E’ una componente fondamentale che deve fare la sua parte, ma contemporaneamente ci deve essere il pubblico che assicura tutta una serie di servizi: trasporti, infrastrutture, promozione ».
E proprio riferendosi all’intervento pubblico l’albergatrice sottolinea come il problema principale di Aosta sia quello dell’identità. «Noi lo comprendiamo soprattutto dai nostri turisti – commenta -. Molti dopo aver visitato la città al loro rientro in albergo manifestano un grande stupore perché, ad esempio, Aosta è una città romana. Questo significa che c’è ancora un potenziale inespresso. Purtroppo per troppo tempo Aosta è stata un ibrido. Non si capiva se era una città industriale, di uffici, di terziario. Ed oggi il turista ha bisogno di una comunicazione chiara. Non si muove più per caso. Deve avere prima di tutto una qualità della vita che non ha nella sua città. Ad esempio piace Aosta perché è una città a misura d’uomo».
Curiosamente i turisti stranieri, soprattutto se americani o australiani, trovano ad Aosta proprio quello che cercano. «Aosta – racconta Galassi – è il punto di arrivo o di partenza per molti di questi turisti in quello che è un tour delle città d’arte italiane che ha fra le sue tappe anche Roma, Firenze e Venezia. E questi clienti arrivano con viaggi che si sono creati da soli attraverso alcune guide che nei paesi di lingua inglese vanno per la maggiore e che hanno inserito Aosta fra le mete italiane meritevoli da visitare. La più utilizzata è Fodor’s (http://www.fodors.com/ per chi vuole saperne di più ndr)».
«Inoltre – conclude - vanno molto di moda i siti in cui i turisti si raccontano a vicenda i loro viaggi con tanto di schede tecniche su dove hanno soggiornato. E sono siti molto visitati che favoriscono il passa parola. E’ un segno chiaro di come sia sempre più difficile stabilire quale possa essere il modo migliore per comunicare la propria offerta turistica. Di certo essere su internet è un tassello ineliminabile per rimanere competitivi sul mercato». (Pubblicato sul Corriere della Valle d'Aosta del 26 aprile 2007)

Rosset: quelle risorse sottratte allo sviluppo




«Io voglio dare alla grappa un’immagine femminile in quanto la donna che si avvicina ad un prodotto dà subito un’idea di qualità, anche perché cerca sicuramente la qualità più del consumatore maschile. L’aspetto di una grappa rude, forte è, secondo me, superato. Oggi si deve parlare di una grappa che ha cultura, tradizioni, profumi e territorio. Sono convinto che il futuro di questo settore, sia sul versante di chi produce sia su quello di chi compra, sia femminile e in effetti sono molti i volti nuovi che si stanno avvicinando a questo settore».
Nicola Rosset, amministratore delegato della Saint-Roch, una delle principali aziende della nicchia dei liquori (6 milioni di fatturato e 23 dipendenti) punta su una strategia che avvicini sempre di più i piccoli numeri valdostani a consumatori maggiormente disposti a pagare l’eccezionalità di simili prodotti con un’attenzione anche a nuovi target fino ad ora poco esplorati.

«Il fascino della valle d’Aosta – spiega Rosset che in questa logica sta costituendo una fitta rete commerciale sul territorio nazionale – dovrebbe essere proprio quello di proporre prodotti in piccoli numeri per un pubblico selezionato. Un atout che però trova un evidente ostacolo nell’incapacità di capire che il mercato si è allargato e perciò i prodotti di eccellenza devono essere portati in tutto il mondo anche se a pochi clienti in modo omogeneo e ad alto livello. Inoltre bisogna avere chiaro che si può e, direi anche, si deve fare rete, collaborare di più tra produttori. Io vedo possibile lavorare, ad esempio, con le nostre cantine sociali».

Ma al di là di questo problema più interno al comparto del settore agroalimentare Rosset evidenzia anche un aspetto legato al sistema regionale. «L’impresa privata in Valle d’Aosta non viene vissuta come un plusvalore della comunità, ma come un individuo che fa una scelta personale, e che si cimenta soltanto a livello personale. Ma in realtà un’azienda che cresce distribuisce conoscenza, distribuisce opportunità. Distribuisce in sintesi sviluppo. Noi per troppi anni siamo rimasti a guardare quanto rendevano le cose, ma non abbiamo pensato di investire in sviluppo. E’ positivo portare nella nostra regione aziende che ci fanno fare cassa, ma bisogna anche investire in risorse umane. Bisogna anche far crescere chi già c’è in Valle».

Per Rosset un esempio significativo di occasione in parte mancata è la realtà del bilinguismo. «Noi siamo partiti dal concetto di conoscere due lingue e invece di anticipare gli altri con una terza lingua ci siamo fermati. Abbiamo usato il mondo francofono in modo troppo autoreferenziale, quando invece poteva diventare un’opportunità economica importantissima».

L’ad della Saint- Roch evidenzia anche un problema di dialogo con la pubblica amministrazione e sottolinea le difficoltà legate alla nuova legislazione sui beni contingentati che doveva entrare a regime dall’inizio del 2007. «Noi avevamo già avvertito l’amministrazione regionale che questa legge era difficilmente applicabile. Non siamo stati ascoltati e ora lo stiamo verificando concretamente. In più probabilmente non ci sono tutti quei benefici che si volevano dare al cittadino, oltre naturalmente all’azione di controllo che si voleva ottenere con il nuovo sistema». «Qualche volta – commenta Rosset - mi sembra che le persone che hanno conoscenza di determinati settori sui quali la pubblica amministrazione deve intervenire attraverso leggi o provvedimenti siano consultate per ultime, mentre per un progetto si deve partire subito da un’analisi. Nel caso della nuova legge sui beni contingentati, di cui nessuno nega la necessità, si è fatta prima la ricetta e poi l’analisi doveva adattarsi alla ricetta».

«La Pubblica amministrazione – precisa Rosset - ha trovato le soluzioni per risolvere le proprie problematiche non chiedendosi quali sarebbero state le ricadute sulle aziende. Con un lavoro comune forse saremmo riusciti a dare delle risposte senza mettere in difficoltà le aziende, mentre attualmente le imprese coinvolte dalla nuova normativa si ritrovano con parecchi costi in più. Come Saint-Roch abbiamo una persona completamente dedicata all’applicazione di questa legge. E questi non sono soldi che arricchiscono qualcuno, ma sono sprecati e sottratti al fare sviluppo. Senza dimenticare che nella nostra regione chi fa impresa deve già affrontare i costi abituali di trasferimento, di produzione, di manodopera specializzata superiori a quelli di altre regioni». (Pubblicato sul Corriere della Valle d'Aosta del 19 aprile 2007)

11 novembre 2007

Quendoz: si deve fare massa critica





Jean Louis Quendoz, 33 anni, laureato in economia e commercio, è dal 2000 con la sorella Michèle, 35, alla guida della azienda di famiglia, attiva nel settore dei servizi ecologici: dalla raccolta e trasporto rifiuti urbani e speciali per gli enti locali alle bonifiche ambientali. Quendoz crede nella necessità di fare massa critica e in questa logica alla fine del 2005 la società, ha acquisito il ramo valdostano di azienda della Aimeri facendo lievitare da subito il fatturato passato da tre a sette milioni e il numero di occupati pari a circa 90 unità. «Per essere competitivi con certi colossi nazionali del settore – sottolinea Quendoz - siamo costretti a crescere e non escludo nel futuro la possibilità di nuove acquisizioni sul territorio regionale. E’ una strada obbligata anche perché si deve acquisire una grossa capacità finanziaria poiché il mercato richiede grossi investimenti».
La Quendoz è in una forte fase di espansione tanto da aver detto di no negli ultimi anni a molte offerte di acquisizione. «Per ora intendiamo giocarci la partita fino in fondo e riteniamo di avere ancora molto da dire». Paradossalmente proprio le difficoltà derivanti dalla morfologia del territorio valdostano hanno permesso all’azienda di rimanere sul mercato. «I margini di guadagno sono evidentemente più ridotti rispetto ad altre realtà – spiega Quendoz – ma costituiscono anche una forte barriera di entrata per chi fosse interessato al mercato valdostano. Senza un appoggio logistico in loco chi arriva da fuori è inevitabilmente svantaggiato».
L’azienda, che dal mese di dicembre ha la sua sede amministrativa a Jovençan in un capannone di 1200 metri quadri (mentre la sede operativa è a Nus, su un spazio di 9000 metri quadri), lavora soprattutto con le pubbliche amministrazioni. «Quotidianamente ci confrontiamo con appalti-concorso che richiedono di essere in grado di proporre l’intervento di attrezzature sempre più nuove e di moderna tecnologia che diano garanzie in termini di sicurezza del lavoro e dell’impatto ambientale. Inoltre spesso ciò che si scrive quando si partecipa ad un appalto diventa più importante di ciò che si fa» sottolinea Quendoz.
Il giovane imprenditore non manca però di sottolineare come anche la Valle d’Aosta rispetto al territorio nazionale non si sottragga ad un certo eccesso di burocratizzazione della vita imprenditoriale. «Per ogni scelta economica – spiega Quendoz – è necessario coinvolgere l’amministrazione pubblica che non è sempre ben disposta verso l’imprenditoria. Spesso alcuni enti della pubblica amministrazione dovrebbero dialogare tra di loro ma non lo fanno e si finisce per scaricare sul privato l’onere di collaborare con la pubblica amministrazione. E così il privato si sente in una posizione di inferiorità».
Al di là di queste difficoltà Quendoz evidenzia l’impegno aziendale per offrire un servizio di alta qualità «in modo da fidelizzare l’ente pubblico». «Il nostro fiore all’occhiello – conclude Quendoz – è costituito dallo svolgimento dei servizi di raccolta e trasporto rifiuti e di igiene urbana svolti nella città di Aosta. Questo ci ha portato ad attuare una serie di servizi altamente tecnologici con l’ausilio di attrezzature di ultima generazione: sistemi di localizzazione satellitare, pesatura connessa a un software di gestione dei report, utilizzo di automezzi e attrezzature specifiche a motore elettrico, sgombero neve e spargimento di cloruro di sodio necessari a mantenere in stato di sicurezza e di piena operatività tutte le zone interessate, spazzamento meccanizzato di strade, vicoli e marciapiedi, attività di spurgo, caditoie, pozzetti, griglie stradali, servizio di diserbo con prodotti approvati e certificati, attività di consulenza e di assistenza tecnica». (Pubblicato sul Corriere della Valle d'Aosta del 12 aprile 2007)

Marzorati: la Cogne è più vicina alla città





Quello che un tempo appariva come un settore ormai maturo, cioè il comparto siderurgico, oggi sta vivendo una seconda giovinezza permettendosi crescite a due cifre come fa registrare la Cogne Acciai speciali di Aosta, l’azienda, di proprietà della famiglia Marzorati, più importante sia in termini di fatturato che di livelli occupazionali della piccola regione autonoma. Il 2006 della Cogne ha fatto registrare un aumento del 10,8% delle spedizioni di materiale ai clienti e del 15,3% del fatturato. La produzione è passata da 156.000 a 173.000 tonnellate e il fatturato da 430 a 496 milioni. La performance della Cogne, come spiega il vicepresidente del Gruppo Roberto Marzorati (il padre Giuseppe è alla guida del gruppo), va però letta con molta attenzione e senza farsi trascinare da facili entusiasmi in quanto nasce da un 2006 particolarmente eccezionale per il settore inossidabile caratterizzato da situazione a livello mondiale che, a detta di tutti gli addetti ai lavori, non ha precedenti nella storia industriale. Anche con Marzorati, abituato a confrontarsi con un mercato di dimensione mondiale, proviamo a riflettere su cosa significhi fare impresa in Valle d’Aosta. Il vicepresidente della Cogne nota come le dimensioni della regione alpina richiedano all’imprenditore un maggiore senso di responsabilità. «Il mantenimento degli equilibri occupazionali in una realtà così piccola – dichiara il vicepresidente – costituisce per l’imprenditore – è inutile nasconderlo – anche una responsabilità sociale superiore rispetto ad altre situazioni industriali. D’altra parte proprio queste dimensioni così limitate possono allo stesso tempo garantire all’imprenditore una maggiore attenzione da parte della pubblica amministrazione rispetto ad altre regioni più grandi, come ad esempio la Lombardia, dove il numero di imprese e imprenditori è inevitabilmente più elevato, a patto ovviamente che si consideri l’impresa come un valore del territorio».
Per Marzorati l’attenzione può e deve essere duplice. «Da un lato, ed è giusto che sia così, - spiega - si riscontra come siano più intensi i controlli sull’attività dell’impresa affinché agisca nel pieno rispetto delle leggi italiane. Dall’altra però a questa giusta attenzione non corrisponde un sostegno quando l’impresa ha bisogno di fare. Ad esempio quando servono permessi veloci che agevolino l’attività della società che si interfaccia con la macchina della pubblica amministrazione. Ecco questa è la parte che ancora manca nel sistema valdostano e va sicuramente sviluppata. Non mi piace che il meccanismo funzioni in una sola direzione, cioè dalla burocrazia all’impresa e non viceversa, quando è l’impresa a rivolgersi all’apparato burocratico e a richiedere il suo aiuto».
Marzorati evidenzia anche come da parte dell’impresa ci debba essere un investimento significativo nella formazione professionale dei dipendenti e spiega come il «progetto eccellenza Cogne» abbia tra i suoi pilastri proprio la crescita professionale del personale, un tassello fondamentale per rimanere competitivi sui mercati internazionali dove la qualità delle lavorazioni continua ad assicurare all’azienda valdostana importanti quote di mercato. E la Cogne da tempo avverte la necessità di una internazionalizzazione tanto che in questi ultimi anni ha creato una decina di filiali di distribuzione per i mercati locali, dalla Corea, al Sud Africa, senza ovviamente dimenticare l’Europa, fino alla recentissima esperienza dell’impianto di produzione cinese. Un’internazionalizzazione che però non riduce il legame con la città di Aosta. Anzi in questi ultimi anni il radicamento dell’azienda sul territorio valdostano è tornato a rafforzarsi.
«Non nascondiamo – conclude Marzorati - che c’è stato un periodo di reciproca indifferenza tra azienda e città. Ed abbiamo constatato che si trattava di un peccato. Tanto che su questo punto c’è stato un cambio strategico molto chiaro. La Cogne in realtà si rende conto di essere una parte importante di Aosta e vorrebbe tornare ad essere un valore della città. E allora abbiamo lanciato alcune iniziative per richiamare l’attenzione del capoluogo regionale sulla Cogne e farsi chiaramente percepire come un valore positivo. Non solo far notare la sua presenza. Ma che la Cogne c’è e, se posso un po’ estremizzare il concetto per renderlo più chiaro, che si tratta di un bene pubblico per tutta la cittadinanza». (Pubblicato sul Corriere della Valle d'Aosta del 5 aprile 2007)

10 novembre 2007

Charrère: possiamo vincere solo se facciamo sistema





Il suo Chardonnay Cuvée Bois è, per il Gambero Rosso, tra i primi 50 vini che hanno cambiato l’Italia, per la precisione al trentottesimo posto definito come «uno dei bianchi più affascinanti dell’intero panorama nazionale». Domani, venerdì 30 marzo, al Vinitaly la rivista «Civiltà del Bere» lo presenterà in un limitatissimo panel di degustazioni (solo undici produttori in tutto) dedicato alle belle storie di «sfide lanciate alla fine del secolo scorso e proiettate nel Terzo millennio». «In questo contesto – si legge sulla lettera d’invito – abbiamo individuato e invitato alla ribalta di Verona aziende e vini che probabilmente lasceranno un indelebile segno di innovazione e di qualità nel futuro». Costantino Charrère, 60 anni di Aymavilles, fondatore nel 1989 dell’azienda Les Crêtes (ora coadiuvato dalla figlia Eleonora neo-eletta presidente delle Donne del vino della Valle d’Aosta), solitamente molto prudente, non può nascondere che questo quarantunesimo Vinitaly costituisca il traguardo di un «raggiunto livello di notorietà nazionale e internazionale».
Un risultato eccezionale anche in virtù delle dimensioni dell’azienda. 230.000 bottiglie, 1,5 milioni di fatturato e circa 200.000 di export al di fuori dell’Ue e 25 ettari lavorati (20 di proprietà e 5 di un conferitore unico) sono sicuramente numeri eccezionali fra i produttori privati della piccola regione autonoma, ma superati i confini regionali costituiscono una massa critica che, soltanto grazie ad una qualità eccezionale e riconosciuta da tutte le guide di settore ed un forte impegno di promozione sul mercato nazionale e su quello estero, può confrontarsi ad armi pari con le grandi cantine italiane.
Charrère è fortemente convinto della necessità di fare sistema e di come la Valle d’Aosta si debba muovere smettendola di ragionare a compartimenti stagni con un’offerta frammentata che non riesce ad intercettare la domanda e a mettere insieme l’adeguata massa critica in grado di dare ossigeno all’economia regionale. «Diversamente – spiega Charrère – finiamo per essere provinciali, per non guardare al di là delle nostre montagne ed essere gelosi del vicino perché progredisce in quanto il sistema va bene così come è alimentato; ed è una visione riduttiva segnata, per giunta, spesso da troppi personalismi che, pur in presenza di risorse significative, finiscono per ostacolare lo sviluppo».
Charrère sull’onda di questo ragionamento non manca di portare l’esempio del settore vitivinicolo ed in particolare dell’Associazione piccoli produttori di vino. «Gli investimenti fatti per dare visibilità nazionale e internazionale all’etichetta “Les Crêtes” si sono riverberati sull’intera regione anche perché un Chardonnay, che fosse su una tavola Giapponese o negli Stati Uniti, portava comunque sulla sua etichetta la scritta Valle d’Aosta e questo non soltanto fa conoscere i vini valdostani ma anche crea turismo. Se aumenta la domanda, tanto per capirci, l’offerta può essere travasata ad altri soggetti a patto che ci sia una crescita di sistema. E questo in Valle d’Aosta è chiaramente avvenuto. Penso ad Anselmet, a Lo Triolet, a Grosjean, alle stesse cantine cooperative che hanno avuto anche loro la capacità di proiettarsi al di fuori dei confini regionali cercando di coprire la crescita di domanda dovuta a questo aumento di visibilità». «Questo, secondo me, - prosegue Charrère - è un esempio che si può riproporre anche in altre attività economiche. perciò non ha più senso limitarsi al prodotto alberghiero di Courmayeur fine a sé stesso, ma si deve presentare il prodotto alberghiero della Valle d’Aosta in un sistema integrato che però deve crescere complessivamente sia in qualità sia in cultura dell’ospitalità».
Ritornando al settore vitivinicolo Charrère constata che si va verso una specializzazione sempre maggiore, verso scelte che devono essere molto attente al mercato, al gusto del consumatore. «L’esempio più classico – conclude – è quello dei vitigni autoctoni. Il consumatore li sta cercando e come produttori valdostani siamo ben posizionati sul mercato, basta pensare alla diffusione crescente della Petite arvine o del Fumin. Un’attenzione che potrebbe anche trasformarsi in enoturismo ed essere una piccola risorsa in termini di presenze nelle stagioni notoriamente meno frequentate». (Pubblicato sul Corriere della Valle d'Aosta del 29 marzo 2007)

Jacquin: serve un luogo di confronto


Federico Jacquin, impresario edile presidente della sezione edile di Confindustria Valle d'Aosta e del Confidi industriali, ci accoglie subito, nel suo ufficio di Piazza Chanoux, sottolineando la sua intenzione di voler parlare «da cattolico » che avverte la necessità di «risvegliare un sistema». Anche se prima delle strategie pone come centrale per la piccola regione autonoma la necessità di un cambiamento di atteggiamento.
«Mi piace citare una frase del regista Oliver Stone – spiega – il quale sostiene che il sistema va affrontato quando è in espansione. Quando è in recessione come è attualmente non serve a nulla. L’unica cosa che serve, anche se in parte la sua affermazione è una battuta, è accendere una candela per riscaldare i cuori. Se però ci pensiamo bene la frase non è così peregrina: in un momento di recessione chi sta meglio spesso automaticamente finisce per non essere generoso. Anzi ha la paura di perdere anche quello che ha. Da qui questi grandi problemi sociali che abbiamo. Ovviamente non soltanto in Valle d’Aosta».
Per Jacquin serve un atto concreto di ottimismo. «Le energie positive ci sono. La classe dirigente deve però dar loro l’occasione di esprimersi. Servono luoghi dove si possa dibattere serenamente posizioni anche politicamente contrapposte, ma dove non si perda il rispetto dell’antagonista politico. Invece sembra che non siamo più capaci di dire una mezza verità. E questo da cattolico, cresciuto nell’Azione Cattolica, mi manca». Inoltre, prosegue il presidente del Confidi, «dobbiamo smetterla, come sta invece avvenendo nei fatti, di dividerci su tutto. Anche perché spesso ci dividiamo senza mai aver chiarito nulla e la conflittualità così resta perenne, irrisolta. E oltre tutto fino ad ora dove ci ha portato?».
Jacquin sottolinea anche il fatto che fra i politici, a livello nazionale come a livello regionale, ci siano pochi imprenditori, fatta eccezione per il «fenomeno Berlusconi». «Io non voglio che per forza ci siamo. Ma perché non discuterne? Analizziamo da chi è composto in termini professionali il Consiglio regionale. Valutiamo insieme se sia giusto o sbagliato. A chi è delegata oggi la politica? Il problema è che in generale non si discute di nulla. Oppure accadono cose incredibili. Come ad esempio certi dibattiti sulla casa da gioco dove le maggiori critiche arrivano da chi vi ha lavorato una vita. Come è possibile? Ma chi parla ha fatto qualcosa per cambiare la situazione che sta criticando? Eppure nessuno dice nulla».
E proprio in riferimento al fare Jacquin cita la nuova avventura del suo Confidi che ha firmato un primo protocollo d’intesa per fondersi con il Confidi industriali di Biella. «La nostra iniziativa – spiega – non è in contrasto con il progetto valdostano di fare un unico consorzio regionale. Anzi. Sono convinto che anche noi dovremo farne parte ma non possiamo rinchiuderci in Valle d’Aosta. Altrimenti dopo Pont-Saint-Martin non contiamo più nulla, finiamo per non fare sviluppo, mentre c’è l’area canavesana e quella del biellese dove possiamo diventare una presenza importante. Ed è un’occasione che non dobbiamo perdere. Sarebbe un errore grave».
«Il Canavese – aggiunge Jacquin – che è fatto di realtà industriali prima o poi dalla sua situazione di crisi ne uscirà per cultura. E noi rischiamo l’isolamento. E’ vero che abbiamo grandi mezzi economici, ma questi mezzi come sono arrivati prima o poi potrebbero anche andarsene ». Jacquin è preoccupato. «Sono sconcertato soprattutto da un fatto. In Valle d’Aosta chi sta bene non riesce ad accorgersi che la sua situazione non è quella di tutta la regione. Che il suo mondo non è tutto il mondo. Ed è una convinzione che non si riesce minimamente a scalfire. Ed è presente anche nella nostra classe dirigente». (Da Corriere della Valle d'Aosta del 22 marzo 2007)
 

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